Se c’è qualcosa da dire ancora, ce lo dirà

La mia scuola non sarà mai la tua.
E non per il tailleur impeccabile, per gli accessori che costeranno quanto lo stipendio, non per la messa in piega fresca bisettimanale, non per la nobiltà di sclatta o per la patrimoniale.
Queste sono cose capitateci a caso, potevo nascerci io blasonata ed eran cazzi a far la comunista, poi.
La mia scuola non sarà mai la tua perché tu vuoi essere pagata (dallo Stato, cioé dai contribuenti, sia messo a verbale) “per non stare in classe”, ma in qualità di “esperta”, che nella vita hai imparato tante cose. Che per una che sa tante cose la didattica è noia.
Tante chiacchiere.
Tutti vorremmo essere pagati per fare quattro chiacchiere.
Bah, io no.
La mia scuola non sarà mai la tua, quella degli amici “esperti” esterni che a forza, fregandosene del parere contrario di collegi e consigli, ricicli, tu e la cricca e propini.
La mia scuola non sarà mai la tua, che con tono pacato e savoir faire e falsità fingi anche e il tuo lavoro è adulare adulare adulare.
Me no, ché a me dei fiocchi sulla tovaglia della merenda me ne fotto.
Me no, ché io sono ideologica.
Inculco idee nei ragazzi. Le mie. Si sa, nella scuola “privata” non si fa.
Finché campo la mia scuola non sarà mai la tua.
E nemmeno la mia.
Finché campo la scuola resta pubblica.

Come per i carabinieri, un giuramento allo Stato ci vorrebbe. Mentre lo Stato assume persone senza nemmeno un giorno di servizio nel pubblico, in virtù di un elenco.

Che a starci in quell’elenco pare si diventi “esperto”.

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55 pensieri su “Se c’è qualcosa da dire ancora, ce lo dirà

  1. Si sta alzando la canzone popolare. Nella scuola privata si fa. Altrettanto forse anche di più. Ma le idee son le loro e allora va tutto bene. Ma si sta alzando la canzone popolare. E continuiamo ad alzarci noi. Che s’illudono di vederci supini a preoccuparci solo dei quattrini e invece no, restiamo qui in trincea a combattere per un’idea di dignità per loro troppo difficile da comprendere. Non ci avranno. Non mi avranno.

  2. Cito parola per parola Iome. E comunque, a nascere di alto-borghese schiatta, si può fare la comunista (meglio: la liberal-socialista) uguale. E’ più difficile, comporta una certa comprensione hegeliana del percorso. Ma si può.

    1. Lo so. Bene. Riportavo seppur sottilmente l’idea sottesa di molti che ti guardano come a dirti “credimi credimi sei comunista (??????) perché sei figlia di operai”. Me l’han detto anche in faccia. Brrrrrrr. Tutto.

    2. Ps. Ti solleverà sapere che ho cominciato a capire cosa mi distanzia finalmente dalla nostra italica schiatta di pseudointellettuali di sinistra (i “miei” Serra, Dandini and Company) Perché prima o poi l’illuminazione ribelle arriva.

  3. Credo che nella pubblica quanto nella privata ciascuno inculchi idee…le sue. E se nelle private ci si aspetta maggiore omogeneità nella pubblica vi è comunque una pluralità di idee che son sempre e comunque quelle del singolo. A me ogni tanto piacerebbe un po’ di rigore nell’insegnamento e quello spesso manca -presenti esclusi- sia nel pubblico che nel privato. Le mie figlie sono andate alle private, tutte e due hanno imparato a ragionare criticamente, in controtendenza col sistema -tanto io son la pecora nera della famiglia e mi piace così 😉 -però una ha imparato tantissimo e l’altra…beh lasciamo stare.

    1. Stravagaria, lungi da me una tirata sulla privata. È una scelta. E si deve poter fare. La tirata è su chi è nello Stato e lo fa con mentalità “privatistico”. E pensa bellamente di avere curricula a chiacchiere. In questo so che la pensiamo paro paro! 😉

      1. La mia è stata una scelta legata a molti fattori e non è detto che la rifarei oggi come oggi. E non sono affatto un difensore della scuola privata. Come sempre dipende… Il pubblico e il privato non sono in antitesi ma devono far bene gli uni e gli altri, senza speculazioni.

      1. Ci ho pensato tanto, anche a questo. Sono d’accordo, fatta eccezione per nidi e materne. Lì, se avessi figli, una mano dallo Stato (che su quegli ordini di scuola è un po’ assente) mi piacerebbe poterla avere.

        1. Basterebbe che lo Stato potenziasse gli investimenti, e la mano sarebbe quella. Tutti i casi più eclatanti di maltrattamenti, in situazioni nelle quali è molto più difficile avere un report diretto dagli alunni, erano, guarda caso, nidi e materne privati, luoghi dove, anche e a maggior ragione, la presenza dello Stato dovrebbe essere ancora più assoluta.

            1. Esattamente: il che dimostra che – anche e maggior ragione nelle scuole per l’infanzia – se il pubblico interviene bene, non c’è alcun bisogno che poi vada a finanziare i privati perché facciano, da supplenti, ciò che il pubblico è in grado di fare molto meglio da sé.

              1. Sì, è vero, e ne ho la controprova: un giorno dovetti iscriverlo ad una materna privata, per il fatto che gli esami di riparazione della mia scuola cadevano in giorni in cui la sua era ancora chiusa. Fu un disastro: tanti bambini in spazi angusti, niente cortile, poche maestre e poche attività. Lo ritirai da quella prigione e lo portai dalla nonna.

                1. Confermo quest’estate, per mere questioni organizzative, la nana è andata al centro estivo della notissima, fighissima materna privata di piccola città. Feedback della nanetta: si mangia bene (e aveva ragione), ma preferisco il mio asilo. Alla domanda cosa fate, ha risposto aspettiamo mezzogiorno e aspettiamo la merenda.

    1. una riga di essenzialità. hai anticipato purammè.
      su nidi e materne: dipende. la sensazione è che sia troppo a macchia di leopardo la gestione pubblica/privata. in certe zone di certe regioni (senza andare troppo lontano: il ricco veneto industriale) non esistono proprio, ad esempio, asili pubblici.

      1. Non esistono per l’appunto perché la regione (il pubblico) ha scelto di finanziare il privato o di dare bonus. Là dove ci sono i fondi, non c’è storia, dunque la soluzione, lapalissiana, non è aumentare i bonus ma aumentare i fondi e gli investimenti pubblici, direi!

  4. vedrai, se è lì solo di passaggio, non ci resterà. se invece ha preso il posto di ruolo, un annetto nella scuola pubblica le farà passare molte arie di superiorità. senza oneri per lo Stato.

    1. Mmmh. Siamo davanti a un caso ostico. Ci è restata, ci ha riciclato i progetti vecchi accolti come manna dal cielo. E in qualche anno le arie stan sempre là, dissimulate.

  5. Vexata questio, quella tra privato e pubblico nella scuola.
    E le mie esperienze nel pubblico (alcune buone, molte pessime, principalmente per l’inadeguatezza delle insegnanti) e nel privato (stranamente migliori di quel che pensavo) mi han confermato che c’è buon pubblico e pessimo pubblico, buon privato e pessimo privato. Non è così semplice. Quantomeno nel privato gli insegnanti ti parlano con meno spocchia.
    Certo, se lo stato ti permette di dedurre le spese del veterinario del cane, potrebbe almeno permetterti di dedurre le rette delle private. Sui contributi pubblici alle private, nella mia regione, distinguiamo per favore le chiacchiere/promesse dai fatti. L’altr’anno (2013) credo che la Regione non avesse ancora trasferito completamente alle professionali private il contributo del 2011 (mi pare mancasse il 25 %). E’ vero che gli interessi son bassi, ma qui non si copre neppure il dovuto, ecco.

    Anonimo SQ

    1. Anonimo, perdonami: ci sono cose, l’istruzione è tra quelle, in cui l’ideologia, lo rivendico con fierezza, è tutto. E le esperienze personali hanno la stessa importanza di un bruscolino.

      1. Scusami se non sono daccordo, povna.
        In questo (horribile dictu!) sono ferocemente renziano: quando in questo paese lasceremo da parte le ideologie, e saremo concreti e pratici, sarà sempre stato tardi. Il 90% dei nostri guai viene da quello.
        Se poi anche questa è ideologia, non me ne frega niente.

        Anonimo SQ

        1. Oh. Lo so che non sei d’accordo. Come molti altri che verranno (tristemente e in buona fede) disillusi (spesso solo perché non capiscono, non sanno, non vogliono capire o sapere il vero significato della parola ideologia – Renzi ovviamente lo sa benissimo, invece, ma ci marcia e ci gioca, come chi è più colto e usa la sua superiorità invece di condividerla). Ma è proprio per questo che vale la pena che ci sia qualcuno, fortunatamente ancora nel pubblico impiego, ancora più fortunatamente persino nell’istruzione, che queste cose le sa, le pratica, le dice.

          1. In questo SQ, sono d’accordo e molto con ‘povna. Dietro la logica del buon senso e del pragmatismo che auspichi tu c’è proprio lo spazio in cui si è consumata la lotta alle ideologie (????) semplicemente per sostituirne una a un’altra. Cioé per impregnare il pubblico di becero aziendalismo.

            1. Col becero aziendalismo, ci combatto da 5 anni con l’avvento dell’ancora Rettore, aziendalista appunto. L’aziendalismo copre solo corposi interessi personali, e la distruzione del pubblico.
              Ma altrettanto sono distruttive le ideologie trite e ritrite nelle quali ci avvolgiamo. E sono state e sono ancora troppo spesso solo una coperta diversa per coprire gli stessi interessi personali. Ho mantenuto la tessera CGIL, per dire, solo per rispetto per i Padri Fondatori, perchè ne ho viste di tutti i colori.
              Comunque, resto della mia idea, perchè la realtà è solo la somma delle esperienze del singolo: in matematica, quando si integra, si sommano infiniti contributi infinitesimi, ma il risultato è un numero finito (quando possibile).
              Non voglio rinfocolare polemice inutili, ma di ideologi che non davano importamza alle realtà per seguire le loro idee il mondo ne ha avuto, anche solo nel XX secolo, abbastanza da non volerne più sentire.
              Mi dispiace, ma resto della mia idea.

              Anonimo SQ

              1. Anonimo, molto semplicemente, stai sommando mele e pianeti. Noi parliamo di una cosa (e intendiamo ideologia in un senso), tu di un’altra (e intendi ideologia nella sua banalizzazione). Tutto qui.

                ps. l’Ozio, che è qui davanti a me, e qualcosina di matematica capisce, su codesta tua definizione ha parecchio da eccepire. (Ma anche io su questo non commento più, non ho voglia di discutere quando i parametri della discussione sono così consapevolmente e brutalmente diversi tra i due interlocutori).

  6. Temo che lo si faccia anche nelle private, specialmente nelle cattoliche. Ho seguito per anni due fratellini, che frequentavano un liceo classico famoso. Molti autori non li hanno studiati. Chi cito? Boccaccio, Pasolini. E mi fermo.
    Tutti siamo “ideologia”, anche chi non lo riconosce.
    Concordo con te, però mi piacerebbe che si levassero scudi anche contro quella specie di ingerenza del privato nel pubblico attraverso associazioni et similia, che presentano proposte didattiche a tempesta ai collegi, erodendo le ore mattutine. Collegi che approvano unanimemente. Ma Renzi pare orientarsi in questa direzione. Ho tentato di porre in tal senso un argine nella mia scuola, cercando l’appoggio dei genitori in consiglio d’istituto, ma non ci sono riuscito. Sai chi si è opposto? Proprio un pugno di colleghi, che hanno fatto della scuola un mercimonio scandaloso.
    Riesco a preservare, ma non sempre, le classi in cui insegno, ma a costo di saluti tolti e lotte continue.

    Se ancora non te lo avessi augurato, buon anno scolastico!

    1. Mel, la persona di cui parlo, ma non è la sola, è proprio portatrice dell’ingerenza che racconti tu. Il post voleva essere più critico proprio rispetto alla poca difesa che noi, dentro il pubblico, facciamo del pubblico. Cioé zero. Io odio le proposte didattiche degli “esperti”. E come se dicessi io non son capace, faccio fare didattica a chi sta fuori dalla scuola. Ma siamo matti?

      1. Allora, posto che sono stra-d’accordo con Mel sul dilagare dei troppi esperti nella scuola, e sulla necessità di controllare molto bene la qualità di ciò che ci arriva, e sul fatto che dietro la parola “progetto” molto spesso si nasconda il vuoto e la poca voglia di fare dell’insegnante curricolare, non sono sicura di condividere, invece, le tue parole finali, che secondo me sono figlie di un modo di fare didattica implicitamente frontale e italiano. “Faccio fare didattica a chi sta fuori dalla scuola”? La mia risposta non è “ma siamo matti?”, ma: “purché l’anno scolastico non si trasformi in una giostra, e la voce esterna sia brava, ma magari!”, perché compito della scuola è a mio avviso (anche) quello di abituare la classe a voci diverse dalla mia, a che ci possono essere stili, posizioni storiografiche o letterarie, o semplicemente ideologiche (!) diverse dalle mia, al pluralismo, alla coralità. E insegnare questo si può solo in un modo, facendo talvolta un passo indietro, tollerando, anche se ci dà noia perché è “la nostra classe”, che qualcuno entri e parli loro con voce altra e nuova. Altrimenti arriviamo al paradosso di difendere con voce frontale la pluralità…
        Secondo il tuo principio, a Neverland io e gli altri che facevamo le conferenze non avremmo mai potuto partecipare ai seminari, oppure saremmo dovuti stare zitti. Bigas invece, che tanto hai amato (giustamente!) se ben ti ricordi mi disse: “Se hai voglia di partecipare e di portare la tua voce mi fa piacere!”.

        1. ps. E poi non è questione di “essere capaci”, ma di che cosa sia meglio. Colonnello verrà a fare una lezione sulla Grande Guerra ai Merry Men, e non perché io non ne sia capace (un saggio su Rubè l’ho pubblicato anche io, per dire), ma perché: a) mi fa piacere che non ascoltino solo me; b) in questo momento lui è più esperto di me di Grande Guerra, e a me piace insegnare loro la differenza tra manuale e approccio critico-specialistico, e che, all’interno di una cultura generale o di una abilitazione, non si può, non si deve, sapere tutto allo stesso modo.

          1. RCS e io siamo focosissimi nell’esprimere le nostre posizioni, ma mi pare sottinteso che il mio(e il suo, mi arrogo la pretesa di parlare per lei :-))modello di scuola non contempli la chiusura solipsistica e autocontemplativa della scuola che fu. Quando si riconosce che un esperto possa aggiungere valore all’attribuzione dei significati oggetto delle nostre lezioni, tanto di cappello e di tappeto. Hai fatto bene a chiarire, Povna.

            1. Sì, sì, avevo capito il tuo punto di vista, Mel. Mi aveva solo colpito la frase di RS, che, sono sincera, riferita al mio modo ideale di vedere la didattica, non mi piace. Ma anche tu hai fatto bene a chiarire, credo che potremmo riassumere dicendo che – là dove sia chiara la consapevolezza ideologica (! – 😉 ) – siamo consapevoli che un intervento esterno aggiunga ricchezza alla nostra didattica, ed è per questo benvenuto. Là dove si parli di supermercato della fuffologia (troppo spesso gabellato per pratica anti-ideologica), vade retro!

        2. Il “siamo matti” lo intendevo detto al principio nudo e crudo che porta a pensare che chi è dentro necessariamente non sa fare. Guardiamo le risprse interne. In questi anni in una sola scuola mi hanno chiesto e “usato” per quello che nel mio curriculum c’è scritto. Dovrei sforzarmi col referente e con l’articolazione del discorso. Ho colleghi della mia materia che non conoscono Montale, Pasolini e chiamano sempre e dico sempre lo stesso esperto. A 600 euro a botta. E poi lo mettono in programma come l’avessero fatto loro. A questo vorrei si mettesse freno

          1. Mi dispiace fare sempre il bastian contrario, ma ancora una volta il tuo commento mi permette di dire che non è proprio la stessa idea di scuola di cui parliamo. Tu dici usiamo le risorse interne perché io so Montale e Pasolini (semplifico), io dico che usare le risorse interne è un’ottima cosa, ma nulla c’entra con il principio che dico io, perché secondo me chiamare delle opportune voci felicemente esterne al mondo della scuola può essere, se ben usato cum grano sali una opportunità che prescinde dalle competenze del docente dei docenti della scuola (credevo con il mio esempio di me e Colonnello di averlo chiarito) e una opportunità didattica prima ancora che di conoscenza. Per questo non mi importa nulla quanti soldi costi una voce esterno e mai, sottolineo mai, vorrei che una voce semi-esterna (non è la stessa cosa) di un’altra classe venisse a sostituire un esterno perché “costa meno”. Secondo me le due cose sono su piani paralleli che non si possono, né devono incontrarsi sul piano del “chi chiamiamo” e la questione del costo deve riguardare solo il valore della persona chiamata, punto. (Peraltro, porsi come soggetto in alternativa a un altro per opporti a un progetto è un pessimo modo di combattere la propria battaglia, dal punto di vista squisitamente politico, perché presta l’immediato fianco al far dire: vuole solo essere chiamato lui/lei al posto di lei/lui, e cioè a una personalizzazione delle motivazioni – non è il tuo caso, e io lo so, così come lo sappiamo tutti, ma è un consiglio per battaglie future; oltre tutto io come docente che voglio Colonnello nella mia classe, per una serie di motivi, sarei molto irritata se chiunque, anche tu o Noise, si alzasse in collegio e mi dicesse che può venire lui/lei al posto di Colonnello perché “è risorsa interna alla scuola”). Infine, una nota sul “mettere in programma come se lo avesse fatto lei”: e meno male che lo mette in programma! Dove lo vogliamo mettere, nella lista della spesa”? Il programma (e la programmazione) sono orientati verso la didattica, che è un concetto che io trovo assai più pervasivo della persona del singolo docente. E se io decido che Colonnello viene a parlare della grande guerra, e lui viene, non solo in quella settimana si è parlato della grande guerra, e dunque lo mettiamo in programma, ma sono io che ho scelto e pianificato modi e tempi del suo intervento, e dunque certo che l’ho ‘fatto’ io, là dove quel fatto tradisce un’idea di insegnamento e di insegnante che a me piace pensare assai più larga, once again, della mia mera voce che parla nell’aula, della lezione frontale.
            Scusami, le cose per scritte suonano assai più assertive: so bene a che tipo di insegnanti fai riferimento e questa mia non è una difesa di quello di cui ti stai giustamente lamentando. E però penso sempre di più che certi buoni modelli passino, se ne parlava a Nerverland, anche dalle parole che usiamo per descriverle, che nei fatti rispecchiano l’idea che abbiamo di certi concetti, pure quello di scuola! Grazie a te di avere posto uno spunto così pieno di spunti – perdona il bisticcio!

            1. Due cose. Una più seria: sbaglio perché, davanti al tuo stimolo a confrontarmi sulla didattica, ho pensato a casi particolari anche io quindi a programmi costruiti così (Foscolo h19 Manzoni ore 19…Montale h1 -quella dello spettacolo, insomma). Senza aggiungere granché al discorso.
              L’altra semiseria…non ricordo ma sotto un tuo post di tanto tempo fa, quando ci conoscemmo (o era già un mail?) mi paragonai a una figura di “rigidona” didattica che tu stigmatizzavi sul blog. E già allora lo trovasti impossibile, somigliarle… 😉 però sì, ho derive “rigidelle”. Grazie per l’arma preziosa per battaglie future.

              1. Ma, vedi, a me un programma del genere non scandalizza sulla carta, mi scandalizza se è stato svolto male. Nella piccola città c’è una scuola pubblica sperimentale, che dagli anni Settanta ha ospitato molte esperienze di un’altra-didattica-è-possibile, aperta, piena di idee. I nostri colleghi lì avrebbero sulla carta programmi come questo perché lo storicismo – ammesso che sia ancora attuale a parte come antidoto alle derive di filosofia continentale – non è l’unico modo possibile per intendere un programma scolastico. Io preferisco dedicare 20 ore a un autore e 1 a un altro, così so che quell’autore i miei alunni sapranno, piuttosto che tutte le ore uguali a tutti i grandi. E quell’autore può essere uno o l’altro per ottime ragione (che mi pare, nel tuo caso specifico, sia Foscolo sia Manzoni possono ottimamente rappresentare). La questione è che ci sono persone poco capaci, come quella che descrivi, ma lo sono in sé, qualunque metodo usino, secondo me!
                Sai che non ricordo quel passaggio? Però, lo ribadisco, no, non credo proprio che tu sia simile a coloro che stigmatizz(av)o sul blog. Penso però – come si diceva a Neverland – che sia bellissimo, sempre, poter dire “è colpa mia”. E di questa rivendicazione io ho fatto dogma e bussola di vita e di scuola! 😉

      2. E’ quello che accadrà sempre più spesso. Siamo stati lasciati da soli finora, senza che nessuno si ponesse il problema, ci fornisse risorse, riconoscesse in qualche modo quello che facevamo. E ora ci sarà l’assalto alla diligenza, le scuole si stanno riempiendo di pseudo esperti venditori di fuffa, e l’alternativa sarà restare al palo o sopportare. Anche di questo dovremo essere grati a Renzi.

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