la scuola spiegata al mio ca

llista. Ovvero “di quanti film mi faccio su come vanno le cose”

Fine agosto, andiamo, professori, è tempo di migrare. E’ tempo che tutte ma tutte le rassegne di cinema estivo chiudano con film sulla scuola. Appurato che quello italiano con Scamarcio farò a meno di vederlo, io mi sono goduta a sorpresa “Detachment” con Adrien Brody nel ruolo di un supplente nella solita classe difficile della scuola pubblica americana di periferia (credo). Il film è crudo quanto basta, intelligente quanto basta, retorico quanto basta, col finale non scontato quanto basta, disegnato bene quanto basta.

E con qualche messaggio dritto a me che sono ancora lì col ditino sul sito che dovrebbe rassicurarmi ma non lo farà nemmeno tanto perché nel frattempo ho scoperto che solo un miracolo mi salverà dal perdere la continuità didattica. Dopo due anni di intesa e un’estate di progettazione non avrò probabilmente la classe che ho da due anni con cui dovrei terminare il percorso.

Perché 18 è un numero divisibile per 6 e per 3 ma poi c’è anche un 19 che non è di diritto allora io che sono la più privilegiata degli esuberi (e degli esuberanti, deduco) ho diritto a quella di diritto e invece di fatto ho mandato fax e mail mute a uffici sordi perché voglio 19 che è numero primo, mi dicono, ma può essere diviso in 4+3 che fa 7 e poi un puzzle da 12 di 3 per 4. Non avete capito una mazza eh? Gli addetti ai lavori qualcosa intuiranno, si chiama organico e si fa come i Lego. I Lego e anche un po’ di Risiko e un paio di bluff al poker. Per i non addetti ai lavori dico solo che la formazione dei nostri ragazzi è affidata a questi giochini qua. Le classi le fanno col Sudoku.

Sento un po’ di amarezza, non capitava da tempo e mi spiace; poi mi fermo e penso al supplente della classe americana, penso al “dopo” perché la scuola io devo ricordarmelo  non sono io e la mia cattedra di quante ore é, ma è il dopo dei ragazzi che posso essere appena appena un ponte piccino. Penso che sbaglio io a prendermela sempre, a fare l’ansiosa, a non capire che in fondo il mio lavoro è ovunque mi mettano a farlo, penso ai miei amici precari che loro hanno un enorme se e io invece ho almeno il quando.

Penso che quel film non sia stato niente male e il trailer non è granché ma il film sì, è rimasto per ore con me. Perché prima di parlare di scuola (sai che palle) ha mostrato la nudità di un certo essere uomo.

Nudità. Autenticità.

Loro facciano Sudoku e Lego. Io, esisto e resisto. E provo il distacco.

4,3,2,1 null, ancora null

Sai da cosa si capisce che è finita, o che anche si comincia?

Non tanto dai miei debitori seduti intorno al tavolo di casa a sentirsi dire come fare un saggio breve che quello ormai puoi dare loro un nastro.

Non tanto dalle perturbazioni che il golfino ora lo metto e dalle feste della birra alle undici torno indietro.

Non tanto dalle nostalgie di fine agosto che per me erano i giorni d’ammore, sempre, dal camminare in campo santa maria formosa senza l’andervuer, al salire in Ossola e sbagliare calendari.

Ma dal fatto che da quattro giorni apro spasmodicamente un sito. Il sito delle promesse vane. Il sito che oggi dovrebbe dirmi sì ti utilizziamo lì anche quest’anno, garantendomi di poter portare agli esami i miei Latintristi che ora li capisco e li so come si deve. Ma loro non lo sanno, il sito spinge numeretti, graduatorie, leggine, circolari ministeriali, e sono le 10.48 e io non so ancora nulla.

Domani ricomincio a lavorare in una scuola che è un sito a decidere se sarà la mia. Un sito archeologico, o similare.

hai presente?

hai presente quando hai tanto caldo poi arriva il vento freschino e finalmente esci che te l’eri scritto da giugno che al 23 agosto volevi andare a quel concerto? e hai presente quando al concerto ci vai col golfino, più una speranza psicologica che altro, e parti dai laghi fai la A8 e arrivi a milano che non sanno cos’è il vento fresco e tu muori di afa? hai presente quando dici facimm’ampress che voglio tornare al fresco (foss’anche mettetemi in prigione preventiva che se non passa st’ondata di anticicloni ammazzo qualcosa lo sento?)

hai presente quando arrivi al Carroponte, che è una struttura di per sé tuonante, un po’ dispersiva forse per i concerti e c’è il gruppo di apertura che tu hai letto che ce ne sono due perché l’inglese è la tua lingua madre e hai letto opening act, fabularasa, e pensi che opening act sia uno dei due gruppi di apertura e i fabularasa l’altro?

hai presente che ti siedi per terra e la terra è così secca che i pantaloni lunghi (a casa c’era freschetto) si riempiono di restuccine tipo camporella e pensi saranno millenni che la parola camporella non dice nulla alla mia generazione, sarà rimasto solo il mio babbo a dirla? e che hai una canottiera color corallo regalo di una zia lontana che tua mamma si è ricordata di dartela solo ieri alla fine d’agosto? beh, era scollata e mi ci guardavano dentro? hai presente come fanno i maschi quando fingono di non guardarti le tette? e le donne? quelle non fingono nemmeno, tsk tsk?

hai presente un concerto che aspettavi da due mesi in un posto che non vende ghiaccioli che è  il tuo nutrimento di base dell’ultimo mese e a quanto pare dice la tizia della cassa perché non hanno trovato i fornitori? a sesto san giovanni i fornitori di ghiaccioli son merce rara, eh. e che gli son rimaste alla tizia della cassa tre e dico tre polpette di tonno da mangiare? cioé da far mangiare a me?

hai presente quando la voce del cantante ti piace un sacco, loro fanno un tour vecchio, portano in giro cioé uno dei primi album, dal titolo suggestivo, “gelaterie sconsacrate” che pensi eh già non li vendono i ghiaccioli allora davvero, non hanno il permesso? hai presente quando ti sei fatta i chilometri e alla fine non ti cantano la tua preferita? ma proprio non te la cantano, e tu esci dagli alti ferri del Carroponte contenta alla fine degli ennesimi orecchini comprati anche se a Silvestro non piacciono (e non piacciono nemmeno i cantanti, alla fine), delle polpette, dei non ghiaccioli, del gruppo di supporto che erano uno solo ma pure bravi i fabula rasa, contenta anche se niente canzone preferita, contenta di questa parola che hai, presente, ben presente. Hai presente?

PS. il gruppo segnato sull’agenda da due mesi erano i Virginiana MIller, io li ho conosciuti dopo questa canzone, con sottotitoli in latino (embé, direi) che però non è la mia preferita (ma quasi)

l’eco-pollo

scrive il mio amico metereologo sul famoso social network che “oggi eguagliato il record (del 2012 e degli ultimi 5 anni) di temperatura massima di 35,6°C fatto registrare ieri
vedremo se sarà anche la giornata più calda (cioè quella con temperatura media più alta) ma OCCHIO – da domani notte primi temporali possibili – rischio di grandinate e forti raffiche di vento!! più a rischio i rilievi e le valli”

in queste condizioni io sto da tre giorni chiusa in casa con le persiane accostate e come è facile immaginare mi nutro di bacche, di funghi muffe e licheni che nemmeno il ragazzotto di into the wild in Alaska (che però stava in Alaska il fortunello e mica sudava anche solo ad aprire il frigorifero).

tanto anche ad aprirlo le cose si presentavano così (mi preme come fossimo al Tiggì dirvi che le immagini sono di archivio e repertorio):

trattasi quindi di frigo con l’eco, per praticità da adesso in poi eco-frigo. a far la spesa andateci voi, miei prodi (per par condicio, anche miei maroni) con sto caldo che scioglie l’asfalto, io mi faccio il pollo, il petto di pollo secondo ricetta frigo con l’eco.

Tirate fuori dal freezer l’ultimo triste petto di pollo, tanto si è scongelato nello stesso tempo in cui mi asciugava il costume sul balcone, e prendete quello che avete nel frigo. Io ci avevo un lime semivivo, un pezzo di parmigiano, un pezzo di burro che però viene dall’Alpe, un burro coi fiocchi; mettete dei fiocchi di burro in padella a dorare, dorate i petti di pollo, aggiungere tutto il succo del lime, una manciata abbondante di parmigiano precedentemente grattugiato, lasciate cuocere fino all’addensarsi della salsina. Andate sul balcone, prendete la menta sudamericana di cui il perché si diceva tempo fa ma che non è mica una mentuccia qualsiasi, trituratela ed aggiungetela. Ahò, era ottimo sto pollo creato col frigo coll’eco. Un eco-pollo. Quasi un moijto se ci mettevo lo zucchero di canna.

Ora, per contraddizione e per consolazione, qualche foto di piatti molto meno eco, preparati da un amico (anche con il mio umile umile aiuto di portapiatti, pelapatate, girarisotti) in un adorabile localino milanese che adoro e che mi ha ospitato per la seconda volta in cucina, la sera del mio compleanno con il solito calore (spero però mi ospiti con freschezza, nei prossimi giorni, se esco):

Resto in attesa di quei temporali, quando farò la spesa e non avrò più velleità cuochiste. Promesso!

Shuffle

o del potere dell’ emmepitre funzione rigorosamente shuffle, sdraiata presso un torrente a millesettecento metri a ferragosto, che pare un titolo della regista dagli occhiali bianchi, e infatti. che faccio rido? Come se ridere di per sé bastasse già a risolvere gli errori, Scrivilo sui muri se vorrai qualcuno un giorno accanto a te che non pretenda d’essere il migliore…

Ci metti dentro quello che vuoi in quell’Ipoddino, lo carichi giorni prima secondo la stagione, perché la musica ha un’estate e ha un inverno, io ho avuto per anni anche la “musica del sabato”, rimasta ora in quale fondo di memoria del pc vecchio a colonna, fermo sotto il letto (alla faccia del feng-shui e dell’energia che ha da fluire sulle linee), rimasta ora solo e forse su qualche freddo I-Phone; It’s been a cruel summer, The sun has been hit by the storms My darling was bewitched by another, She caught my darling’s eye and as quickly as the lightning, I muttered a lonesome goodbye

Quindi in quel cosino piccolo piccolo, regalo di anni fa, primo regalo della lunga serie I-Cazz, ci ho messo la musica di ferragosto ché doveva essere per amor di precisione “la musica del ferragosto sulle Alpi tra il caldo e il freddo e la mia compagnevole solitudine” . I stand alone.

Il cosino piccolo piccolo te li sputa a caso i brani che nemmeno ti ricordi di averli scelti quelli, ne hai scelti di fretta novantanove, perché lo shuffle è sequenza caotica ma non disordinata (ci lessi un libercolo tempo fa, ma non lo gugolo mica), ti rimanda un puzzle di tessere tue la cui musica d’insieme non è più tua. Come la vita stessa forse? Filosofia spicciola dello shuffle.

Me ne son stata lì presso il torrente a pensare.  Com’è bello il vino rosso rosso rosso, bianco è il mattino, sono dentro a un fosso. E in mezzo all’acqua sporca godo queste stelle, questa vita è corta, è scritto sulla pelle.

Ho chiuso il libro e gli occhi When the ground was rumbling And the bathroom walls were bending I lay there wet and naked Oh i know your heard me yelling Out a name that you never used for me, till then..

Fino a quando ho capito che sì lo shuffle lo sa dove sei, lo sa che I’ve never felt alone
Like I do now, this moment I don’t belong here at all Must find the spark to go on

Lo shuffle sa anche dove stai andando, e cosa ci fai coi piedi a bagno in un gelido fiume,  Lascia che sia e che il diavolo se lo porti via non pensarci è una festa la tua età. Non sciupare il tuo sentimento. Lascia che sia metti tempo fra te e la nostalgia medicina da grandi amara o no Fa guarire ogni sentimento.

E’ colpa dello shuffle anche il post successivo, se poi mai lo scriverò.

Per chi desiderasse la sciàffolgrafia del post: bravagiulia di vascorossi, cruelsummer di karenelson, Istandalone del bellissimo dougpaisley, di pierociampi ilvino, caterpillar dei lambchop, tosurvive di joanapolicewoman, sentimento di miamartini, tutte in successione così alla cazz, ops alla sciàffol. Pare si chiamino pleilist. Plei, plei it again, Roceresà.

per la password delle nipotiniadi

digita il nome tutto minuscolo tutto attaccato italianalfabetizzato.

e questo, miei cari è l’indovinello, per chi come me ha sempre amato

l’uomo che no non te lo dà, l’anello, ma sa cosa farne, il “signore”;

non è una saga celtica, no, sbagliato

non è via col vento, no, pensa al luogo e non all’attore

non è lo sbarco sulla luna no ma in tutte queste cose trovate un appiglio,

abbiate pazienza con me, tanta:

le olimpiadi c’entrano sì, ma erano quelle del 96 e fa rima, sì, quelle di ……

 

QuBì

“Ma è normale che mi sembri di conoscervi da una vita?” chiedo io.

Loro ci sono abituate e mi dicono sì, e poi Chiacchiere-pranzo-chiacchiere-eremo-chiacchiere-spiaggia-chiacchierealquadrato.
L’avevo promesso, acqueemente che non mente mai, birre, libri che spuntano da ogni sponda, insalate pret à balconer, pankeics al cioccolato, buchi nel ghiaccio che son buchi nel ghiacciolo, le guardo e dico da quanto vi conosco, da sempre, da oggi, da sogni di passare a piedi nel granturco ma mi dicono no, guida, andiam dai coccodrilli che la ‘povna li vuole vedere. Poi vede solo il padre del figlio del trota.

Poi torna anche la quarta; così, sul ferry-boat e sull’altra sponda, complice l’amica reale, dove reale significa realizzare che tra reale e virtuale é sufficiente un tavolo, l’accoglienza, l’idromele (pare sia propizio alle novelle spose). Un goccio anche di quello; le chiacchiere diventano al cubo, QuBì. Solo cubiche sembrano bastare. Così ad un certo punto si fa notte, perché a contar coincidenze, si sa, non si finisce mai.

La notte in viadellago è di brezza serena, il balcone va seduto di culo a piedi nudi, chi accende sigari svizzeri chi finge di fumarli, chi versa due dita di torbato. QuBì.

Il giorno dopo si ricomincia. Il sentire ora è un polinomio, qualunque cosa diamine io ricordi che sia. E ora come faccio a salutarvi, ditemi che mi viene il magone e ora mi sentirò sola? Facile: ci si rivede presto. Mandatemi sms appena arrivate eh.

Ore 20.41 una scrive grazie di tutto, arrivata, a prestissimo
ore 20.42 l’altra scrive grazie di tutto, arrivata, a prestissimo

ore 20.43 sono tuoi gli occhiali rimasti in bagno? questo lo scrivo io al quadrato, ovviamente.

PS. Ho conosciuto La ‘Povna e la Noisette. Sono contenta. Han portato del sapore qui. Un po’ di sale. QuBì. Anzi molto di più.

a me mi piace vivere alla…

sono una di quelle che torna dal mare, non lava subito i costumi, lo farà, dopo, tanto non gli servono mica; il lago non è mare.

e così sto aspettando che asciughi il costume, in questo pomeriggio che c’è il cielo e il vento e le stelle lo promettevano già tutto quello che c’è, il trapuntino di stelle col Lagavulin saldo tra le mani sul molo più bello della sponda lombarda; che l’amica Tumistufi dice ma sto posto è una favola voglio una casa qua. Mettiti in fila, Tumistufi e prova a sposartelo te un dentista. Io passo.

e così sto aspettando che asciughi il costume per l’appuntamento annuale degli amici-colleghi; non sono né amici né colleghi miei ma la proprietà transitiva esiste, da anni, e ora aspetto il costume che asciughi, aspetto un sacco di cose, aspetto due colleghe-amiche, stavolta tutte mie fin dal primo punto e virgola che i punti e virgola non sbagliano mai a dirti che anima hai quando li metti a respirare scritti.

che poi stanotte magari lo rilavo di nuovo e lo metto ad asciugare il costume subito mentre recupero lo zapping notturno, anni mancati che io lo sapevo che solo d’estate la potevo rivolere la tivvù, per incantarmi su raistoria ad oltranza quando mi passa l’italia d’antan negli occhi. anzi l’italia mia, cantata al lavandino da mamma canterina paroliera, chi asciugava i piatti miei mamma cuoca era lei, chi in cucina cucinava mamma cuoca canticchiava, io la sera nel lettino…

i motivi per cui nel lessico familiare della gennara sia un caposaldo questa non ve li saprei nemmeno raccontare, forse sì, c’entra con quello che a sette anni non sai ma senti che ti apparterrà per sempre perché forse è tutto scritto, anche laddove il punto e virgola è stato mal usato, ma sto aspettando che asciughi il costume e quindi confesso che fin da quando ho sette anni

voglio sentirmi uguale uguale a un gatto rosa per essere sporcato e raccontare a tutti che sono immacolato,…a letto dove dormo, dove se posso sogno, dove non so capire se ho voglia o se ho bisogno e tu mi vieni a dire che adesso vuoi morire per amore…

Morire per amore? A me mi piace vivere alla grande già, girare per le favole in mutande…

accadde ad Amicapolis

“Maaaaaaa’!!!!”
“EEEEEEhhhh.”
“Domenica andiamo al lago. Da una mia amica.”
“Ok.”

Allora arriviamo, eh. Che la Brianza non è poi così lontana, un’oretta e sei su. No! Ma va, non è dall’altra parte!!! E’ zona norda, vai tra.

“Ma dove andiamo?”
“Andiamo dalla Rocere, che lei spacca. E poi, oh, cioè, troppe coincidenze strane. Va la’, vedrai che ti piacerà.”

E allora arriviamo al Lago. E sbagliamo strada. O meglio, proseguiamo su questo anello e saltiamo a piè pari la casa della Rocere, che prontamente esce e ci recupera, che vabbe’, siamo al Lago, mica a Milano. Va bene perdersi, ma ci si ritrova in fretta.

Allora, noi si ha da parlare un sacco. Perchè ci sono troppe emozioni, e le mamme, che sono mamme e lo sanno, ci lasciano fare.

Che poi ero felice a vedere le due mamme chiacchierare, prendere l’ascensore per l’eremo che io ho la mamma timida e fa bene vederla così, grazie mia Fabulla che pranzasti bene da me se ti sei portata da mangiare il riso freddo, io ho affettato il melone, fa caldo, quel caldo che sarà il freddo il vero freddo del midwest. Che poi, a dirla tutta, quando l’ho capito dove andavi un po’ ci son rimasta secca, non per te, perché alla fine blogghi o non blogghi gli altri sono una finestra su di te e anche se scrivo come Nori che io scrivo così anche se Nori l’ho letto dopo e una volta sola e non mi ha fatto impazzire che mi sembrava di leggere me scrivente cose non mie, il narcisismo è terribile, Teach, e allora alla Saint Thomas ho pensato quel giorno che quel posto era il mio. Mi sbagliavo e oggi sono felice di sbagliarmi, felice che sia tuo, uno perchè la realtà supera la fantasia, due perché poi almeno là, avrei fatto la panettiera e non la teach, ne sono sicura quanto sono sicura di quest’estate senza uomini, che anche quel libro l’ho scelto per la me che parte con te. L’ho comprato che non sapevo di avere la stessa autrice a casa, che non sapevo di dove fosse, che non sapevo che per smettere di essere in un posto bisogna tornarci per sempre e strapparvicisi. Buon viaggio Teach, a me un amico di Trinitapolis regalò il cappello foderato di pelo per partire. Forse avrei dovuto scovarlo nel fondo delle ante perché anche da Trinitapolis a Minchianapolis che distanza vuoi che c’è. Grazie di tutto, ragazza davvero in gamba. L’anno prossimo ti aspetto qua, io con mammà.

Oh, io parto, eh.
E un’estate senza uomini ci sto provando a passarla, ma è difficile. Tu vai a bere un caffè e….tac! Poi di giri e…tac di nuovo.
Ma che je fai agli uomini, Teach… Niente, ma questa è un’altra storia, una storia laica da scalinata sacra. Blasfema che sei, Teach. Che ti porto Nori perchè, dai, in fondo siamo martiri della letteratura anche noi. E che sì, che scrivete simili, ma cioè, è diverso, è un caso, perchè poi, ad analizzare bene non siete nemmeno simili. Ecco.

Teach, ricorda però che a Tettapolis non ti puoi mica portare le pesche di Trinitapolis.
Però le chiavi per graffiare una fiancata, sì. Eccome.

Ciao Rocere, vado a fare buchi nel ghiaccio. Ci vediamo l’anno che viene.

ciao Teach, buon viaggio!