Quindici anni fa

Li guardavo oggi, dalla cattedra, quindici anni loro, quindici anni scolastici io che insegno. Li guardavo con fatica, la fatica di un primo giorno che non volevo arrivasse stavolta, pesa. Li guardavo e mi sembrava, di alcuni, aver già visto quella faccia, non so in quale anno, in quale scuola. Ho gettato da poco, con rammarico, schede di presentazione e messaggi di alunni del passato. Non li ricordavo quei nomi, d’acchito ma a scorrerli, affioravano i visi. Ho gettato.
Ora i primi miei ex alunni, di quindici anni fa, hanno 31 anni, hanno mariti, mogli e figli. E io no. Io che la famiglia sono loro. Anche quest’anno. Li guardavo, mentre cercavo cosa dire di nuovo e non c’è molto da dire, sempre più piccoli e distanti.
Mentre li guardavo vedevo me, un punto fermo, il punto fermo e loro, la folla dei quindici anni camminare veloci e oltrepassarmi nell’altra direzione.
Come nella scena scontata di qualche film banale, sulla solita fifth avenue. Vedevo questo, piatto immaginario di metà settembre.

Una poesia di Antonia Pozzi di cui non ricordo il titolo, in cui lei, la piccola grande Antonia, ricorda i suoi libri del liceo tenuti insieme dalla cintura, un oggetto che a malapena ricordo di aver visto alle elementari. E rimpiange quel tenere unito negli anni slabbrati della sua appena toccata maturità.