La cartella del professore

Quei libri che compri così, a copertina chiusa, per il titolo forse, ti senti in dovere se ti senti chiamata in causa, te , la tua professione così in spolvero ai primi di settembre, o forse perché agli einaudi bianchi non resisti. Che vizio imperdibile, gli einaudi bianchi.

Chiuso in un sacchetto da maggio, lo apro a settembre e sono a Tokyo. Un mio sogno nemmeno tanto segreto, quello di gironzolare per Tokyo. Pagina dopo pagina, mi chiamo Tsukiko, ho 39 anni, un pessimo carattere, trascino la mia vita di nomi-ya in nomi-ya fino all’incontro con un vecchio professore di giapponese del liceo.

La magia di quando non succede nulla perché il tempo a Tokyo è un’opinione, la mia; anzi il tempo è scandito di Haiku e di emozioni inespresse seduti al Kotatsu. Tsukiko è una che sa esitare, è una che esita con sicurezza, il professore è un gentiluomo d’antan dotato di pungente ironia, hanno la passione per le stesse pietanze, si versano da bere, litri di saké, ciascuno per conto proprio. Per contro proprio si amano, negandolo stagione dopo stagione, natura dopo natura, incombe il tempo della vera stagione, della vera natura, dell’età del professore.

Io sono stata Tsukiko tra atmosfere eteree, montagne, laghi, proprietari di locande che da che mondo è mondo tessono con eleganza l’ultimo atto ruffiano, ho dato un nome alla mia solitudine di prima, alla solitudine di dopo, ho dato forma a un amore universale, avrò sempre con me quella cartella del professore che tutto contiene, la vita stessa, la morte certa.

Con questa delicata immedesimazione, per questa limpida scrittura di Kawakami Hiromi, partecipo in modo trasandato ai Venerdì del Libro di Homemademamma.

un famoso impermeabile blu

Ne avevo uno nello zainetto, quello che viaggia con me, che poi sa di treno, di treno in ritardo fermo per un guasto, quell’aria di treno che quando torni a casa la usi come scusa per docce più lunghe, shampi più profumati, creme al latte di mandorle che c’è sempre un treno tardi che finisce sulla pelle.

Poi torni, come un fulmine, e su questi treni leggi, leggi e ti dici basterebbe maggiore concretezza, spegnere di più il noial network che ti prende, e solo leggere, leggere. Leggi due libri per quattro treni, che ti prendono anche loro, e hai voglia di dirlo al mondo che cosa ci trovi dentro, allora ti anobii, certo ma senza i noial network con chi ci andavo poi a quel concerto, e come ci arrivavo a quei libri, quei treni.

Quando torni la bici è sgonfia sul ballatoio, ti accorgi che piove solo su di noi (nemmeno una nuvola passeggera) ed entri in casa e il momento che ti piacerebbe non arrivasse mai, arriva: il freddo è dentro, nelle stanze, non più fuori. Dovrai cedere in breve a revisioni di caldaie e devi cedere alle calze. Che non c’è come la stazione Centrale per contare quante infradito son passate a stivali in un giorno solo, americanine sciapite a parte con ciabattine di gomma, solo loro a sfilarmi sotto il cono al cioccolato di Venchi.

Ma in mezzo a tutto questo, a questo brulicare inutile di pensieri su chi sono io, su dove ho messo gli occhiali, sul fatto che ne vorrei un paio rosa confetto, su quanti minuti posso resistere in feltrinelli senza comprare un libro, un cd, un segnalibro da donare, in mezzo c’era lui, scherzosamente detto il vecchio, e la paura che piovesse. Invece all’Arena di Verona ci ha accolto la luna, un freddo rasserenato, una sottoscritta che non ha pianto nemmeno un goccino, come il cielo, nemmeno alla canzone di apertura, “quella” canzone; una sottoscritta che è stata lì, sognante per le 3 ore e 30 di concerto, e che lui è un gentiluomo d’antan e la musica, l’amicizia e i brividi sono arrivati. Ma non erano di freddo.

And what can I tell you my brother, my killer
What can I possibly say?
I guess that I miss you, I guess I forgive you
I’m glad you stood in my way.

a M., C., M&E, K., P.  e a cosa vuol dire averli incontrati.

Dove si compra un mappamondo?

Che ti chiedi 21 settembre, autunno sei arrivato, apriti cielo e portati via i milanesi, le cacche di cane in cortile, la tipa che nega sia stato il cane (no, certo le faccio io di notte), fai, o 21 settembre, una botta di freddo cane (appunto) così spariscono i croccantini sparsi sulle scale con quella che dice “ma tu le dai da mangiare al tuo gatto” “no, solo da bere, tento l’esperimento di vedere quanto vive digiuno un certosino”. Fanculo. Che per quanti me ne tengo di fanculi al giorno mi dovrebbero incoronare santa pazienza, santa polenta che l’amica di Palermo al telefono rideva da matti sentendomi santopazientare e rideva affermando “come se noi dicessimo santo sfincione o santa sarda a beccafico”. Eh beh.

Che ti chiedi 21 settembre, hai già un coordinamento di classe, uno di dipartimento, uno di asse, hai ancora i tuoi quattro assi bada bene a non capirci niente, hai un solo impegno fissato da mesi quel prossimo lunedì di settembre. Allora chiedi un permesso; fai anticamera perché sul permesso non sono chiare le ragioni del permesso (io però dico se lo chiedo per motivi personali perché devo autocertificare i motivi personali? e soprattutto come si fa?) e in un botto scopri che a cavallo di quel giorno hai tutti i consigli, un collegio, una riunione dall’altra parte della provincia e poi scopri che hai anche la comunione del tuo figlioccio e allora capisci che sarà una settimana in cui starai a casa un’ora forse e tutto il resto treni auto treni autotreni? E che alla fine ti aiutano tutti, ti spostano lo spostabile, ti esentano dall’esentabile e tu pensi vah che bello?

E ora ditemi, dove si compra un mappamondo? Perché io al mio figlioccio gli voglio proprio comprare un mappamondo, lo avrei sempre voluto da piccina io, a giocare col ditino “qua”, che è un gioco che mi è pure costato, qui e là.

Che ti chiedi 21 settembre sai oggi pomeriggio cosa faccio, leggo l’oroscopo quello famoso, quello bello in inglese, e mi dice “Roceresale Roceresale: Domande, sempre domande! Un piacevole diversivo ti lancerà in quella che ti sembrerà un’impresa impossibile, almeno fino a quando non ti porterà a un indizio che non sapevi nemmeno di cercare? Un incontro romantico in un luogo sconsacrato darà un impulso imprevisto alle tue fortune future? Nelle prossime settimane troverai le risposte a domande come queste”

Dove si compra un mappamondo? Questa è la domanda, e ho una sola settimana, signor Brezny (poi magari ritorniamo su quella del luogo sconsacrato e dell’incontro romantico, mo’ non ciòttémpo)

Che ti chiedi 21 settembre dopo aver letto l’oroscopo ed essermi chiesta dove si compra un mappamondo, che faccio, faccio un plumcheic. E lo faccio così. A mappamondo, che punto il ditino e voilà gli ingredienti.

PLUMCAKE DEL MAPPAMONDO

Ho sbattuto 3 uova con 120 ml di latte e 60 gr burro fuso già freddo; ho aggiunto e impastato la parte in polvere costituita da 170 gr farina 0, 50 gr farina integrale, 100 gr zucchero mascobado, 2 cucchiaini di cannella, 1 cucchiaino di lievito. A impasto morbido ne ho versato metà in uno stampo da plumcake imburrato e infarinato. Sopra la prima metà -affinché sembri una farcitura- ho inserito gocce di cioccolato fondente, scaglie sottilissime di pera Abate affettate con la mandolina. ancora gocce di cioccolato e trito di mandorle. Ho coperto con la seconda metà dell’impasto e fatto cuocere in forno preriscaldato a 160° per circa 55 minuti. L’ho portato a cena dal collega Golìa Ardò. L’ho fatto a fette e ce lo siamo scofanato con pallina di gelato fatta senza il coso per fare le palline (voi ce l’avete il coso per fare la palline di gelato? e il mappamondo, ce l’avete?). Ah: il gelato al gusto fico e al gusto cannella.

anniversari controversi

Ci sono giorni che batteranno il tempo sempre, e arrivano impietosi, puntuali a ricordarti, a scandirti. Si affievoliscono però, almeno nel dolore o nell’incomprensione e così cambi l’aggettivo, non sono più anniversari avversi come l’anno scorso, stesso giorno, non li copre più il segreto di un post protetto da password, esiti perfino, fino a qui, di volertici fermare ancora, a segnarli i giorni. Lo fai, perché scrivere serve a questo, a procedere il tempo. Io dubito fortemente che la vita mi vedrà alle prese ancora con quanto di femminile mi è stato dato e tolto in un batter di ciglia, in un volo d’aereo; dubito fino ad averne sentore certo, che certe seconde occasioni non passano più ma gli anniversari controversi son come quando ci hai pensato e lo sai che non capita ma se ricapita non piangi non piangi non piangerai più ma riderai come una pazza, mi piace pensare che riderei del ridere di Sara quando seppe di generare Isacco. Per cui la seconda puntata dello Shuffle, e una muta promessa di altri aggettivi senz’altri anniversari. Per cui:

19 settembre 2012  ovvero Cose da donna

Ho cominciato a sognare cose da donna su un terrazzino liberty ombreggiato di glicini. Avevo dodici anni,  sarebbe stata l’ultima estate senza mestruazioni, ascoltavo le canzoni alla radio, lanciavo un pallone al chiuso del pergolato e sognavo l’infinito di cosa e chi sarei stata da grande sull’infinito di un lezioso e aperto pianoforte. La canzone alla radio, di quando non sapevo l’inglese, diceva pressappoco così:

“Everytime you go away, you take a piece of me with you”

A 12 anni sei come carta moschicida, ti resta appiccicato addosso più di qualcosa, qualcosa sì qualcosa no. Ma non a caso. Se in una canzoncina ci senti il tuo infinito.

Quando poi l’inglese l’ho imparato, giocoforza, a trentott’anni quasi, “Everytime you go away, you take a piece of me with you”, quando ogni cinque settimane gli dicevo è come se mi spezzassero un braccio, amore, all’aeroporto e lui, amore, a dire, devi razionalizzare “Everytime you go away, you take a piece of me with you”.

Se io avessi una figlia di 11 o 12 anni oggi (ma non ce l’ho), non le farei ascoltare musica, non la farei crescere tra i glicini, non le farei leggere “il piccolo principe” nemmeno in regalo nemmeno in inglese, al massimo la porterei, al massimo, al museo della scienza e della tecnica ogni sabato.

Alla lunga, sulla lunga distanza, gli aridi vincono e razionalizzano.

la regola del ciclista inatteso, dell’harley davidson a pedali, del girasole pigro

Mettersi in discussione, di continuo. Sentirsi bravi e nello stesso tempo accorgersi di quante cose da imparare ogni giorno ho. Intelligenza emotiva: vedere le persone sprecare energie per contrastarsi, constatare che i capponi di Renzo, nemmen quelli sono il grado dell’evoluzione raggiunto in sala professori. Sbagliare a sentirsi bravi, restare in bilico tra bisogno di approvazione e il plauso altrui e snobismo accumulato di punta negli anni. Contare gli anni da settembre ed esser sfasata col mondo che lo fa dopo, lo fai dopo anche tu e son due capodanni, due momenti del cazzo-mi-metto anche se nell’armadio hai tale roba da dirle “puah, principiante” a quella magra e bassina di Secsendesìti.

Non sapere chi sei e saperlo meglio di altri, provare fastidio per gli sms, alcuni, attenderne altri, avere la soglia dell’invadenza bassissima, ai minimi storici e temere senza sosta di esserlo tu, invadente, se chiedi, se ci sei, se respiri. Posare davanti alla cam del computer, truccata, non truccata, canuta, ritinta, per cercare di scorgere i lineamenti che vedevano gli altri, chi ti amava soprattutto e ti specchiava bella. Vedere muso di ragazza e rughe di femmina. Crucciarsene (delle rughe) ma tentare di credere ad Anna Magnani.

Avere paura che gli amici vecchi non ti siano più amici, che quelli nuovi non vogliano continuare a esserlo, non sentirti amica tu di nessuno, incapace. Sdraiarsi per l’ultima volta (almeno quest’anno) sulla ghiaia di mare e su un lettino da psicanalista. Sentirsi bene, entrambe le volte, di aver conosciuto un male.
Dare sfogo all’ipocondria più selvaggia, indovinando il cuore; pressione 105 su 68 alle due del pomeriggio dopo mangiato, è bassa dice la mamma, ma è sbagliata la macchinetta dice il babbo. Diverse misure di pragmatismo, come somiglio.

Questo il mio caos, qui appuntato con doveroso narcisismo. Ora le regole:

1) Puoi salire in bicicletta verso casa tornando da scuola, incontrare un ciclista con gli occhi azzurri che visto così perfino ti piace, un bel tipo, che ti incrocia, e nel secondo dei vaievieni delle due ruote per due che fan quattro ti apre un sorrisone e ti dice “ma ciao”. Può succedere, me l’hanno garantito, sorridendo.

2) Puoi sognare che devi andare ad un appuntamento con l’estetista ma tu possiedi e non sai da dove essa arrivi, una Harley Davidson nuova di zecca, che la gente si ferma a fotografarne il viola sfolgorante, ce l’hai ed è a pedali. La guidi come puoi, mentre cerchi di telefonare per disdire l’appuntamento dall’estetista perché degli amici ti han chiesto di andar con loro a giro; e ti chiedi come mai si accenderà il motore, poi trovi una chiavetta uguale sputata a quelle delle macchinine a pedali dei bambini. La giri la chiavetta e pensi che non sarai capace di portarla, un’Harley Davidson vera. Invece scorazzi felice. L’Harley Davidson a pedali da bambina la guida una donna, da sola, con tranquillità. E va.

3) Puoi, a quello che rideva una settimana fa quando gli dicevo che stavan fiorendo i girasoli sul balcone, rideva perché i girasoli non si sarebbero mai aperti così tardi, ormai è cosa fatta, voleva rinunciassi, ecco a quello puoi dirglielo che non bisogna mai pensare sempre ingegneristicamente calendario alla mano perché due di quei striminziti girasoli diventati altissimi hanno aperto la corolla. Sono girasoli, dai, soltanto un po’ pigri.

Settembre non sarà mai il mio mese (cit.) ma mo’ le posso queste regole.

mi piace il giovedì e non dico bugie

Una prima, sono piccoli, e alla porta da tre giorni bussano uno alla volta quelli grandi, quelli che se ne sono andati e ora vengono a salutare. Non so se per nostalgia di quello che è stato per cinque anni un porto sicuro rispetto alla nuova avventura universitaria che hanno davanti o forse perché in qualche modo hanno bisogno di dirti che ce l’hanno fatta, bisogno che nasce dal non averglielo detto spesso, che tu ci credevi comunque. Una prima che ha già dentro un bell’impegno, e che non m’importa, è una sfida grossa, sono morbida solo di forme, il resto è di quelle che cominciano a giocare alloraquando il gioco si fa come si sa. Tosto. Una prima che mi fa fare qualcosa di lasciato da parte da tempo. Mi presento loro con la pagina più bella di tutta la letteratura italiana. Alla fine dell’ora gliela leggo. E leggo così:

“Ora bisogna sapere che Pinocchio, fra i suoi amici e compagni di scuola, ne aveva uno prediletto e carissimo, il quale si chiamava di nome Romeo; ma tutti lo chiamavano col soprannome di Lucignolo, per via del suo personalino asciutto, secco e allampanato, tale e quale come il lucignuolo nuovo di un lumino da notte.

Lucignolo era il ragazzo più svogliato e più birichino di tutta la scuola: ma Pinocchio gli voleva un gran bene. Difatti andò subito a cercarlo a casa per invitarlo alla colazione, e non lo trovò: tornò una seconda volta, e Lucignolo non c’era: tornò una terza volta, e fece la strada invano.Dove poterlo ripescare? Cerca di qua, cerca di là, finalmente lo vide nascosto sotto il portico di una casa di contadini.

— Che cosa fai costì? — gli domandò Pinocchio, avanzandosi.

— Aspetto la mezzanotte, per partire….

— Dove vai?

— Lontano, lontano, lontano!

— E io che son venuto a cercarti a casa tre volte!…

— Che cosa volevi da me?

— Non sai il grande avvenimento? Non sai la fortuna che mi è toccata?

— Quale?

— Domani finisco di essere un burattino e divento un ragazzo come te, e come tutti gli altri.

— Buon pro ti faccia.

— Domani dunque ti aspetto a colazione a casa mia.

— Ma se ti dico che parto questa sera.

— A che ora?

— Fra poco.

— E dove vai?

— Vado ad abitare in un paese…. che è il più bel paese di questo mondo: una vera cuccagna!…

— E come si chiama?

— Si chiama il «Paese dei Balocchi.» Perchè non vieni anche tu?

— Io? no davvero!

— Hai torto, Pinocchio! Credilo a me, che se non vieni, te ne pentirai. Dove vuoi trovare un paese più sano per noialtri ragazzi? Lì non vi sono scuole: lì non vi sono maestri; lì non vi sono libri. In quel paese benedetto non si studia mai. Il giovedì non si fa scuola: e ogni settimana è composta di sei giovedì e di una domenica. Figurati che le vacanze dell’autunno cominciano col primo di gennaio e finiscono coll’ultimo di dicembre. Ecco un paese, come piace veramente a me! Ecco come dovrebbero essere tutti i paesi civili!…

— Ma come si passano le giornate nel «Paese dei Balocchi?»

— Si passano baloccandosi e divertendosi dalla mattina alla sera. La sera poi si va a letto, e la mattina dopo si ricomincia daccapo. Che te ne pare?

— Uhm!… — fece Pinocchio; e tentennò leggermente il capo, come dire: — È una vita che la farei volentieri anch’io.

— Dunque, vuoi partire con me? Sì o no? Risolviti.

— No, no, no e poi no. Oramai ho promesso alla mia buona Fata di diventare un ragazzo perbene, e voglio mantenere la promessa. Anzi, siccome vedo che il sole va sotto, così ti lascio subito e scappo via. Dunque addio, e buon viaggio.

— Dove corri con tanta furia?

— A casa. La mia buona Fata vuole che ritorni prima di notte.

— Aspetta altri due minuti.

— Faccio troppo tardi.

— Due minuti soli.

— E se poi la Fata mi grida?

— Lasciala gridare. Quando avrà gridato ben bene, si cheterà — disse quella birba di Lucignolo.

— E come fai? Parti solo o in compagnia?

— Solo? Saremo più di cento ragazzi.

— E il viaggio lo fate a piedi?

— Fra poco passerà di qui il carro che mi deve prendere e condurre fin dentro ai confini di quel fortunatissimo paese.

— Che cosa pagherei che il carro passasse ora!…

— Perchè?

— Per vedervi partire tutti insieme.

— Rimani qui un altro poco e ci vedrai.

— No, no: voglio ritornare a casa.

— Aspetta altri due minuti.

— Ho indugiato anche troppo. La Fata starà in pensiero per me.

— Povera Fata! Che ha paura forse che ti mangino i pipistrelli?

— Ma dunque, — soggiunse Pinocchio — tu sei veramente sicuro che in quel paese non ci sono punte scuole?…

— Neanche l’ombra.

— E nemmeno maestri?

— Nemmeno uno.

— E non c’è mai l’obbligo di studiare?

— Mai, mai, mai!

— Che bel paese! — disse Pinocchio, sentendo venirsi l’acquolina in bocca. — Che bel paese! Io non ci sono stato mai, ma me lo figuro!…

— Perchè non vieni anche tu?

— È inutile che tu mi tenti! Oramai ho promesso alla mia buona Fata di diventare un ragazzo di giudizio, e non voglio mancare alla parola.

— Dunque addio, e salutami tanto le scuole ginnasiali!… e anche quelle liceali, se le incontri per la strada.

— Addio, Lucignolo; fa’ buon viaggio, divertiti e rammentati qualche volta degli amici. —

Ciò detto, il burattino fece due passi in atto di andarsene: ma poi, fermandosi e voltandosi all’amico, gli domandò:

— Ma sei proprio sicuro che in quel paese tutte le settimane sieno composte di sei giovedì e di una domenica?

— Sicurissimo.

— Ma lo sai dicerto, che le vacanze abbiano principio col primo di gennaio e finiscano coll’ultimo di dicembre?

— Di certissimo!

— Che bel paese! — ripetè Pinocchio, sputando dalla soverchia consolazione. Poi, fatto un animo risoluto, soggiunse in fretta e in furia:

— Dunque, addio davvero: e buon viaggio.

— Addio.

— Fra quanto partirete?

— Fra poco.

— Peccato! Se alla partenza mancasse un’ora sola, sarei quasi quasi capace di aspettare.

— E la Fata?…

— Oramai ho fatto tardi!… e tornare a casa un’ora prima o un’ora dopo è lo stesso.

— Povero Pinocchio! E se la Fata ti grida?

— Pazienza! La lascerò gridare. Quando avrà gridato ben bene si cheterà. —

Amo questa pagina, amo la perfezione di quei buoni propositi di bimbo intaccati dai sogni, che parola dopo parola, puntini di sospensione dopo puntini di sospensione rivelano il contrasto tra piacere e dovere, e il nostro dovere, leggendo Pinocchio, è leggere tra le righe il crescere degli Italiani nell’Italia Umbertina (però non confondiamo gli Umberti eh). Leggere tra le righe il monito antipedagogico di Collodi, che il lieto fine alla Storia del suo Burattino glielo mette obtorto collo, in tutti i sensi. Perché Pinocchio finisce morto impiccato, impiccato alla Quercia Grande, e là lo avremmo lasciato a piagnucolare il nome del suo suo babbo, se non fosse stato per i debiti di gioco del Lorenzini. Mi piace pensare agli scrittori pieni di debiti e a quante pagine altissime dobbiamo a tali cose considerate bassezze, mi piace pensare ai dissoluti e a dove si intrufola la letteratura, mi piace pensare al Rapagnetta che scappava in Francia e si faceva pubblicare il necrologio per aumentare le vendite dei suoi libri; mi piace pensare all’Ugo rosso di capelli e a quante donne sospirassero per lui, e ai suoi giochi di specchi.

Mi piace da impazzire la bambina che c’è in me e quella settimana in cui di giovedì non si va a scuola e la settimana è fatta di sei giovedì e una domenica, mi piace che fino in fondo a questo romanzo, che abbiamo la colpa di aver relegato nella “letteratura per l’infanzia”, ti resti la convinzione che medici, fate turchine, giudici, grilli parlanti, carabinieri non la spuntino mai sulla vitalità del bugiardo più simpatico e furbo della nostra storia perché l’autorità è da sempre castrante quando è cieca e immobile; la metamorfosi dovuta in bravo bambino (in adulto, in cittadino del regno) è controversa. E’ senza idillio, e anche questo mi piace.

Con questo disordinato intervento mezzo vissuto mezzo riscritto, mi piace l’idea di aver partecipato, per la prima volta ai venerdì del libro di Homedemamma. Mi piace anche l’idea che qualcuno torni a riscoprire Pinocchio nella versione integrale, e mi permetto di consigliare l’edizioni Einaudi con prefazione di Giovanni Jervis e le illustrazioni di Mazzanti e di Chiostri.

Noli me piangere

Infatti la Liguria è proprio una delle regioni che preferisco seconda forse solo al Piemonte, sorpassata di poca misura dalle Marche alle quali antepongo però l’Abruzzo e senza dimenticare che tra i miei paradisi c’è il mare di Calabria, il Friuli che ho recentemente riscoperto e la Sicilia che però le batte tutte.

Giorni di mare ai primi di settembre, partite con quella leggera idea che al mare saremo sole. Così non ti capaciti di quell’assalto al parcheggio al Malpasso lungo Aurelia che alle 7 e 30 del mattino è già pieno perché forse in quel tratto lo occupano fin da notte, deduciamo, e ci dormono dentro, non ti capaciti che per quattro giorni le locande di FinalBorgo siano prenotate e se riesci a mangiarci una volta è dopo le 22 e perché sei con una residente che conosce il proprietario. E che alle 22 solo così salti la coda di chi è in coda per cenare.

Alla fine dei conti sai che non è la riviera romagnola (ed è per quello che ci vai, oltre alla comodità di vivere sull’autostrada sempre vuota che ti ci vomita lì in un paio d’ore) alla fine dei conti quel tratto di mare con quella ghiaietta chiara che solo in Grecia tu l’hai vista ti ripaga di ogni sforzo ma alla fine dei conti l’ingresso alla spiaggia era 5 euro come l’acqua seduta in pizzeria, parcheggio 1,80 all’ora,  l’ombrellone con la sdraio 24 euro che tutto moltiplicato tre diviso due dici perché son tre giorni sennò non potevo. Sandali di cuoio in saldo 30 euro (mica potevo lasciarli lì) (OT ma è perché si tratta di scarpe).

E arriva la frase precisa “ma la crisi dov’è?”. Perché poi la crisi la cerchi in casa d’altri, tu sei lì, pensavi saresti stata sola al bagno, illusa, e tutti gli altri, dici, cosa ci fanno in Liguria a settembre, se c’è la crisi. Perché la crisi è anche narcisa, eh. Poi ragioni perché il caldo non lo impedisce, eh di ragionare, che non è poi un caldo così fuori stagione, a settembre é ancora normale. Ragioni e pensi non dovevo lasciare scienze politiche a metà, dovevo studiare ché in tempo di crisi non fai dieci giorni di mare ma quattro, non li fai con l’aereo ma sull’A26, non vai a Malibù ma a Varigotti.

Ragioni ancora, ridendo davanti alla vetrina di una immobiliare con Tumistufi che mi guarda entusiasta davanti al cartello di una ringhiera sull’azzurro e la scritta ” da riordinare, soggiorno cucina abitabile, camera bagno sulla spiaggia con cinque punti esclamativi” mi guarda entusiasta e dice “gattaGenni con 45mila a testa siamo felici per sempre”. Tumistufi, manca uno zero. Novecentomila, non novanta. Che forse a Malibù te la cavi con meno.

Non ragioni più perché non ne sei capace, lo ammetti e poi perché hai fame, dici son tre giorni crepi l’avarizia e ti siedi nei vicoli di Noli per partire presto che alle 15.40 la A10 il Cis viaggiare informati te la dice già bollino giallo.

Ti siedi e senti la serenità di chi alla fine se l’è potuto permettere e ha messo da parte per quattro giorni il negativo, ma che sa che esiste. Ti siedi e sai che in piccolo sei fortunata, hai un lavoro e ti piace, che sei fortunata anche in grande, non sei malata, non sei da sola, intorno a te in famiglia tutto per ora scorre ordinato, ti siedi ascolti il cameriere dare la colpa ai comunisti (testuali parole) saliti al potere in Comune, ordini un frittino di pesciolini che sai che da domani ciccia.

Ti siedi e in silenzio tu lo ringrazi il narratore onnisciente, lo ringrazi perfino di avere amici di facebook che non conosci ancora ma che l’amicizia è nobile ovunque la fai e ti ospitano in una casa bellissima; lo ringrazi insomma Quello, ed è come la vecchia abitudine di pregare davanti al cibo quotidiano, un’abitudine che tu, credente sghemba, credente a tre quarti, non pensavi di avere ma forse è lei ad avere te, un’abitudine di spirito che fa strade certo contorte se sale a fior di labbra sopra un fritto misto.

Dici grazie, lasci il parcheggio a uno dei trentasette in auto sotto il sole che attende se ne liberi di grazia uno, riprendi l’autostrada e torni a casa dalla Liguria di settembre.