reginette al burro, l’amore è azzurro

Che il sito della Apple Store mi ha preso in contropiede, lì che faccio in fretta a compilare i dati d’acquisto perché è il giorno dello sconto per i professori, all’Eppol Stor. Assistita dal collega Golia Ardò, tutore delle caratteristiche tecniche e io a dirgli ma la copertina, anzi scusa la smart case di che colore me l’ha messa? troppo serio il grigio scuro vero? e lui a sbruffare come gli uomini con le donne che scelgono la macchina per il colore o l’estetica (io, per esempio). Insomma mi han preso alla sprovvista dicendomi, cara signora potrà avere un’incisione laser gratuita per personalizzare, ci scriva qui quello che vuole che ci scriviamo, sul suo prodotto Eppol. Alla sprovvista, che a saperlo agli incisori ci pensavo giorni e giorni per scegliere che ho sto vizio qui da tardo adolescente di cercare la mia identità nelle frasette manco fossi ai tempi della Smemoranda. Commiseratemi, orsù.

Su due piedi allora glielo ho scritto agli incisori della Eppol come volevo personalizzare il mio loro prodotto. E ho scelto i versi più belli della letteratura italiana (non tutti, solo un incipit, della poesia più bella della poesia italiana).

Vi chiedo, a voi (anche se lei e lei secondo me la sanno già la soluzione) quali sono i versi più belli della nostra letteratura italiana. Secondo me e/o secondo voi, va bene uguale. Uno dei miei indovinelli scemi e finti in cui non si vince nulla che però io lo voglio sapere che poesia vi piace.

Cosa c’entrano le reginette al burro? Le reginette sono il mio formato di pasta preferito, semplici al burro da bambina erano una poesia. Me le son fatte stasera per festeggiare l’azzurro.

Ah, l’azzurro:

 

stoviglie color nostalgia

Mi portò a casa sua, a conoscere i suo genitori, stavamo insieme da poco, pochissimo, ed era più o meno questo periodo, novembre, quello che la gente comune da queste parti chiama “sotto Natale”, a giudicare dalla gente che ieri c’era nel negozio di superflua bellezza. Il novembre dei miei 18 anni, patente da poco, ero carina forte allora e non lo sapevo, magrina esile cascata di riccioli e quella roba lì, roba da ballare ad una festa da imboscati del liceo scientifico che io facevo il classico, lontano in città e uscivo con quelli dello scientifico di provincia (e il contrappasso che mi ha rimesso qui). Roba da ballare in una stanza vicino a lui tutta la sera senza scambiarci una parola che ero strana già a 18, io, poi quando me ne vado e solo quando me ne vado gli dico ciao magari se sabato prossimo ci ribecchiamo a una delle feste di sto giro, balliamo insieme, piacere roceresale e lui dice piacere claudio (o così ho capito io); roba che mi segue con le amiche e scrive a caratteri cubitali sulla condensa del vetro dell’auto il suo numero di telefono (l’amore ai tempi del telefono fisso). A me che ricordo ancora quelli delle elementari, di numeri, un numero di sei cifre le cui posizioni pari erano sempre zero. Potrei chiamare anche ora, mi risponderebbero sicuro i genitori di claudio che non era claudio che mi conobbero, sotto Natale.

A pochi mesi dalla guerra del Golfo, a poche ore dalle solite paure della gente di campagna del lupo cattivo, di nome Sadddam. Poi dissero al loro primogenito “l’è propri na tuseta” (esilina, la cascata di riccioli, e quella roba lì). E poi il primo esperimento (fallito) di suocera aggiunse al povero primogenito “e mi sa che è anche dall’altra parte” (perchè la regola mai parlare di politica con l’aspirante suocera mica la sapevo allora).

Dall’altra parte significava ancora comunista, per questi lombardi che son di Chiesa senza andarci in Chiesa, per quei lombardi sui cui valori bianchi, scudocrociati, di fertile produttività si innestarono da lì a pochi mesi i soli delle alpi e le ampolle del Po, del po’ di analisi che mi resta su queste terre (ma che ha fatto, interessante, Paolo Rumiz nel suo libro “La secessione leggera”)

Ierisera stavo così, come a diciott’anni. Un po’ delusa, incazzata, protestante davanti a fantasmi di neversuocere che le ho viste, con le loro tesserine elettorali, davanti a che tempo che fa anche se lo danno su rai tre. Come a diciott’anni, una tuseta che sta dall’altra parte. Dall’altra parte di quel presidente (oh toh, di nascita varesina) che è andato in tivù a dire balle, dall’altra parte di queste primarie. E siamo sotto Natale.

Io sono qualcosa che non resta…

32 dal 23

Mamma, di sabato sera partiva, coi treni di notte di quell’Italia lontana. Partire di notte, arrivare al mattino. Erano tempi di cassa integrazione; sai che faccio, ti lascio le bambine, vado da tua madre, da mia madre.

Babbo, di domenica sera, sedeva davanti al calcio. Io non ricordo, so che sorellina aveva un anno e mezzo, ricordo che prendevo sberloni ogni volta che le mordevo il sedere, tondo il sedere, io crudele. Sedeva davanti al calcio in tivù, c’era Napoli-Bologna quando alle 19.45 l’edizione straordinaria del Tg glielo interrompe il calcio e lo porta in un brutto sogno, fatto di telefoni che squillano con un paio di tu-tuuu e poi se ne perde il segnale.

I giorni a seguire, una traccia; telegiornali dopo telegiornali; io a carpire il nulla per me protettivo dagli adulti e l’ironia della parola “vedovo” che i vicini gli sdrammatizzavano addosso; io alle elementari, le suore, la messa del mattino “bambine preghiamo per la mamma di gennara”. Sì, lo ricordo nitido, lo sguardo della compagna antipatica, il suo Ave Maria più forte gettato negli occhi per dirmi “son brava, vedi come prego”. E dico, va bene, preghiamo per la mamma di gennara ma senza decidere che in fondo quella per cui pregare fosse davvero la mia. Di cosa pregavano,

Mamma?

Mamma, alle 19 circa del ventitré novembre, un novembre mite, strano e mite, cenava con la suocera, costretta su sedia a rotelle da una paresi, il suocero in cantina, sotto la strada, a distillare grappa con caldaietta un po’ fai da te. Che già dal pomeriggio gli dicevano Ro’ c’avita ffà cu chir cose, songh pericolos, Ro‘. Alle 19.34 mamma sente un boato e si dice “ecco, rru sapevo, chir suograme s’aviva stà‘”, dice è esplosa la roba in cantina ma poi il pavimento oscilla, capisce, prende la donna che non cammina, la tira per le braccia ma cadono tre volte, la terra la butta a terra le inchioda le ginocchia tre volte, prima di riuscire a trascinarsi fuori, al buio, nello spiazzo della “Cerza”. Novanta secondi, uno sputo di eterno se stai amando, sapete. Invece mia madre me lo dice quant’è  infinito un minuto e mezzo.

Ti dice del buio, di sua zia in cerca di lei con la torcia, delle urla della farmacista che chiedeva aiutatemi aiutatemi piangendo lo strazio di sapere una figlia sprofondata nelle viscere del palazzo. E mentre mia madre scende in quelle tenebre di crolli, conta i morti, tutti li ho contati i nostri morti, mi dice e sente i pianti dei bambini lì a fianco, che persero tutto. Furono mandati in un istituto, mi dice ma non sa di più. E dice di una cugina, le doglie, il parto, una figlia di quella notte.

Mi dice di essere tornata, qualche giorno dopo, quando poi l’Italia conobbe un suo pezzo discosto, paesi che erano presepi della grande fede sugli scontrosi Appennini; quando la gioventù solidale si mosse verso le nostre umili terre. Di non aver dormito per mesi, tornata, nella casa della mia infanzia così attaccata alla stazione da farla scuotere nel letto per il merci delle ventidue. Per mesi.

Me lo dice ora, da poco, perché le ho spezzato l’omertà del dolore da poco; ogni tanto le chiedo, le racconto di me, la cerco nei suoi racconti. Ora me lo dice senza sottrarsi a tutto quel dolore. Ora che 32 anni l’avranno levigato, ora che 32 anni hanno lenito lo strazio più forte, rinnovato in un attimo con L’Aquila, dove mia madre ha rami di famiglia, dove la famiglia è stata ancora una volta attraversata. Ora che 32 anni sono per molti solo l’eco della polemica sui fondi, sui soldi, sulla politica.

Ora che 32 anni sono passati su quelle delicatissime parole con cui, avvicinandosi alla collina, l’estate dopo, mio padre e mia madre tentavano di dire ai miei nove anni che avrebbero visto qualcosa di diverso. Che il campanile dov’è mamma? Ma i nove anni, lo sappiamo, vedono corto e solo ora dopo 32 anni ho la luce dell’abbaino addosso, che per arrivarci attraversavo la stanza dell’asino ma l’asino non c’era più era solo mio nonno divertito di farmi paura, e ho i gerani della loggia dentro agli occhi, gerani che così belli non li ho rivisti mai.

Dedicato a mia madre, al dolore delle madri, di quando generano, di quando incespicano; alla grande madre Irpinia, agli Appennini “che mi fan da vena dentro”.

Esigenze primarie

E il tablet, e il consiglio d’Istituto (ho vinto qualchecosa?) e il nordic walking e il supplente chi sarà, e questo e quello e la spesa (agg’ furnut o ccafé) e i croccantini del gatto e i sacchettini bianchi dell’Ikea per il fengshui che non lo faccio mai e udite udite il bigliettino che avrò in tasca se sul traghetto lo rincontro a Capitan Findus (che ne ho già pensate sedici versioni di sto messaggio; lo faccio audace? ironico? tenero? che ho già deciso che prima di natale mi farò baciare). Alt! Natale? C’ho altro cui pensare, ho esigenze primarie.

Devo fermare il babbo. Ché il babbo vole votare il sindaho di Firénze, vole votare. Allora glielo ho detto “babbo bella bischerata ti devi registrare onlain babbo e io non ti aiuto se te voti così” “Mi han detto che mi iscrivo lì cinque minuti prima di votare, tié”. Questo è il vantaggio di abitare con 1991 abitanti, lo svantaggio, scusino. No, babbo, non votarlo quello, tello vedi che pare mister Bean?

Lo devo fermare oppure, oppure…uff!

Oggi mammà, msr Littleparty, mi dice sottovoce “vedi che m’ha detto che vota l’altro, eh”. Mammà, babbo ci frega, oppure…

Rumori

Succede che un giorno apri in piedi a una stazione mentre aspetti un treno e non lo fai mai, apri un libro e lo leggi in piedi nella confusione. Ti soffermi e leggi:

“era disteso su un lettino lungo e stretto dentro il macchinario. Aveva un cuscino sotto le ginocchia e due lucine di riferimento sopra la testa, e si sforzava di ascoltare la musica. Dentro il rumore potente dello scanner fissò l’attenzione sugli strumenti, seprando i vari gruppi, archi, legni, ottoni. Il rumore era un violento staccato di colpi secchi, un clangore metallico […] e forse era per questo che aveva deciso di ascoltare musica classica quando lei gli aveva chiesto di scegliere. Negli auricolari la sentì dire che la successiva sequenza di rumori sarebbe durata tre minuti, e quando la musica riprese lui pensò a Nancy Dinnerstein, che gestiva una clinica del sonno a Boston. O all’altra Nancy, come faceva di cognome, durata poco, tra atti sessuali di scarso rilievo, quella volta a Portland, Oregon, senza un cognome. La città aveva un cognome, la donna no. Il rumore era insopportabile, un’alternanza di colpi sordi e acuti e di impulsi elettronici in vari toni. Ascoltava la musica e ripensava a ciò che aveva detto la radiologa ovvero che appena finita l’esperienza si dimentica subito, perciò quanto potrà mai essere tremenda, e a lui era sembrata una descrizione della morte. Ma quella era un’esperienza diversa, giusto? Diverso il rumore, e l’uomo intrappolato alla fine non scivola fuori dal tubo[…] Sentì la voce negli auricolari dire che la succesiiva sequenza di rumori sarebbe durata sette minuti”

La stessa sera davanti al pc invece, non ci sono treni, ci sono solo pensieri, pensieri di famiglia e arriva nella posta elettronica, lo stesso giorno della sequenza del libro e ti soffermi a leggere

“Ieri mi hanno fatta spogliare, mi hanno messo un camice verde e mi hanno fatta sdraiare in un lettino strettissimo. Dopo circa cinque minuti ho sentito questo lettino muoversi ed entrare in un “tubo” strettissimo. […] sono entrata quasi completamente dentro il tubo solo i miei piedi erano fuori, sentivo l’aria condizionata sulla punta delle dita:”meno male che non sono tutta dentro almeno non mi dà la sensazione di essere nell’ultima mia dimora…..!!!!!!!!” mi sono detta con un sorriso non troppo sorridente…..
Una volta dentro mi sono chiesta: ” e mo cosa faccio, devo passare un’ora e qualcosa qua dentro che faccio….????? a fare, posso fare poco ma a pensare…. ahhhhhh te voglio a pensà qua dentro….”[…] ma all’improvviso iniziano i rumori tipici della risonanza magnetica e ho legato i miei pensieri ai rumori.
In lontananza mi sembrava di sentire i piatti di una batteria, le bacchette del batterista battevano leggermente sui piatti e mi son detta ” è musica jazz sì mi sembra di sentire una canzone jazz degli anni cinquanta” e mi sono rilassata immaginandomi l’uomo di colore e la sua batteria.e cosi battevo il ritmo con la mia mente. Ad un tratto il dolce rumore viene sormontato da una serie di rumori fortissimi e ritmici da pensare ad un concerto rave e mi immaginavo davanti a una mega cassa a ballare fino allo sfinimento a ritmo di un tum tum tu tu tu tum tum tu tutu…..no, non mi piaceva e con la mente e l’orecchio cercavo la batteria di prima ….sì eccola l’avevo trovata ma era troppo lontana sembrava aver la meglio la musica house…Tac….. silenzio….. si risentiva nuovamente la mia batteria ecco mi rilasso nuovamente… macchèèèè dopo qualche secondo altro rumore, diverso, non era più un rave party…..che cos’è che cos’è?????? Credo sia una trivella sì una trivella e la mia mente non ha pensato a dei man in work muscolosi che fanno buchi sull’asfalto….no, ha pensato a una trivella che faceva buchi sul ghiaccio e la trivella la usavo io per fare buchi sul ghiaccio armata di sediolina e di una canna da pesca da mettere nel buco e seduta e con la canna dentro il buco fatto nel ghiaccio, aspettavo che qualche pesce abboccasse, ma forse non era un pesce quello che aspettavo sull’amo della mia canna, forse aspettavo che il vigliacco uscisse fuori da quel buco fatto nel ghiacccio…”

Un libro (di quelli che a ogni parola nascondono un respiro, un sussulto) e una vita (di quelle che ad ogni parola corrisponde un pezzo d’amore). Io non sono mai entrata in quel tubo. Per una questione di qualche settimana o mese, per un soffio di fortuna, perché il narratore voleva ancora altro, forse e chissà che veramente vuole, il narratore. Perché le vite s’incrociano, lo fanno le immagini e lo fanno le parole, lo fanno quei buchi nel ghiaccio davanti ai quali ci fermiamo ad aspettare che il vigliacco di turno esca. Le vite si incrociano e io la mia storia non te l’ho raccontata tutta, bellissima donna di cui porto il cognome. E il nome quasi, che ce lo separa un capriccio. Lo so che sei stanca, donna bella, lo so senza potere immaginare quanto. Non ti chiederò di sorridere, di stare su perché aiuta, non ti chiederò di non piangere. Non ti chiedo niente. Assolvo solo una promessa, fatta nel giorno del mio leggere e del tuo scrivere. Ho aspettato ora perché è il solo regalo di compleanno che so.

Mi trovi lì, sempre, su quella sediolina. Buon compleanno, passami la trivella per qualche minuto. Se non ti spiace oggi il ghiaccio lo spacco io, ti aiuto.

Passa la bellezza

Si comincia con un certo Hitler che i tedeschi gli riconoscono status di grande statista e gli intitolano facoltà di scienze politiche; si continua dicendo che il primo manifesto del fascismo non contenesse poi cose così sbagliate; si avanza dicendo che in democrazia, se tale fosse, l’apologia di fascismo a che serve? Si finisce che i docenti autoconvocatisi abbiano coinvolto gli alunni per i loro comodi, e che i pecoroni son quelli dalla loro parte, quelli di là, quelli del tecnico perché noi siamo quelli del liceo, siamo meglio (per definizione) e non ci facciamo strumentalizzare.

Si arriva a capire che c’è qualcosa che ha mosso lo status quo, il loro, il mio: le parole del più tosto sono a sera parole del più saggio; il sorriso del più aperto, è certo, non lo vedremo più. Da sabato a lunedì col groppo in gola, a dirmi uno alla volta, tutti gli errori di cui cascasse il cielo non ci sarà palinodia. Che imparino a sbagliare da sole, le vene fervide degli adolescenti; che lascino sbagliare da sola anche me.

Me che ho detto almeno un’ora al giorno per me: fosse mettermi lo smalto o la crema sui capelli, o meglio, rientrare a piedi su sto novembre che spinge ancora fuori le fragole (mah). E allora respiro dentro e passa la bellezza, come tutto, passa. Passano due lacrime al tramonto.

E Ponci che dice “Jìa lo tai cosa ci ha pottato la maettra di mùjica all’ajìlo?” (Ponci e la esse: un rapporto difficile) “no, amore, cosa?” “i’ pianoforte” “uh, come quello della zia” “a cada tua? ma io lo potto suonare coi piedi?”

Sì amore, suonalo colle mani, coi piedi; picchia sui tasti neri e sui tasti bianchi, sieditici sopra, cantaci dentro; fallo per me, per i bambini che non sono più, per la ragazza che non posso più stare; suona coi piedi, sfascialo sto pianoforte prima di diventarmi grande.

 

 

 

Se la prof seguisse il Moto Gp

Se Iacopo da Lentini “inventa” il sonetto e Iacopone da Todi “inventa” (?) la lauda drammatica io mi devo inventare altre strategie, più chiare, più scandite. La terza è un frullatore; i miei simpatici analfabeti di ritorno (anzi di sola andata) pieni di buona volontà stanno studiando come matti, cose di cui non capiscono evidentemente il senso.

Ho amato e amo la mia quinta ma la sfida che questi miei Comeback (e battezziamoli, suvvia) lasciano intravedere mi mette molta più energia addosso dell’autonomia maggiorenne dei Latintristi e mi è passata la piva di quando li ho visti comparire nella casellina vicino al mio nome nel foglio di attribuzione cattedra.

E il seguito di “back to the middle ages” è pronto. Perduta nella loro prima prova scritta di italiano mi sono imbattuta in molti ragguagli sul fatto che Marco Polo da Venezia abbia raggiunto il palazzo del Gran Khan in Arabia Saudita.

In più di un tema.

Chiedendo perché abbiano scritto tale stranezza, ho ottenuto la fatidica temibile risposta “l’ha detto lei”. Ma cosa diavolo c’entra l’arabia saudita? Marco Polo è andato (forse eh) in Cina, santocielo! Lo sappiamo fin dalle elementari, come posso averlo detto io? (e intanto dentro prenotavo visite neurologiche urgenti alla prima ora così visto che ci sono la salto). Serafici i Comeback “ma era quello che pensavamo noi prima della sua spiegazione” e Sogliolone mi porta il quaderno, mi mostra gli appunti, e tutto compito, dice “vede”?

E io vedo. Sì vedo, “Marco Polo raggiunge il Qatar” (scritto così). Prof, il Qatar, c’è il moto gp, in Qatar. Sappiamo dov’è il Qatar.

Ora aspetterò maggio, per parlar loro dell’amor di Orlando per la famosa bellissima Angelica, principessa del moto gp.

Back to the Middle Ages

“Nel quarto brano è presente uno dei più famosi dei generi letterari, l’Amor Cortese. Il massimo esponente di questo genere è Andrea Cappellano il quale scrisse il de Amore un brano all’interno del quale sono presenti i canoni e le regole dell’Amore Cortese. Questo non è un amore Carnal ma concepito come desiderio. Si è coscenti di desiderare una donna che non si potrà mai avere. […] Il secondo è una lauda drammatica scritta dal maggior esponente di questo genere, Jacopo da Lentini. Questo è un brano religioso che segue le tappe della via crucis”

E’ un indovinello, ovvio. Partecipate, è facile. Dovete indovinare cosa c’è da indovinare.

Amour (de terre lointaine)

Riconoscersi.

In una domenica in cui il tramonto è grigio ma profuma; in un pigiama tenuto addosso dalle dieci; in un gatto che ti fa aprir la porta alla campagna sei, sette volte; in uno schermo del pc che brilla tutto il pomeriggio coi libri a fianco, perfetta integrazione; negli alunni incastrati in classi virtuali dove adesso non possono fingere di non aver visualizzato; in un telefono che per fortuna è stato muto; in un’assenza che pareva da un momento all’altro aprire finestrella di skipe e sentire una voce che è sparita da un anno ma saprei rimodularla su audacity, con audacity e non me ne pento. Riconoscersi è sapersi. A memoria, contro la propria di memoria.

La domenica sera che porta verso il cine e stasera è il turno di Virzì. Ma che un ponte festivo ha fatto raddoppiare l’appuntamento e anche giovedì era domenica (come per il burattino che vive dentro me). E giovedì mi sono seduta davanti al film di Haneke con i grandiosi Jean-Louis Trintignant e Emmanuelle Riva.

E ho tremato dall’ inizio alla fine. Davanti a un capolavoro fatto di tempo, di visi, di gesti, fatto solo di realtà. Di respiri, di figli che per amore hanno risposte più sicure, di pianoforti toccati da dita malsicure. Sono uscita che non sapevo più parlare, convinta della durezza di questo film. La durezza di argomenti, quali la malattia e la vecchiezza, che vorresti solo  spostare, spostare da te. Non si è spostata di un millimetro l’angoscia che pervade l’appartamento borghese parigino fino sentire il nastro isolante sugli stipiti del mio cuore; non si è spostata ma è diventata amore. Il titolo è tutto quello che resta. E non è poco.

Se ne avessi mai la forza (una forza d’umiliarsi, eh) spedirei il dvd in terre lointaine con una dedica che suggello qua, per evitarlo e per conservarlo, l’amore. La dedica sarebbe a un uomo per cui l’amore è senza chiedere e senza condizioni. Povero. Povero uomo senza l’amore.

Si sta come d’autunno

a far foto  di foglie.

Che tu sei lì che è domenica che a pranzo c’hai mangiato i pizzoccheri (e l’aglio), a cena sei invitata ad una cena (fila eh) e prepari il gattò di patate (salsiccia piccante con l’aglio) sapendo che il menù prevederà risotto alla zucca, polpette (aglio), finocchi gratinati, torta di mele. Non sai che il resto è ribolla gialla, dogliani, santo spirito frescobaldi, grappa (che mo’ non chiedetemi che grappa fosse che a quell’altezza stavo già obnubilata – dall’aglio).

Ma prima di uscire una fila di sms,

– dammi mail che mando foto  di venerdì (fatto)

– ma quale era il cantante che volevi andare a sentire venerdì alla salumeria? (Micah P. Hinson) (salame!)

– cazzo ma mi piace un casino dovevi convincermi ad andarci (ci avrei tentato)

– foto mandate ora puoi farmi un post dove dici quanto sono simpatica. (sicura di volerlo davvero?)

Ha detto sì. E allora io ve lo dico quanto è simpatica una che le dici di andar dritta che la provinciale 69 (glielo scandisci bene seessantaanoooove) porta dritta a me lei va a destra e dice me l’hai detto tu, che a metà provinciale ti chiama e dice “cazzo ma è lontanissimo, voglio un rimborso spese”. Tu le fai trovare cachi e mirtilli, le fanno schifo i cachi sì e pure i mirtilli, allora dici vuoi la pasta con la salsiccia o le costine alla birra al forno? Dice pasta, va bene l’aglio? Dice nessun problema con l’aglio. E lì capisco, sì, allora sì può scoccare l’ammore, l’acqua del lago è talmente limpida che vi metterei la foto se lei non ci avesse inquadrato anche il mio sedere che fa provincia (anche se ora non si sa bene quale sia la provincia, credo lecco, ma che si può dire così?) e i miei capelli che ci paio il mago g della galbusera.

Che lei poi è simpatica, da matti, se non fosse per quella perversione delle foto in controluce. E io le dico, comme d’habitude, come mi abbiano cambiato i punti di vista questi passaggi da blog a vita (vissuti anche qui e qui)

Sms del rientro

– 1 h 15′ coast to coast (grazie del pomeriggio)

– cazzus il lievito madre ce lo siamo dimenticate (vorrà dire che me lo porterai)

Sì, obbedisco.