Il gioco del Tabù

Che poi in realta dovrei scrivere Taboo, altrimenti son sempre quella che non fa capire niente.

E avrei dovuto ringraziare chi mi ha scritto “bentornata” sotto il post del rientro, altrimenti son sempre quella che fa la cafonazza.

E rientro è stato, e mi son buttata a capofitto, correzioni, consigli di classe, ricevimenti; inoltre per fame di vita, cene coi pochi colleghi amici, aperitivi, uscite, incontri di quelli inaspettati.

Così è già il secondo sabato dall’inizio e sono a casa con la febbre. E il mal di pancia, immancabile come il commento di miss Little Party “avrai mangiato schifezze”. E tu eviti di raccontarle il menu da sgombero dell’osteria lombarda in cui, doveroso, s’è fatto preside il caro collega Golìa Ardò.

Ho la febbriciattola e ho voglia di una grande enorme cosmica partita al gioco del Taboo. Quel gioco, conoscerete, dove per far capire al compagno di squadra una parola, si deve parlare senza dirla, la parola. O forse si doveva solo disegnarla? – ché se è quel gioco lì, del disegno, le frasi che cominciavan con io, disegnavo due tette e l’amica capiva al volo-.
Una partita cosmica a taboo dove, che so, a marzo, nessuno pronunci espressamente le parole “caldo, primavera, ventuno, Alda Merini, poesia, uffa piove”. Pensa che marzo diverso e divertente. E che sulla carta del gioco ti capiti ci sia scritto, dai, evita per qualche mese le parole “invece io, invece io” (e non poterci nemmeno disegnare le tette). Minchia e qui si fa bello non solo marzo.

Ma si sa, l’antidoto all’arbiter elegantiarum di turno, me lo diede anni fa una donna nemmeno tanto amica, amica d’altri, che di primo acchito considerai cretina e cretina forte. Una donna che al quinto aborto spontaneo e al dubbio che un dialogo vero col marito non ci fosse, mi disse “che cazzo vai a fare in America, non andare” e aggiunse “un filo di rossetto, un sorriso e via andare”.

Un filo di rossetto, un sorriso e via andare. Ecco delle parole da usare, per marzo.

Il gioco del taboo che se il ventuno, il caldo, la primavera non fossero arrivati, di sabato con la febbre, non sarebbero arrivati il milanese (lui) e il suo flessibile. Ringraziandaaddìo, nel pomeriggio piove.

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22 pensieri su “Il gioco del Tabù

  1. Considerando il delirio febbrile sei più comprensibile che in altre circostanze in cui per capirci qualcosa mi toccava aspettar di leggere i commenti 🙂 posso scherzarci su, vero? E comunque il gioco coi disegni è un altro anche se non mi verrà in mente finché qualcuno non lo scriverà nei commenti…quindi dopo torno a controllare ché se no il cervello continuerà a girare a vuoto 🙂

    1. Quelli modernissimi issimi non appiccicano. Non che lo metta spesso eh, ma quando ci vuole. E via andare lo stesso.

    1. Ma tu continua a dirmelo, che mica mi spiace.
      Ti leggo sempre anche io, col cruccio di non metter piede in sala da due mesi. Sclero!

  2. e “c’hai” sì due tette riconoscibili 🙂
    Bello taboo, la mia amica l’aveva capito al contrario che si dovevano usare solo le parole della carta.
    DAi che questo mese pazzerello è quasi finito

  3. Non è niente che hai mangiato: ho passato sulla tazza l’ultimo week-end, un collega ha perso di andare ad un convegno all’estero (già pagato tutto…). Son gli ultimi virus, ecco tutto.
    Passa presto !

    Anonimo SQ

    1. L’han nominato da un’altra parte ma la nomina vera è quella con gli amici all’osteria e col varo del barbera fermo sulla prua. 😀

  4. Senti cara. Oggi qui nevica anche se è primavera. anche se io tutte quelle parole lì uso anche senza tabù, anche se ho messo le primule in giardino. Ecco, sono un po’ infastidita da quest’inverno ce non vuole andarsene da casa. Un abbraccio

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