Legami di sangue

a P, a RV, a T (che mi leggano o no), alle radici, all’infanzia, al cognome.

come posso tesoro tenerti sul cuore se stanotte a Varsavia si muore

Undici anni. La casa era in affitto, da questa parte della montagna era andata bene, il terremoto si era attutito, nonno era in carrozzella come quello di cui mi cantavi le canzoni, ma io allora non lo sapevo ancora, desideravo solo che rispuntassi tu e lo skateboard, mi venissi a prendere, dipendevo dal tuo canto, dal tuo esserci, da sola stare in quella casa era dura, mi annoiavo, nonno era di poche parole, non lo conoscevo, nemmeno sapevo che l’avrei conosciuto meno, mi chiese di accendere il fornello, non riuscivo, mortificata lo vedevo ruotare e “sì proprie na ‘ncantata”. Gli anni di dopo, dell’attesa sulle scale il giorno del mio dimenticato compleanno, gli anni di adesso, una telefonata all’anno quel giorno lì foss’anche scappata in ammerica, eh, appunto, auguri.

poi cado coi piedi per terra e scoppiano folgore e tuono non credo alla vita pacifica non credo al perdono…

Otto anni. Dall’altra parte della montagna non era andata bene, il terremoto l’ha raso al suolo, il paese. E mentre eravamo in auto, riconoscere l’uscita dell’autostrada, le colline, fino alla salita, non vedo il campanile, papà e mio padre che pesava le parole per spiegarmi, la casa era la prima di una terrazza di prefabbricati arancioni, “rre baracche” che quante volte ci ho visto piangere mia nonna pronunciando la parola “stabbaracch”. E dieci mesi prima, le preghiere la mattina a scuola, diciamo una preghierina per la mamma di gennara dicevano le suore e io pregavo ma gennara ero io e dicevo perchè pregano queste, che vogliono da me. Mamma cosa vide quella notte, trascinando nonna, l’altra, che era in carrozzella, sui sanpietrini, te l’ho chiesto mille volte ma non reggevo alla tua conta dei morti. Reticente mamma, senza fiato nel telefonare alle zie a L’Aquila, quattro aprili fa. E ora lo sai che un terremoto può attraversare una famiglia. Mamma ieri hai chiesto se il paese del mio concorso vinto è proprio quello del castello caduto. Sì, era quello, mamma. Pensa.

Vorrei vederti dentro quando ricorderai in tutti questi anni non ti ho cercato mai  certo se tu volessi allora tornerei a testa bassa come oggi non si fa più.

Quindici anni. Uscivi da un garage, le mani sporche di sorrisi, chi eri tu che eri nato in terra caraibica, di te sapevo solo foto bionde che parevi il bambino di “tre nipoti e un maggiordomo”. Uscivi dal garage, dicesti solo “tu devi essere gennara” e da quell’agnizione terenziana furono quaderni di canzoni, di racconti, di frasi in inglese, di collegi italiani, di infanzie impreviste andate a scontrarsi in un fiato sulla prima morte di famiglia, e l’italia da maledire, le amicizie da bestemmiare, tutte le fragilità. Non ho un fratello. Ai tempi dei sogni lo sei stato tu. Hai una sorella. Che tiene in piedi il sogno e attraversa il terremoto con inflessibile amore. Anche per me.

dimmi che tornerà quell’uomo che sento l’uomo mio  quell’uomo che non saprà che non saprà di me

Oggi, come mi sento, come un’ereditiera. Scura. Come mentre tutto intorno può crollare, e resistono i gambi fragili, i colori umili, i contrasti atavici. Mi scuso per il non universale, per il tono retorico, per sto cuore di papera che indugia a volare, per sto cuore bambino che non vuole crescere. E che aspetta un ritorno.

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7 pensieri su “Legami di sangue

  1. Rimase a me un mucchio di se, se avesse, se fosse, se disse, se c’è.
    Amai, cantai, pensai e parlai, e adesso ho soltanto un ricordo oramai.

    1. San Felice sul Panaro. Vinsi concorso da operatrice culturale-bibliotecaria. Ma un mese dopo la prima supplenza, una casa in affitto, etc etc e restai qui.

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