La poesia del formaggio

Un pranzo qualunque, interno più o meno borghese, una pastasciutta al sugo.

Mamma, questo non è parmigiano. No, è grana padano. Io, dice, grattugiato sulla pasta preferisco il grana. Anche da mangiare così.
(Così=a pezzettini). Tuo padre a dire il vero, invece, no, preferisce il pecorino, in entrambi i modi.
Tua sorella, parmigiano grattugiato e grana invece da mangiare così.
Tuo cognato non può nemmeno sentirne l’odore, di nessuno dei tre.

Cinque persone, eh. Pensa al mondo.
Nonna avrebbe detto “chi la vole cotta e cchi la vole crura a stu monn”
Nonna, ah nonna, nonna avrebbe grattato il caso. Lu casoricòtt.

E io? Io, dopo quaranta e uno anni di non sia mai e per carità, infilo cipolla cruda ovunque.
Non è formaggio. Si parlava di formaggio, scema.


…anni fa un tizio che si dilettava di poesia, mi disse dell’esistenza di parole impoetiche e mi fece due esempi. La parola figa e la parola formaggio.

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34 pensieri su “La poesia del formaggio

  1. Io odio il formaggio. Altresì chiamato in Toscana cacio ( con una bella “c” aspirata) 🙂 Mi piaccciono soltanto mozzarella e ricotta. Insomma, quei formaggi che non puzzano di cacio 😀 Mettimi insieme a tuo cognato.

  2. Bah !
    Effettivamente l’odore del formaggio non è il massimo: ma che buono che buono che buono ! In tuutti i modi lo si consumi !
    Un po’ come l’altra faccenda…

    Anonimo SQ

    PS per la serie che le cose tutte hanno il loro perchè: anni fa un collaga chimico organico andò parecchi mesi inegli USA ad imparare come usare batteri di tutti i tipi per trasformare prodotti naturali a basso costo in cose molto più “difficili ” da sintetizzare direttamente per via chimica, facendosi così una discreta cultura sui batteri ed i loro metaboliti. Mi disse di aver osservato che i batteri che vivono sulla pelle dei piedi di noi umanio sono delle stesse famiglie di quelli che vivendo dentro al formaggio lo producono e gli conferiscono con la maturazione e stagionatura il gusto e l’odore.
    Come si vede, tutto si tiene.

  3. mah! sì, forse sul formaggio c’è poca poesia e su quell’altra parecchia prosa, ma se anche provassimo ad invertire i fattori credo rimarrebbero due elementi essenziali per la vita.

    1. Ci sarà uno zibaldone apocrifo, da qualche parte… Se anche l’abbia pronunciata, dici che l’ha assaggiato il formaggio?

    1. Allora, consonante per consonante, prova a pensare a un milanese o limitrofi che scende in irpinia dopo il 24 luglio e si sente chiedere dalla signora anziana “la vuoi la fiCa”? La faccia del tipo. Perché qui si passa dal formaggio alla frutta. E si resta nella poesia.

  4. Magari non ha valore poetico la parola formaggio, ma vuoi mettere un buon formaggio molle francese o più “semplicemente” un gorgonzola spalmabile?

    1. No, ecco, lo zola NO! Soprattutto tu no. 🙂 Però vedi davvero qui ora dalla poesia del formaggio siamo arrivati al punto di partenza: la sociologia del formaggio.

      1. Ecco! Questa è sociologia del formaggio e se iniziamo la dissertazione, tra profumi e gusti, ci metto un ottimo Rochefort normanno, che da solo meriterebbe un lungo e gustosissimo post!! 😉

  5. Certa gente andrebbe messa a leggersi un po’ di poesia vera – a testa in giù, dentro a un formicaio, possibilmente. Il formaggio e la fic/ga che non sono poetiche come parole, figurarsi. Ma neanche Petrarca alla terza bottiglia di vino avrebbe sottoscritto un eresia simile!
    Comunque io sono sia pro-grana che pro-parmigiano, in base al (poetico) principio che “chi a uno solo è fedele, verso l’altri è crudele”.
    (CHOMP)

  6. Il Parmigiano è poesia di per sé, ma io sono di parte (di quella parte d’Italia, intendo). Comunque non escluderei un lato poetico nemmeno nell’altra parte della coppia

  7. Non so se sia poetico o no, il parmigiano (ohibò al grana padano), che rappresenta per me un gusto fondamentale dell’infanzia, irrinunciabile. Per dire, io lo aggiungo anche alla pasta col tonno ed al purè di patate. W il sapore umami! 🙂

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