La minotaura, l’ofelé e Pippo Pippo non lo sa.

Arrivati a quest’altezza del quadrimestre, ogni anno accade nell’Istituto Durocome, nelle classi della Roceresale, questo: le insufficienze gravi e diffuse segnalate all’ultimo consiglio di classe dalle colleghe, giorno dopo giorno spariscono, dai quattro si passa ai cinque e mezzo e il cinque e mezzo è già sei (in realtà è il quattro che è già sei, in nuce). Al punto tale che la lettera di segnalazione, quella famigerata in cui si avvisa la famiglia che c’è il rischio di una bocciatura, una sola settimana dopo il consiglio, può essere riportata controfirmata con l’alunno che in modo beffardo ti chiede che bisogno c’era, visto che le materie “sotto” sono solo due, le sue.

La magia dei sei di maggio. A me sta cosa, magari sbaglio, fa incazzare. Perché un tre a inizio quadrimestre su competenze di base (impostazione metodologica, nessi causa-effetto, e chi più ne ha più ne metta) difficile che continuando su stretta propedeuticità diventi nove. E non insegno matematica, e non insegno chimica. Ma la logica la so riconoscere perfino io.

E così si diffonde la voce che la Minotaura è in agguato, vuole il sacrificio dei sette giovinetti e delle sette giovinette, la guardano in cagnesco, non le parlano più, fanno prescrutini di spalle. Poi l’intuizione: facciamola sfogare col primo, il più grassoccio degli insufficienti, si placherà. E per giorni ti vengono a raccontare eh che Pippo ha preso l’insufficienza, che Pippo non è riuscito a farsi interrogare, e te lo dicono col sorriso perché Pippo lo danno per perso. Se in cambio di Pippo, lascio stare, cattivona, tutti gli altri.

Ma io Pippo a fare da capro espiatorio per saziare la Minotaura, poverino, sta cosa mi fa incazzare. Che poi i genitori di Pippo non li hai mai visti tu, i genitori di Pippo non vengono ogni giorno a sponsorizzare Pippo, invece i genitori di Poldo è già la terza volta che mi chiedono perché Poldo ha l’insufficienza. E poi sono andati dalla coordinatrice, e poi dalla preside, e poi di nuovo da me perché “ma gli darà il debito?” Signor babbo di Poldo, Poldo ha 7 voti, di cui 6 molto insufficienti, lei che farebbe al posto mio?

E lì babbo di Poldo allora davanti alla certezza dell’insufficienza, fa quella cosa che NON doveva fare cioé sindacare su come insegno latino io. A me sta cosa, forse sbaglio, mi fa incazzare. Babbo di Poldo fa l’ofelé. E lo fa molto bene, anche. Che offelle come quelle del babbo di Poldo non si trovano facilmente. Un giorno di questi andrò nel negozio di offelle a indicargli un nuovo metodo di fare le offelle. Ofelé, fa el to’ mesteé.

Poldo sarà afflitto solo dalla Minotaura, si sa. Mangerò solo Pippo. Poldo è salvo, ma Pippo Pippo non lo sa.

A me ste cose, forse sbaglio, mi fanno incazzare.

Mi venisse un tanghero…

L’hotel Majestic mi sembra che entravo dall’ingresso dentro un racconto articolato di Piero Chiara. Io, le mani sudate, mezza tacca in tacchi alti. I lampadari riflettevano (io lo faccio meno spesso) nei vetri umidi di lago scuro. Donne in nero, liquide di fard, chiamano nei nervi e nelle fibre le strade di La Boca.

“Tu vuole La mia Boca, I love another”

Non mi ricordo i passi, amica di sempre, e sono a disagio ai galà. Il tuo vestito scuro però mi sta d’incanto, mi dona, e me lo doni per altre occasioni.

Amica di sempre i  nostri nomi vicino ai nostri passi. Non ricordo i passi del tango, i nostri fino a qui mi sono impressi, leggeri, una salida (non sempre basica) un ocho a volte davvero adelante.

I ballerini spalle al velluto, si cambiano le scarpe, stanno nell’angolo a indossare le lucide punte.

Quando arriverà il mio tànghero a farmi ballare, amica di sempre, ammicco, riconosco e quei passi li ricorderò. E’ una promessa, la tua (mia) preferita (Un paso me voy para siempre, dos pasos, me voy sin mirarte ¿ Cuándo volverás ? Un día o jamás..)

Legami di sangue

a P, a RV, a T (che mi leggano o no), alle radici, all’infanzia, al cognome.

come posso tesoro tenerti sul cuore se stanotte a Varsavia si muore

Undici anni. La casa era in affitto, da questa parte della montagna era andata bene, il terremoto si era attutito, nonno era in carrozzella come quello di cui mi cantavi le canzoni, ma io allora non lo sapevo ancora, desideravo solo che rispuntassi tu e lo skateboard, mi venissi a prendere, dipendevo dal tuo canto, dal tuo esserci, da sola stare in quella casa era dura, mi annoiavo, nonno era di poche parole, non lo conoscevo, nemmeno sapevo che l’avrei conosciuto meno, mi chiese di accendere il fornello, non riuscivo, mortificata lo vedevo ruotare e “sì proprie na ‘ncantata”. Gli anni di dopo, dell’attesa sulle scale il giorno del mio dimenticato compleanno, gli anni di adesso, una telefonata all’anno quel giorno lì foss’anche scappata in ammerica, eh, appunto, auguri.

poi cado coi piedi per terra e scoppiano folgore e tuono non credo alla vita pacifica non credo al perdono…

Otto anni. Dall’altra parte della montagna non era andata bene, il terremoto l’ha raso al suolo, il paese. E mentre eravamo in auto, riconoscere l’uscita dell’autostrada, le colline, fino alla salita, non vedo il campanile, papà e mio padre che pesava le parole per spiegarmi, la casa era la prima di una terrazza di prefabbricati arancioni, “rre baracche” che quante volte ci ho visto piangere mia nonna pronunciando la parola “stabbaracch”. E dieci mesi prima, le preghiere la mattina a scuola, diciamo una preghierina per la mamma di gennara dicevano le suore e io pregavo ma gennara ero io e dicevo perchè pregano queste, che vogliono da me. Mamma cosa vide quella notte, trascinando nonna, l’altra, che era in carrozzella, sui sanpietrini, te l’ho chiesto mille volte ma non reggevo alla tua conta dei morti. Reticente mamma, senza fiato nel telefonare alle zie a L’Aquila, quattro aprili fa. E ora lo sai che un terremoto può attraversare una famiglia. Mamma ieri hai chiesto se il paese del mio concorso vinto è proprio quello del castello caduto. Sì, era quello, mamma. Pensa.

Vorrei vederti dentro quando ricorderai in tutti questi anni non ti ho cercato mai  certo se tu volessi allora tornerei a testa bassa come oggi non si fa più.

Quindici anni. Uscivi da un garage, le mani sporche di sorrisi, chi eri tu che eri nato in terra caraibica, di te sapevo solo foto bionde che parevi il bambino di “tre nipoti e un maggiordomo”. Uscivi dal garage, dicesti solo “tu devi essere gennara” e da quell’agnizione terenziana furono quaderni di canzoni, di racconti, di frasi in inglese, di collegi italiani, di infanzie impreviste andate a scontrarsi in un fiato sulla prima morte di famiglia, e l’italia da maledire, le amicizie da bestemmiare, tutte le fragilità. Non ho un fratello. Ai tempi dei sogni lo sei stato tu. Hai una sorella. Che tiene in piedi il sogno e attraversa il terremoto con inflessibile amore. Anche per me.

dimmi che tornerà quell’uomo che sento l’uomo mio  quell’uomo che non saprà che non saprà di me

Oggi, come mi sento, come un’ereditiera. Scura. Come mentre tutto intorno può crollare, e resistono i gambi fragili, i colori umili, i contrasti atavici. Mi scuso per il non universale, per il tono retorico, per sto cuore di papera che indugia a volare, per sto cuore bambino che non vuole crescere. E che aspetta un ritorno.

collegio indecenti, la chiosa

Che per me non è collegio docenti se vicino a me non è seduto Cresyciàild.

Che secondo me CresyCiàild oggi, a sorpresa ce stava a pprovà, con quella storia della bella voce borbonica che ho e quel chiedere ma della tua vita privata qua nulla si sa, il tuo compagno è o era? insomma libero o incasinato, io non sono libero e sono limpido come un bicchiere d’acqua sporca (cresy ma sincero eh).

Ché l’ho capito che sente la primavera pure lui anche perché non teneva in mano il solito tomo di storia bassomedievale dei ducati lombardi al tempo dei re fancagoni ma ha estratto dalla borsa udite udite quelle che parevano cuffiette dell’Ipod o di un lettore mp3 e invece alla fine del filo c’era un lettore cd portatile che ero commossa, vi giuro. Non ne vedevo uno dal 96.

Che cresyciaild è considerato da tutti un folle e a me sta simpatico (forse da oggi con quelle carezzine sulle spalle un po’ meno, vediamo). Tutti pensano che sia scemo ma ieri nei corridoi mi incontra e mi dice “gattagennà ti han trovato avevano bisogno di te la bidella ics, il segretario ipsilon, il ragazzo zeta, il collega emme? gattagennà! un consiglio: sbaglia qualche volta, ascoltami, fai un errore, anche uno solo, grosso, vedrai che risolvi”

Al collegio indecenti oggi è stato clima da basso impero, come quando giugno si avvicina e tutti urlano a chi è il più bravo, a chi vuole uscire prima, a chi non ha capito cosa si sta votando, a chi io devo correggere, a chi il credito lo vuole crudo ben cotto medio?, a chi lavora ma non fa all’amore, a chi non lavora ma forse fa all’ammore sì ma con chi?, a chi non si potrebbe ritoccare la data del rientro di agosto? che nun putimm ffà ‘o primo di settembr?

Chiosa CresyCiàild: “Stamattina ho parlato con Lucifero e alla Coop fanno degli sconti sulla zizzania”

ma vaffengshui vah!

Attenzione: post ad alto tasso di parolacce.

Per distrarmi dalla variopinta idiozia che anima la sala professori dell’Istituto Durocome, mi sono data al feng shui. Anzi allo Space Clearing. Presente quando si compra un libro dove ti si dice che devi saperti liberare dei libri inutili? Ecco, cose così.

Siccome la felicità è tale se condivisa ora vi beccate un bel sunto del feng shui in questione.

1) Devo potenziare il mio Chi ed eliminare il Chi negativo. Chi? Chi è stato è a far sto casino?

2) Mi aggiro col metro in mano ma ancora non ho trovato i Cinque Gialli, Giove Granduca e i Tre Assassini che durante l’anno della scimmia stanno a sud. I soliti terroni.

3) La mamma dell’autrice del libro, rimasta vedova, è tornata felice solo quando le hanno buttato l’intera collezione del National Geographic del marito deceduto. Ecco, ora io sono zitella e le probabilità di maritarmi sono pari a quelle che il figlio del senatùr abbia una laurea (?) ma se dovesse mai capitare e muoio prima io del consorte, col cassero che gli lascio sugli scaffali le annate di Cucina Italiana e di Poesia di Crocetti.

4) Se il mio ingresso si apre a sud, la porta si apre a nord. Sto ancora cercando di decifrare la frase e già mi dice che, per proteggere la porta, devo visualizzare uno strato di luce blu perché tiene fuori le persone cattive. Attenti a voi, sto visualizzando una luce blu.

5) La pubblicità postale è spazzatura. Ma va? non l’avrei mai detto.

6) Considera la camera da letto come uno spazio sacro. Eh, n’ata vota. Ancora un po’ di rispetto del sesto comandamento e questa ce l’ho.

7) I sonagli a vento in legno a sud-est, quelli in metallo a ovest; qua ci vogliono gli 883. 7) bis il mio segno zodiacale cinese è il topo. Certo, se sto space clearing non lo inizio a dovere, io sono topo ma ne arriveranno presto altri cinque o sei, minimo.

8). Il portafoglio migliore è di colore rosso acceso. Tieni un biglietto da un dollaro che viene dalla tasca di una persona facoltosa, perché questo creerà per te l’energia della ricchezza.  Cazzzooooo, questo me lo dovevi dire primaaaaaa. Ufffaaaaa.

9) Bilanciare lo yin e lo yang di uno spazio. Gnapossofà. 9)bis Quando fare una purificazione psichica. ADESSO. Ora, subbito.

10) La testiera del letto non deve essere appoggiata alla parete che confina col bagno. Ora, io il letto potrei anche girarlo sull’altro lato ma io così dal letto mi vedo i ciliegi e il lago. Tié!

P.S. Poi per consolarmi del decluttering fallimentare, ho detto a Silvestro, mi fai un’ora di giardinaggio? Voglio il balcone fiorito, pieno pieno di geranei rossi, li ho visti al consorzio sulla provinciale, controlla tutto quel che ti serve, passa a comprarne un po’, mettili, fammi sto favore. Così la casa dentro fa schifo, ma fuori è bella. Risultato del balcone fiorito secondo Silvestro: un geranio, due vasi di fragole, una menta sudamericana che il vivaista ha garantito essere la migliore per il mojito (mi riferisce un Silvestro assai soddisfatto), e una pianta di pachino.

Forse dovrei riprovare quella cosa della luce blu, forse eh.

sai quando

ci sono i grilli ti stanno annegando le zanzariere che non si ricordano io sono a sera e come fai a dirlo ma cazzo ne sai che era oggi il grido di mai, parole di padri parola di medico ditelo a un medico, che non arredi pareti di greche scalpiccii di battiti, che dica guardi come noi è qui in bilico, per mettere i denti non basta un dentista, padri perdonano, padri che passano, suoni che crepano che in questa stanza, neanche una lacrima ma qui ho tanto spazio neanche una virgola. sai quando ti chiedono sei un maschio o sei femmina sai quando ti dicono ti amo al telefono sai quando sai che non c’era costanza. che c’è quella luce che sapevi di maggio, (quando a morire ci vuole coraggio) lasciata scritta sul taccuino, tra una bugia e una marca di vino.

Omo(b)logazione

Blogito ergo sum. Post ad alto tasso di egocentrismo.

Che mi ricordo su facebook uno che ogni giorno divideva gli utenti di facebook in categorie: i depressi lasciati, i politici aggressivi, gli sdolcinati rimbambiti, gli oscuri vati per destinatari imbesuiti, cose così. E io mi irritavo ché non capivo dove si mettesse lui, come pensasse di starne fuori a giudicare, dall’alto dei suoi 500 contatti e passa.

Ché poi me sono andata su Twitter e ierisera Vecchioni al concerto ha detto “30 parole e tutte quelle prima e tutte quelle dopo non contano più, bella stronzata”. Amo Vecchioni, ve l’ho già detto?

Chè poi me se sono andata sui blog a trovare l’America: e dissi un giorno a una ex collega molto attiva in parole opere e ammissioni: àpritelo un blog c’è visibilità, tu sei brava, non star chiusa lì su Fb a limitarti. Ma forse è proprio quello che vuole fare, pontificare tra persone scelte, avere la claque, essere autoreferenziale quanto basta per aprire un blog tra tre anni, forse e fare come quella che l’ha scoperto lei.

Chè poi io ci ho fatto la scoperta dell’America col blog, perché son lì che dico oggi non mi ha guardato nessuno, e oggi ho scritto una stupidata e poi dico chissenfrega, son qui per essere me stessa. A morire di curiositas come Psiche che le sorelle stronzette le dicevano guardalo bene che forse te dormi con un serpentone grosso e non con un bel giovine. Che avrebbero dato loro per star proprio col serpentone, eh!?

Ma siccome sono un’insicura (non sempre) e una menosa (non sempre) e una signorina Rottermaier inside (non sempre) mica mi piace che in certi blog se commenti rispondono a tutti tranne che a me, oppure per mesi mi commentano a me poi spariscono e non lo fanno più (penso: che avrò mai scritto di brutto), o quelli che hanno i tuoi commenti in moderazione da secoli perchè loro il blogroll se lo fanno ad hoc, chiusi chiusi dentro in un blog d’avorio. Ma solo perché ste cose le provo non da blogger ma da professoressa roceresale qual sono.

E anche tutti gli altri. Così il mondo bello perché avariato -come spesso sentenziava il mio docente di chimica del liceo- e il mondo dei blog è uno specchio (e daglie co sta visibilità) in cui qualcuno può o non può sentirsi celebre per i quindici minuti che non si negano a nessuno, qualcuno crea lavoro, qualcuno porta avanti la magia della grande tradizione italiana in cucina (i foodblogger, che bravissimi!), qualcuno fa quello che avrei voluto fare io e scrive o fotografa l’Ammerica, qualcuno crea riflessioni anche utillime sul lavoro (vivrei dei post di chi si sente sempre un po’ a disagio), qualcuno ci fa nuove amicizie (meraviglia se penso a Viviana, Raffaella, Marzio). Qualcuno ci abborda le ragazze. O viceversa. In modi più o meno simpatici. O perlomeno ci tenta. Qualcuno ci riesce (ma accompagnando il blog alle belle mails e poi a un bel biglietto per un’opera di Mozart, chiamalo fesso).

Morale della bloggite cronica: fateci tutti quel che volete. Ma se la bloggite diventa purulenta però fateci anche un piacere!

Oggi lo dico qui, a quest’ora, perché credo nel potere aggregante della rete, credo negli obiettivi, credo nella scrittura. E il credere lo lascio sempre friggere nel dubbio. E al dubbio metto di contorno sempre un bel piatto di fresca ironia. Questi i miei ingredienti. SEMPRE.

Disostruzione pediatrica

Non so perché in fondo abbia deciso di presenziare a questa iniziativa promossa dalla Croce Rossa Italiana, io sempre così avulsa e lontana dal mondo medico. So però perché ho chiesto a mia sorella di venire con me. Forse la circolare che presentava l’iniziativa mi ha mosso qualcosa, non resti indifferente davanti a quel sapere che in Italia in un anno 50 bambini (uno alla settimana quindi) muoiono soffocati per banali incidenti domestici, per aver ingerito pallline, giocattoli, acini d’uva, prosciutto, perfino wurstel. E che a volte le persone intorno ai bimbi, genitori, nonni, zie, vicini di casa o nel panico (giustamente) o convinti di cose sbagliate ma molto popolari, non fanno la mossa giusta per salvarli, anzi peggiorano la situazione. Provate a interrogarvi: chi di voi non ha sentito almeno una volta dire che si debbano infilare le dita in bocca per cercare di estrarre il corpo estraneo dalla gola dei piccini oppure che sia corretto metterli a testa in giù? Niente di più sbagliato.

E così stasera ho imparato che c’è un uomo, un medico, si chiama Marco Squicciarini e insegue con caparbietà il sogno di diffondere il più possibile le manovre corrette di disostruzione pediatrica: stasera ho visto in azione i volontari e le infermiere praticarle sui manichini. Ho sentito di storie finite male, i brividi tragici della commozione. In teoria, almeno in teoria, so oggi come andrebbero fatte le manovre esatte, come prendere un lattante dalla mandibola, come colpirlo sulla schiena se cosciente, perché insufflare e fare massaggio cardiaco nell’attesa dei soccorsi, se non più cosciente.

Certo, in teoria. Certo, non insegno all’asilo e alle elementari. Non mi servirà. Certo, il corso avrà anche una prosecuzione di tipo pratico e io mi riservo di decidere se posso farcela, se me la sento. Certo, stasera mi sono sentita “strana”, non so spiegare perché, come una “chiamata” (non ridete), ehi tu proprio tu, stiamo dicendo a te.

Vi chiedo, nel caso leggiate questo post, nel caso siate madri, padri, nonni o zii di piccolini, di sapere. Sapere che in pochi minuti preziosi la nostra conoscenza è ancora vita. In un soffio.