mi piace il giovedì e non dico bugie

Una prima, sono piccoli, e alla porta da tre giorni bussano uno alla volta quelli grandi, quelli che se ne sono andati e ora vengono a salutare. Non so se per nostalgia di quello che è stato per cinque anni un porto sicuro rispetto alla nuova avventura universitaria che hanno davanti o forse perché in qualche modo hanno bisogno di dirti che ce l’hanno fatta, bisogno che nasce dal non averglielo detto spesso, che tu ci credevi comunque. Una prima che ha già dentro un bell’impegno, e che non m’importa, è una sfida grossa, sono morbida solo di forme, il resto è di quelle che cominciano a giocare alloraquando il gioco si fa come si sa. Tosto. Una prima che mi fa fare qualcosa di lasciato da parte da tempo. Mi presento loro con la pagina più bella di tutta la letteratura italiana. Alla fine dell’ora gliela leggo. E leggo così:

“Ora bisogna sapere che Pinocchio, fra i suoi amici e compagni di scuola, ne aveva uno prediletto e carissimo, il quale si chiamava di nome Romeo; ma tutti lo chiamavano col soprannome di Lucignolo, per via del suo personalino asciutto, secco e allampanato, tale e quale come il lucignuolo nuovo di un lumino da notte.

Lucignolo era il ragazzo più svogliato e più birichino di tutta la scuola: ma Pinocchio gli voleva un gran bene. Difatti andò subito a cercarlo a casa per invitarlo alla colazione, e non lo trovò: tornò una seconda volta, e Lucignolo non c’era: tornò una terza volta, e fece la strada invano.Dove poterlo ripescare? Cerca di qua, cerca di là, finalmente lo vide nascosto sotto il portico di una casa di contadini.

— Che cosa fai costì? — gli domandò Pinocchio, avanzandosi.

— Aspetto la mezzanotte, per partire….

— Dove vai?

— Lontano, lontano, lontano!

— E io che son venuto a cercarti a casa tre volte!…

— Che cosa volevi da me?

— Non sai il grande avvenimento? Non sai la fortuna che mi è toccata?

— Quale?

— Domani finisco di essere un burattino e divento un ragazzo come te, e come tutti gli altri.

— Buon pro ti faccia.

— Domani dunque ti aspetto a colazione a casa mia.

— Ma se ti dico che parto questa sera.

— A che ora?

— Fra poco.

— E dove vai?

— Vado ad abitare in un paese…. che è il più bel paese di questo mondo: una vera cuccagna!…

— E come si chiama?

— Si chiama il «Paese dei Balocchi.» Perchè non vieni anche tu?

— Io? no davvero!

— Hai torto, Pinocchio! Credilo a me, che se non vieni, te ne pentirai. Dove vuoi trovare un paese più sano per noialtri ragazzi? Lì non vi sono scuole: lì non vi sono maestri; lì non vi sono libri. In quel paese benedetto non si studia mai. Il giovedì non si fa scuola: e ogni settimana è composta di sei giovedì e di una domenica. Figurati che le vacanze dell’autunno cominciano col primo di gennaio e finiscono coll’ultimo di dicembre. Ecco un paese, come piace veramente a me! Ecco come dovrebbero essere tutti i paesi civili!…

— Ma come si passano le giornate nel «Paese dei Balocchi?»

— Si passano baloccandosi e divertendosi dalla mattina alla sera. La sera poi si va a letto, e la mattina dopo si ricomincia daccapo. Che te ne pare?

— Uhm!… — fece Pinocchio; e tentennò leggermente il capo, come dire: — È una vita che la farei volentieri anch’io.

— Dunque, vuoi partire con me? Sì o no? Risolviti.

— No, no, no e poi no. Oramai ho promesso alla mia buona Fata di diventare un ragazzo perbene, e voglio mantenere la promessa. Anzi, siccome vedo che il sole va sotto, così ti lascio subito e scappo via. Dunque addio, e buon viaggio.

— Dove corri con tanta furia?

— A casa. La mia buona Fata vuole che ritorni prima di notte.

— Aspetta altri due minuti.

— Faccio troppo tardi.

— Due minuti soli.

— E se poi la Fata mi grida?

— Lasciala gridare. Quando avrà gridato ben bene, si cheterà — disse quella birba di Lucignolo.

— E come fai? Parti solo o in compagnia?

— Solo? Saremo più di cento ragazzi.

— E il viaggio lo fate a piedi?

— Fra poco passerà di qui il carro che mi deve prendere e condurre fin dentro ai confini di quel fortunatissimo paese.

— Che cosa pagherei che il carro passasse ora!…

— Perchè?

— Per vedervi partire tutti insieme.

— Rimani qui un altro poco e ci vedrai.

— No, no: voglio ritornare a casa.

— Aspetta altri due minuti.

— Ho indugiato anche troppo. La Fata starà in pensiero per me.

— Povera Fata! Che ha paura forse che ti mangino i pipistrelli?

— Ma dunque, — soggiunse Pinocchio — tu sei veramente sicuro che in quel paese non ci sono punte scuole?…

— Neanche l’ombra.

— E nemmeno maestri?

— Nemmeno uno.

— E non c’è mai l’obbligo di studiare?

— Mai, mai, mai!

— Che bel paese! — disse Pinocchio, sentendo venirsi l’acquolina in bocca. — Che bel paese! Io non ci sono stato mai, ma me lo figuro!…

— Perchè non vieni anche tu?

— È inutile che tu mi tenti! Oramai ho promesso alla mia buona Fata di diventare un ragazzo di giudizio, e non voglio mancare alla parola.

— Dunque addio, e salutami tanto le scuole ginnasiali!… e anche quelle liceali, se le incontri per la strada.

— Addio, Lucignolo; fa’ buon viaggio, divertiti e rammentati qualche volta degli amici. —

Ciò detto, il burattino fece due passi in atto di andarsene: ma poi, fermandosi e voltandosi all’amico, gli domandò:

— Ma sei proprio sicuro che in quel paese tutte le settimane sieno composte di sei giovedì e di una domenica?

— Sicurissimo.

— Ma lo sai dicerto, che le vacanze abbiano principio col primo di gennaio e finiscano coll’ultimo di dicembre?

— Di certissimo!

— Che bel paese! — ripetè Pinocchio, sputando dalla soverchia consolazione. Poi, fatto un animo risoluto, soggiunse in fretta e in furia:

— Dunque, addio davvero: e buon viaggio.

— Addio.

— Fra quanto partirete?

— Fra poco.

— Peccato! Se alla partenza mancasse un’ora sola, sarei quasi quasi capace di aspettare.

— E la Fata?…

— Oramai ho fatto tardi!… e tornare a casa un’ora prima o un’ora dopo è lo stesso.

— Povero Pinocchio! E se la Fata ti grida?

— Pazienza! La lascerò gridare. Quando avrà gridato ben bene si cheterà. —

Amo questa pagina, amo la perfezione di quei buoni propositi di bimbo intaccati dai sogni, che parola dopo parola, puntini di sospensione dopo puntini di sospensione rivelano il contrasto tra piacere e dovere, e il nostro dovere, leggendo Pinocchio, è leggere tra le righe il crescere degli Italiani nell’Italia Umbertina (però non confondiamo gli Umberti eh). Leggere tra le righe il monito antipedagogico di Collodi, che il lieto fine alla Storia del suo Burattino glielo mette obtorto collo, in tutti i sensi. Perché Pinocchio finisce morto impiccato, impiccato alla Quercia Grande, e là lo avremmo lasciato a piagnucolare il nome del suo suo babbo, se non fosse stato per i debiti di gioco del Lorenzini. Mi piace pensare agli scrittori pieni di debiti e a quante pagine altissime dobbiamo a tali cose considerate bassezze, mi piace pensare ai dissoluti e a dove si intrufola la letteratura, mi piace pensare al Rapagnetta che scappava in Francia e si faceva pubblicare il necrologio per aumentare le vendite dei suoi libri; mi piace pensare all’Ugo rosso di capelli e a quante donne sospirassero per lui, e ai suoi giochi di specchi.

Mi piace da impazzire la bambina che c’è in me e quella settimana in cui di giovedì non si va a scuola e la settimana è fatta di sei giovedì e una domenica, mi piace che fino in fondo a questo romanzo, che abbiamo la colpa di aver relegato nella “letteratura per l’infanzia”, ti resti la convinzione che medici, fate turchine, giudici, grilli parlanti, carabinieri non la spuntino mai sulla vitalità del bugiardo più simpatico e furbo della nostra storia perché l’autorità è da sempre castrante quando è cieca e immobile; la metamorfosi dovuta in bravo bambino (in adulto, in cittadino del regno) è controversa. E’ senza idillio, e anche questo mi piace.

Con questo disordinato intervento mezzo vissuto mezzo riscritto, mi piace l’idea di aver partecipato, per la prima volta ai venerdì del libro di Homedemamma. Mi piace anche l’idea che qualcuno torni a riscoprire Pinocchio nella versione integrale, e mi permetto di consigliare l’edizioni Einaudi con prefazione di Giovanni Jervis e le illustrazioni di Mazzanti e di Chiostri.

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26 pensieri su “mi piace il giovedì e non dico bugie

  1. Anni fa (non troppi) feci un corso su Pinocchio nell’altro mondo, e fu bello anche per ragazzi un po’ più grandi. L’anno dopo lo proposi come libro di ingresso ai Maculati, e ci tenne compagnia per parecchio tempo. Studiammo quel finale del capitolo XV (anche se non sono i debiti di gioco, quella è leggenda metropolitan-letteraria – la verità è che, come spesso accade, Collodi riprese su insistenza dei redattori del Giornale per i bambini i quali a sua volta subivano le richieste dei piccoli lettori) e anche quello simmetrico e rispecchiato della nuova fine. E riflettemmo sul significato di fabula e intreccio assumendo che De Amicis ambienta il suo Cuore proprio nell’A.S. in cui un altro bambino scorrazza per la campagna toscana insieme a un suo ‘Franti’.
    Quest’anno, in quella meraviglia che è il nostro libro di testo, lo abbiamo come testo di ingresso – intrecciato per generi. E io me la scialo! Buon giovedì, GG! E non dimenticare di lasciare un commento per segnalarti, da Homemademamma!

    1. sì, il commento l’ho lasciato già.
      Anche la questione dei redattori la sapevo ma i debiti di gioco mi piaccion di più (sennò come ci mettevo dentro il mio amatissimo Rapagnetta?) (sono faziosa ehm ehm). Ti dico solo che Pinocchio insieme a Cuore sono il lascito più bello dei miei anni universitari. Un professore diciamo “caratteriale” ma grandioso nelle scelte monografiche. Bene, mi sa che dobbiamo riparlare di libri di testo, mi devi dare una bella lavata di testi sennò io ammuffisco sulle mie posizioni, eh. E sulle mi faziosità 😉

      1. Eh ho capito, però è falsa, quella vulgata, un po’ romantica e molto poco in linea con la storia dell’Italia bambina e (dunque) della nascita di Pinocchio (voluto da quel Martini che fu lo stesso a inventarsi la tradizione del fare gli italiani). Se fossero debiti di gioco, sarebbe tutto molto semplice. Invece secondo me Pinocchio si regge su una formazione di compromesso, così come la volontà del suo autore, che in realtà di vis educativa ne aveva da vendere (vd. Giannettino). Ma insomma, secondo me leggerlo a scuola paga sempre. Poi si vedrà!

        1. e ti dico, ora che mi ci fai pensare, potrei andare al di là della “boutade” dei primi giorni e lavorarci per esteso; non ho ancora il loro libro di testo però, sono in fase orientativa, ma, ma, ma però…

  2. Stavo giusto per chiederti da quale edizione avevi tratto il brano…ma hai “fatto i compiti” fino in fondo 😉 Io ne avevo una vecchissima con le pagine che si staccavano per l’usura e la copertina rigida che simulava il legno. Peccato sia andata persa 😦

    1. per essere una che sta lì in bilico ad attendere il carro per il paese dei balocchi, a volte stupisco eh… per stavolta niente orecchie d’asino.

      1. le due annualità di italiano, entrambe con G.B (molti monografici, spettacolari, sui Promessi Sposi e poi quello su PInocchio e Cuore). Orario fisso 17.30-19.30, roba che arrivavo in viadellago alle dieci di sera ma ne valeva la pena, puzza di sigaro a parte.

        1. Non ho in mente la relazione iniziali-persona, ma ho abbastanza la certezza che la scuola sia quella di V.S., nonché gli elementi del corso presi dal suo libro su quell’argomento lì…

  3. Avevo pensato di leggere un pezzo di Pinocchio come inizio di anno ai primini, poi ho optato per Stefano Benni, un brano tratto da L’ultima lacrima, che racconta un Paese dei Balocchi dei nostri giorni ma con un lessico meno ostico per le mie povere creature. Buon anno:-)

    1. e io invece vorrei ritentare un Benni che chissà perché non ho mai fatto in tempo e in voglia di apprezzare fino in fondo. Buon anno, che buffi siamo a dirlo ora!

  4. La scena iniziale del tuo post mi è familiare; ieri mattina ho visto tanti ragazzi diplomati presentarsi a scuola per salutare gli insegnanti, ormai ex, per comunicare loro il superamento dei test(l’agognata facoltà di medicina) e per tenere caldo un legame che, con il tempo, si allenterà sempre più, ma è la vicenda della vita.
    Hai scelto una bella pagina(per me non la più bella, ma de gustibus…)e apprezzo ancora di più le tue chiose al testo e all’extra, chiose libere dalle pastoie della critica letteraria che, validissima in ambito universitario, può rivelarsi, invece, pietra di inciampo per i ragazzi che si avvicinano ai libri e alla letteratura.

    1. Io ti ringrazio per le parole gentili che mi incoraggiano (non ho velleità di critica e anche se le avessi, mancano competenze). La facoltà come indovini bene è proprio l’agognata medicina. Mi resta ora la curiosità di sapere quale pagini preferisci tu, sono davvero curiosa.

  5. Mi piace il Pinocchio quello “vero” quello disneyano mooolto meno anzi…..
    Prince quando era piccolo guardava il cartone, poi quando è stato un pochino più grande, ma ancora in età da favola della buonanotte, gli leggevo il Pinocchio di Collodi ed era un continuo domande sul perchè faceva così e perchè diceva così…..
    Bello, bello

    1. quello disneyano non lo conosco, forse perchè non ho bambini, forse perché con quello “vero” tutto passa in secondo piano. Prince mi è simpaticissimo, me lo immagino a quell’età riempirti di domande anche buffe…

  6. disordinato intervento? non direi!
    la tua scrittura e’ lineare e chiara, e mi e’ piaciuto quell’accenno alle bassezze dei grandi scrittori che mi rimandano ai racconti di vita di altri artisti, che hanno prodotto tanto proprio grazie alle loro bassezze (certi pittori….).

    non ultimo il piacere di proporre ai miei bambini la lettura del pinocchio integrale.

    benvenuta al venerdi’ del libro!

    1. ma io ti ringrazio per accoglienza e complimenti. è stato divertente provarci, al venerdì del libro, fammi sapere se ai tuoi bimbi piacerà

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