32 dal 23

Mamma, di sabato sera partiva, coi treni di notte di quell’Italia lontana. Partire di notte, arrivare al mattino. Erano tempi di cassa integrazione; sai che faccio, ti lascio le bambine, vado da tua madre, da mia madre.

Babbo, di domenica sera, sedeva davanti al calcio. Io non ricordo, so che sorellina aveva un anno e mezzo, ricordo che prendevo sberloni ogni volta che le mordevo il sedere, tondo il sedere, io crudele. Sedeva davanti al calcio in tivù, c’era Napoli-Bologna quando alle 19.45 l’edizione straordinaria del Tg glielo interrompe il calcio e lo porta in un brutto sogno, fatto di telefoni che squillano con un paio di tu-tuuu e poi se ne perde il segnale.

I giorni a seguire, una traccia; telegiornali dopo telegiornali; io a carpire il nulla per me protettivo dagli adulti e l’ironia della parola “vedovo” che i vicini gli sdrammatizzavano addosso; io alle elementari, le suore, la messa del mattino “bambine preghiamo per la mamma di gennara”. Sì, lo ricordo nitido, lo sguardo della compagna antipatica, il suo Ave Maria più forte gettato negli occhi per dirmi “son brava, vedi come prego”. E dico, va bene, preghiamo per la mamma di gennara ma senza decidere che in fondo quella per cui pregare fosse davvero la mia. Di cosa pregavano,

Mamma?

Mamma, alle 19 circa del ventitré novembre, un novembre mite, strano e mite, cenava con la suocera, costretta su sedia a rotelle da una paresi, il suocero in cantina, sotto la strada, a distillare grappa con caldaietta un po’ fai da te. Che già dal pomeriggio gli dicevano Ro’ c’avita ffà cu chir cose, songh pericolos, Ro‘. Alle 19.34 mamma sente un boato e si dice “ecco, rru sapevo, chir suograme s’aviva stà‘”, dice è esplosa la roba in cantina ma poi il pavimento oscilla, capisce, prende la donna che non cammina, la tira per le braccia ma cadono tre volte, la terra la butta a terra le inchioda le ginocchia tre volte, prima di riuscire a trascinarsi fuori, al buio, nello spiazzo della “Cerza”. Novanta secondi, uno sputo di eterno se stai amando, sapete. Invece mia madre me lo dice quant’è  infinito un minuto e mezzo.

Ti dice del buio, di sua zia in cerca di lei con la torcia, delle urla della farmacista che chiedeva aiutatemi aiutatemi piangendo lo strazio di sapere una figlia sprofondata nelle viscere del palazzo. E mentre mia madre scende in quelle tenebre di crolli, conta i morti, tutti li ho contati i nostri morti, mi dice e sente i pianti dei bambini lì a fianco, che persero tutto. Furono mandati in un istituto, mi dice ma non sa di più. E dice di una cugina, le doglie, il parto, una figlia di quella notte.

Mi dice di essere tornata, qualche giorno dopo, quando poi l’Italia conobbe un suo pezzo discosto, paesi che erano presepi della grande fede sugli scontrosi Appennini; quando la gioventù solidale si mosse verso le nostre umili terre. Di non aver dormito per mesi, tornata, nella casa della mia infanzia così attaccata alla stazione da farla scuotere nel letto per il merci delle ventidue. Per mesi.

Me lo dice ora, da poco, perché le ho spezzato l’omertà del dolore da poco; ogni tanto le chiedo, le racconto di me, la cerco nei suoi racconti. Ora me lo dice senza sottrarsi a tutto quel dolore. Ora che 32 anni l’avranno levigato, ora che 32 anni hanno lenito lo strazio più forte, rinnovato in un attimo con L’Aquila, dove mia madre ha rami di famiglia, dove la famiglia è stata ancora una volta attraversata. Ora che 32 anni sono per molti solo l’eco della polemica sui fondi, sui soldi, sulla politica.

Ora che 32 anni sono passati su quelle delicatissime parole con cui, avvicinandosi alla collina, l’estate dopo, mio padre e mia madre tentavano di dire ai miei nove anni che avrebbero visto qualcosa di diverso. Che il campanile dov’è mamma? Ma i nove anni, lo sappiamo, vedono corto e solo ora dopo 32 anni ho la luce dell’abbaino addosso, che per arrivarci attraversavo la stanza dell’asino ma l’asino non c’era più era solo mio nonno divertito di farmi paura, e ho i gerani della loggia dentro agli occhi, gerani che così belli non li ho rivisti mai.

Dedicato a mia madre, al dolore delle madri, di quando generano, di quando incespicano; alla grande madre Irpinia, agli Appennini “che mi fan da vena dentro”.

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29 pensieri su “32 dal 23

  1. Solo leggendo il titolo del tuo post nella lista delle mie email ho ricollegato che oggi è l’anniversario di quella strana notte, di quella brutta cosa che ancora mi terrorizza a pensarci. Dopo 32 anni. Io di anni ne avevo 8 e li ricordo tutti quegli interminabili secondi e la televisione accesa sul commento delle partite (forse era la Domenica Sportiva alla Rai) proprio quello che vedeva tuo padre. In città da noi il boato fu più ovattato, ma le mura ballavano e tremava tutto e dai mobili è caduto tutto quello che poteva cadere e di mia madre ricordo le urla e le braccia larghe per abbracciare me e mio fratello. Ricordo la notte passata all’aperto e i pianti delle persone… solo alla radio e da qualche tv ascoltavamo quello che era accaduto in Irpinia. E poi la corsa a piedi per il Corso per raggiungere casa di mia nonna e due palazzi crollati… in quelle stesse strade dove oggi, 32anni dopo, ci sono ancora palazzi puntellati (una vergogna inaudita!).
    È stato un momentaccio e poi dopo è arrivata l’Aquila e ancora il centro storico è inaccessibile… sperando che non seguano i tempi campani…
    Parliamone si… perché a volte senza che uno ne parli cadono nell’oblio le cose più brutte!

  2. Io ho vissuto personalmente il terremoto del Friuli nel 1976. Ragazzina spaventata, per mesi ho dormito in camera di mamma e papà. Eppure non ho mai pensato a chi non aveva più casa né letto né tetto, ragazzina egoista.

    Nel 1980 mio marito – allora fidanzato – era militare nell’aeronautica. Fu mandato, in quanto geometra, in Irpinia a rilevare i danni. Lui, ragazzo euforico perché un’esperienza così quando la riprovi più, mi raccontò del trattamento di favore che ebbe nell’essere ospitato nientepopodimeno che nell’Accademia dell’Aeronautica di Pozzuoli, delle colazioni con cappuccino e cornetto, del panettone la notte di natale, delle 280 mila lire guadagnate per la missione, della gran parte spesa per comprarmi un cameo a Carpi, in piazzetta. Però mi raccontò anche della splendida accoglienza che i terremotati gli riservavano, della sambuca che gli offrivano, che sambuca dopo sambuca arrivava brillo la sera in accademia.

    Dietro ogni evento del genere ci sono tante storie. Quella che hai raccontato tu fa venire le lacrime. Ho voluto anch’io raccontarti la mia piccola storia, per sorridere anche un po’.

    1. Hai fatto benissimo, ti ringrazio. Ho conosciuto qui in Lombardia molti ragazzi scesi in Irpinia, come tuo marito, per aiutare; tutti ricordano quell’accoglienza, quel dare nel ricevere.

  3. GattaG., un pugno nello stomaco è questo tuo post, ma giusto e onesto e doveroso. E io, che in quel momento terribile ero in motorino sulla via Aurelia e avevo 17 anni ed ero felice, ma l’ho sentito addosso come un tremore, vorrei consolarti, pur sapendo che qualsiasi cosa dica sarà perfettamente inutile.
    Ma ti abbraccio, questo sì, e ti linko un blog che amo, scritto da Elena, dura e meravigliosa aquilana, che nella sua città tremante ha perso tutto, ma non la voglia di scrivere.

    http://unamanciatadimore.blogspot.it/

  4. Io ero in tesi, assieme ad un ragazzo di Palagiano (TA), che aveva ripreso dopo il militare. Mi disse: povera gente, ma sai quanti invece si stanno fregando le mani dalla contentezza. Io, troppo ingenuo, non capii, o non volli capire.
    Poi vennero gli anni della “ricostruzione” dell’Irpinia, con i premi ai concessionari SAAB di Avellino perchè avevano fatto il record (sicuramente italiano, forse addirittura europeo) di auto vendute per abitante/potenziale cliente. I magnifici anni ’80. E capii.

    Anonimo SQ

    1. Ben di peggio fu quella ricostruzione; però è anche l’evento drammatico che fece nascere la protezione civile, in Italia. Non so: volevo col mio post proprio il contrario, rientrare nelle vite scosse e ricordare così. Sul dolore si specula sempre ma il 23 novembre per me è per il dolore.

      1. E il dolore noi lo comprendiamo e lo rispettiamo. Siamo uomini di cuore, direbbe De Crescenzo (per capirci).
        Ciao (triste), GG !

        Anonimo SQ

        PS la Prot. Civ. è il “silver thread” della vicenda, hai ragione.

    1. Essere piccole ci ha protetto, forse è per questo che ho voluto sapere e ho voluto vivere nella parole di una madre che era ragazza anche lei, in fondo, forzandole il silenzio.

  5. non me lo ricordo, ma con me lavora una ragazza il cui padre è morto in quel terremoto e quelle volte che si è sentito anche nella ma zona le viene da piangere perchè lei aveva otto anni e se lo ricorda benissimo

    1. chi l’ha vissuto non dimentica; se ti va dì a quella ragazza che le dedico un mio ricordo, un pensiero, qualcosa di motlo simile a una timida preghiera.

  6. Mi sento fortunata, la mia esperienza di quel terremoto sono i lampadari che oscillano e le pareti che ondeggiano piano. Vivevo a Milano ad un piano alto abbastanza da sentire l’eco del terremoto lontano abbastanza da non vederne la distruzione. Certi racconti ci avvicinano alle nostre mamme… Forse è stato utile a entrambe parlarne.

      1. Scusa, certo che no, stavo leggendo tutti i commenti e mi sono riallacciata a quelli sul terremoto del Friuli. A Milano arrivano i terremoti del Friuli, e dell’Emilia, oltre non andiamo.

  7. Parliamone, dice il titolo in alto. Dovrei parlare, commentare. Ho le lacrime agli occhi, e tu sai perchè. Quel 32 è il nostro 3e32. Tua madre è Claudia, Fabrizia, Antonella, Maria Paola, Anna e Alessandra e Chaira e poi basta basta basta. Lo strazio di morti in utili chè tanto non si impara. Si muore di terra di acqua di pietre e io dico basta ma non basta mai. Grazie a Linda per avermi portato qui, con la sua delicata sensibilità, con la sua generosa attenzione. Sono con te. Sono con voi.

    1. Ci ho pensato dopo averlo messo quel titolo, che il 32 er quel 32. Anche io ringrazio Linda, ringrazio i blog e ora mi hai commosso tu. Tanto.

Parliamone...

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