che fretta c’era

sefamalesoloameeeeee. La citazione è rétro perchè a quel Sanremo lì sono rimasta. Che vinse una canzone ostica per il pubblico medio -mi ripeteva sempre la signora Emilia nelle nostre sere insieme, cara la mia nonnina d’adozione- che la vittoria se la meritava la Goggi anche se vabbè anche per Elisa era bella -lo diceva in mio nome, onesta. ManoiuntempociamavamoconElisaaaaa.

Mi sono alzata canterina a ritroso. Bussa primavera e non va bene. Però il primo pranzo all’aperto della stagione non si può passarlo sotto silenzio. La pace, la quiete, l’odore di forsizia che sgretola le zolle, strisce di neve nera, orme di animali nel fango rigido ma pronto a cedere. Come il mio petto che ad ogni respiro ampio perde un tempo tra il batttere e il levare. Comunque, quando osservo gli animali docili della fattoria, sento spesso di aver sbagliato qualcosa. Me lo dico in una carezza.

Quella carezza estranea ma vera che ieri avrei dato a una bambina di dieci anni. Che darò domani a Ponciponci, diciannove mesi di monelleria e canzoncine insegnate dalla zia. Quella che con la mano non faccio sempre in tempo a dare anche se metto la mano a ritroso verso questo cielo stramaledetto azzurro.

essere contenti è un attimo

Basta uscire dai soliti schemi. Forzarli. Non ripetere quanto è grigia la vita di provincia e restarci attaccati come la cozza allo scoglio che fa un po’ malavoglia.

E allora si può uscire da una sesta ora con la collega Tumistufi, prendere l’auto che arrivi a Lampugnano in un attimo, scoprire che il biglietto della metro è un salasso, un po’ di verde e un po’ di rossa (forse il contrario) e respirare una Milano che quasi quasi vuol farti credere che è primavera, la baldracca.

Milano, potrei scriverne parecchi di post sulla città che più mi ha fatto male e più mi mette allo stesso tempo angoscia ed energia. Ma dovrei tornare all’università, tempo maladetto, dovrei tornare al primo amore che era già secondo in battuta, dovrei tornare al rosso tramonti d’aprile in via festa del perdono. Io che perdono sempre, anche senza festa. Non ci tornerò. Che Milano resti l’evasione, il canto di una giovinezza mai spesa fino in fondo, forse.

Io e Tumistufi abbiamo passato un bel pomeriggio. Io ringrazio lei, i tulipani di Mapplethorpe (sì, vabbè, non solo i tulipani, siamo onesti), la luce sui Navigli, la santa voglia di vivere.

nulla a Aosta

Fasi di isituto gare di sci. Ma io non scio, devo proprio? Posso ciaspolare? Dice il collega sì tu farai l’addetta alle pettorine, vai all’arrivo della pista, 20 minuti di ciaspolata, “ragazzi all’arrivo voi trovate la Gennara e le riconsegnate i suoi pettorali” (ah, ah, ah).

Com’è come non è, nulla osta che io alle 5 e mezza del mattino sono pronta di tutto punto, per affrontare il freddo siberiano ignorando il favonio della sera prima ed esco che tra doppia canottiera, felpa termica, calzamaglia, cappello con falde di pelo e scaldacollo,  l’omino della Michelin mi fa un baffon.

Com’è come non è, nulla osta che alla stazione giù -aosta- affitto le ciaspole chcosasonoquellecoseprof rosa shocking prendo gli impianti e salgo su -pila- . Su significa che con le ciaspole per arrivare alla gara bisogna fare 4km a piedi nel tunnel delle auto o prendere la seggiovia e la Gennara, in quanto addetta ai pettorali, lo skipass  non ce l’ha e su non glielo fanno più a prezzo scuola.

Com’è come non è, nulla osta che senta sopravanzarle della idrofobia e degli acciderboloni a quelli di ed.fisica, categoria da lei acciderbolata da sempre ma che da sempre ormai le han probato il carattere. Così riscendo giù -aosta- abbandonando gara e pettorine (come faranno anche un po’ di ragazzi furbacchioni), vado al noleggio dove in cambio di ciaspole mi mollano sci e scarponi (e se penso che li ho pure tirati giù dall’armadio iersera gli scarponi miei, lucidi e nuovi), spiego tutto alla cassa, mi danno un giornaliero prezzo scuola, risalgo su -pila- e crepi l’avarizia nulla osta che mi affitto pure il maestro per un’ora.

Funziona come la biciclettta o come il sesso che non te lo dimentichi? mah, nulla osta che scio fino a quando le gambe mi reggono (poco), le rinforzo con un piatto di polenta conscia, conscia pure io dei miei limiti, scendo piano piano senza guanti, siamo a 7 gradi di sole eccezionale. Quando di nuovo giù, mi tolgo gli scarponi, mi pare di volare. Una Pila di piacevolezze.

E poi mi lamento che non mi accade mai nulla. Sì, oggi nulla a Aosta.

orecchie storte, cuore sghembo

dodicifebbraio

Oggi sarebbe stato il compleanno di nonna. Una donna contadina del 1923, di quelle che forse la prima volta che si sono sentite fare gli auguri di compleanno sono stata io, nonna auguri. E che è mo’ stu compleann? Febbraio 1998. Una tesi di laurea inventata lì per lì per fuggire, per laurearmi (ché non ne avevo più voglia di università, allora ancora un potentato milanese autoreferenziale). Fuggivo da tante cose quel febbraio. Fuggivo da Silvestro che non sapeva. Fuggivo da una Lombardia che non saprà mai.  Un mese con te, con la mia lana multicolore, coi ferri da maglia. Con un piccolo registratore, un quaderno verde, le cassettine. Senza telefoni cellulari (chebellezza). Un mese di febbraio caldo sull’Appennino, mi asciugavo i capelli al sole nel vicolo, avevo il viso colorito, fu un febbraio mite pieno di endecasillabi, di recite campestri.  Una tesi costruita intorno a te, nonna. Il tuo dialetto, la mia lingua delle origini.     

Oggi ho traversato il lago col ferry, nel vento siberiano. L’ho fatto restando sul ponte del ferry allo scoperto, davanti allo sguardo attonito degli altri passeggeri al di là dei vetri della cabina. Nonna, non era mica da non metter i guanti oggi. Cuopret ca face fridd, soffia na vòria.  Questa tua nipotina non cresciuta (ma quann lu truov lu zito cà poi lu tiemp pass e nun è ccosa cchiù) al freddo aveva il suo Ipod (non posso nemmeno spiegartelo cosa è l’Ipod, tu che impostavi la voce e tentavi di italianizzarti davanti al recorder che ti metteva in soggezione) (e che dovevi fare il contrario, nonna, dovevi lasciarmi il dialetto sul nastro). E l’auricolare al contrario che io ho le orecchie storte l’ho capito da tempo sto difetto,  il right non mi sta right e lo devo mettere sul left e il left sta sempre che mi cade. Non c’è peggior sordo di chi ha le orecchie storte.

Nonna se ne è andata come è venuta, in un giorno di febbraio mentre non c’ero, lasciandomi il solito senso di colpa. Se ne stava andando da tempo, a poco a poco, la mente si era rifugiata in qualche mondo lontano più sostenibile, dove vivere fosse più leggero che avere figli e nipoti e stare anziana tra gli anziani nel vicolo da sola, con quella telefonata puntuale del sabato alle 13 per anni, io a rispondere di corsa a te che urlavi “Marì” “nonna no sono io” e la felicità che provavi si allargava dal ricevitore. “Mia nonna si sta spegnendo” dicevo a quell’uomo che desideravo portare in Irpinia, che pensavo capisse quanto intrecciarlo alla mia storia fosse irreversibile. Nonna mi sono sbagliata, agg fatt rre ccos a mmalamend. Nonna, hai un bel nome che una bambina avrebbe portato con signorilità. Un nome fatto come il mio, esile, musicale, altero.

Un giorno avrò il cuore meno sghembo per ascoltare la tua voce sui nastri. Intanto se mi senti, buon compleanno.

vergogna d’America e amore di Francia

Il cinema della domenica sera; anni fa scrivevo volentieri recensioni, era la mia tipologia testuale preferita (l’ho fatto anche l’estate scorsa in inglese e su “Escape from Alcatraz” mi sono meritata anche una bella “A” che però se la meritava un po’ Clint Eastwood e un po’ il mio inglese creativo).

Soffia un vento siberiano là fuori, non ho voglia di scrivere due recensioni intere però qualcosa sì, sulle ultime due pellicole viste, Shame di Steve McQueen e Les neiges du Kilimandjaro di Robert Guediguian.

Ingredienti del primo: un incubo metropolitano, una lividissima New York, bella fino al midollo, Michael Fassbender bello fino al midollo pure lui, nudocrudodisperato. Il sesso come claustrofobia e dipendenza. Lui che sembra cattivo, gli altri normali. L’ombra geniale del regista su questo manicheismo improponibile; un flashback sprezzante, miliardi di non detti; io che a metà sentivo la poltrona del cinema più gabbia del grigio della fotografia, più bruciante delle botte e degli amplessi cattivi. Ma non mi sono alzata, ho visto le luci (spente) di Manhattan fino alla fine. Open, ovviamente. Perché risalire dopo aver toccato il fondo non sia né chiaro nè scontato. Scena clou: tutte. Ma la sorella del protagonista che canta la città che non dorme mai si mette là, tra il cinema che non dimentichi più

Ingredienti del secondo: licenziamenti selvaggi al porto di Marsiglia, il sindacato buono, un buon matrimonio, una festa di anniversario, un viaggio in Africa che non s’ha da fare, un furto in casa, violento. Un fumetto che guida al colpevole, guardie e ladri anche qua che si scambiano di posto mentre io da spettatrice affronto tutte le parole di una sinistra che ricerca se stessa da un terrazzino (ormai borghese?) sul mare di Marsiglia. Davanti alla scelta più anticonformista possibile l’amore regge monumentale, l’amicizia fa prima flop e poi torna tra i valori, i figli sono l’anello debole che volta le spalle lasciandoci una favola però senza idillio (e ricordandomi le movenze del film canadese del 2003 “le invasioni barbariche”). Adoro Guediguian e la sua squadra.

E mentre ripensavo a questi cristalli di settima arte un’amica metteva sul social network una scena famosa di un film che ho visto per la prima (e ultima) volta l’anno scorso più o meno a quest’altezza. Una scena sopravvalutata, la scena di una donna (attrice streepitosa, questo lo ammetto) che sta lì a tirare anzi a NON tirare la maniglia di un furgoncino americano, per scendere anzi per NON scenderci. All’amica non l’ho confessato perché quella scena non mi commuove ma anzi mi fa rabbia. Due motivi ho. Uno è che a me piace il cinema con la C maiuscola.

Speriamo che il vento siberiano posi per domani. Che è domenica sera e si va al cine.

Cose da diciottenni (poco importa)

Poco importano i momenti in cui siamo da soli, io e Bromur. Siamo in ventidue in realtà ma siamo soli. Io che parlo e lui che ascolta, lui che arriva sempre primo al traguardo del capire dove il mio discorso va a parare. Lui che lo fa ad alta voce e io che non posso sempre fingere di nulla e io che allora devo e lo gratifico. Meno male che Bromur c’è, la battutina, quasi che se un giorno non succede, ci restiamo tutti male, o non ci riconosciamo. Il resto del gruppo che ci guarda, sospira e pensa senza cattiveria che stiamo nell’intramundia degli umanisti innamorati. Lui che è un mondo di citazioni letterarie; quando completa le mie, quando mi precede, quando proprio mi batte sul tempo. Su italiano, su latino, sull’antico, sul contemporaneo. In un gruppo di piccoli fisici e di latintristi, Bromur c’è ed è per me. Poco importa se è demotivato, logorroico, autoreferenziale, petulante, stancante, egocentrico, calimerico, tranciante, irriverente, doppiosensista. Poco importa che Bromur mi ricordi me se avessi diciott’anni se fossi stata maschio e se i miei docenti me l’avessero permessa ai tempi tutta questa interazione.

Poco importa che mi accogli sulla porta e non ti siedi al banco se non sei l’ultimo a controllare che il limes tra il mio spazio vitale e il tuo non sia varcato da altri; poco importa se hai scoperto nei giorni di neve e di freddo che piacciono solo a te tra gli altri ma anche molto a me e ti è sfuggita un’argomentazione su quante coincidenze preoccupanti ci uniscano; poco importa se per aiutarmi a non farmi cadere i libri quel limes sei capace di non vederlo più; poco importa se ti trovo spesso accanto e in un momento di mio soprappensiero ho sentito la tua voce chiedere “cosa la assilla” e al verbo assillare ci ho pensato per tre ore e a che bei verbi usa Bromur.

Oggi siamo rimasti soli davvero. All’intervallo non esco più, troppi professori in giro a quell’ora. Sono rimasta alla cattedra, nella penombra lasciata dal proiettore e dal file powerpoint troncato lì dalla campanella. In quel buio, nel silenzio hai detto a qualcuno “ho sonno” e sei rimasto con la testa sul banco, solo insieme a sola me. Cinque lunghissimi minuti.

Cosa avresti voluto dirmi, Bromur, cosa ti assilla?(Cose da diciottenni, poco importa) Mentre sgattaiolavi via, ho visto uscire me stessa se avesse ancora 18 anni, se fosse stata maschio se gliel’avessero permesso, di stare. Ho messo un brano di Doug Paisley sullo smerdphone e per altri cinque minuti, giocherellando con l’agenda, vi ho aspettati tutti rientrare.

Monotonia. Vai a prenderla in quel posto, di fisso.

Noi fannullona statale (pluralis incazzositatis) oggi sabato è entrata a scuola alle 8.00. No vabbé lo confesso, erano le 8.04, al sabato si sa, sono in ritardo, ma stamane facevo benzina al self service e solo uscirla dai guanti la mano mi s’è congelata la punta dei polpastrelli che così le saracche non le ho tirate all’ 1.728 euro al litro ma ai guanti frou frou scelti per i -13C° invece di quelli da neve, che poi a dirla tutta facevano così male che mentre guidavo tentavo con lo smerdphone di fare la foto al vetro coi cristalli di ghiaccio bellerrimi che paiono un dvd illustrativo sui frattali e il caos calmo del mondo però l’altra mano mettevo in bocca i polpastrelli e li ciucciavo per rinsanguarli. Capite che insomma erano le 8.04 giustificate e poi ne sono uscita alle 18.00. Un’ora buca che ce l’ho messa su e giù dai corridoi per seguire il collega MaglioneSalmone e tramare contro tutti e telefonare nelle stanze dei bottoni del sindacato perchè forse mi candido, candida, nelle RSU. Totale dieci ore di scuola meno un’ora di pranzo che vai e che vieni al bar inifinito o doppio zero e ordini e venti minuti per mangiare un primo ce li ho avuti. Scrutini al sabato pomeriggio. Solo noi privilegiati abbiamo un sabato così poco monotono, a guardarlo fisso.

Fatto di scrutini elettronici così elettronici che mi viene da ridere a raccontare quante volte trascrivo a penna le stesse cose che ho inserito già in un pc. Piciù! E siccome in venti giorni ho corretto 11 pacchi di verifiche per la genialata del ritorno al voto non più unico me la sento di mostrarvi ora nel post successivo che cosa è successo a casa mia per tutta questa monotonia!

Ah, la password. Facciamo che è un indovinello (anche se non sono brava come la ‘povna), facciamo che è un film, prodotto con pochi soldi ché così è adeguato al mio stipendio, che ha quasi la mia età, il cui titolo italiano NON contiene il nome dello stato americano del titolo originale e in qualche modo far benzina, succhiare le dita, andare al bar qualcosa c’entrano.