lune di cine lune di canto

UNO. Non sapevo nulla del film, a parte l’argomento principale e il nome del regista. Non ho amato la scelta del titolo, richiamandomi alla mente i romanzi criminali uno due tre e la spettacolarizzazione conseguente ai numeri. Però non ho potuto non andarci, avevo voglia di rintracciare sullo schermo la mia memoria fanciulla di quando lessi di Calabresi e Pinelli dalle pagine di Montanelli. Io non ho ancora capito se Marco Tullio Giordana mi piace del tutto oppure no; adoro i suo acchiti di novecento, adoro la sicurezza della sua squadra di attori, non amo la sua retorica (devo ancora riprendermi dal finale de La meglio Gioventù, ancora, dopo anni, quel lieto fine fastidioso). Qui di lieto fine non ce ne è. Oggi so delle polemiche sul film (ma quando mai si potrà parlare dei nostri capitoli bui senza polemiche), oggi capisco perché si possa parlare di “romanzo”. Il titolo è spiegato perfettamente alla fine del film (p.s. due ore e più che ti paiono scorrere velocissime, questo sì). Romanzo. Cosa dire della strage di piazza fontana se non che i titoli di coda, dandoci l’unica verità oggettiva, nessun colpevole, colpevoli non più punibili, parenti delle vittime a pagarsi le spese processuali, ecco che solo in un romanzo dovremmo accettare tale parodia di Staro democratico? Romanzo. Perché come realtà è inaccettabile.

DUE. due di aprile, tipically varesino, cielo bianco latte, vi canto questo pezzo. Io sto aspettando domanisera per aprire ufficialmente le vacanze pasquali. E respirare da quei corridoi che mi hanno risucchiato l’anima nelle ultime due settimane. E che continueranno a farlo, imperterriti. Oggi, tempo e silenzio.