La giovane favolosa

Miliardi di anni prima, al liceo del lago e al liceo del monte, c’erano state le visite d’istruzione in cui mi buttai a pesce perché l’esperienza fosse mia; com’ero giovane, giovane davvero, affaticata dal non sapermi mischiare a loro con la coscienza della diversità di ruolo.
Ed era dura risolvere episodi di trasgressione spicciola, il bere, la stanza che odorava di lattice consunto. Cose più piccole più grandi di me.

Accompagnare gli alunni divenne un no reiterato alla tipica frase d’assalto “ci porta in gita prof”. No.

Un no che si è lenito anche grazie alla stabilità nello stesso istituto, al Durocome, dopo otto anni, sono diversamente giovane e tanto fa.

Sapevo, stavolta, come si sanno solo cose d’amore, che sarebbe stata la classe giusta.
Perché se è vero che i Latintristi come loro nessuno mai, me li ricordo, quella mattina di neve fitta fitta, io a guardare fuori e dirgli all’improvviso “mettete i guanti, vi porto in gita”. E il piazzale del parcheggio era tutto un sorriso, un correre, un fare a palle di neve.
Ho ancora la foto di gruppo in quella neve, io e i Latintristi, un amore infinito. Ma, nemmeno per loro, più di un piazzale.

C’erano stati ancora prima gli Indeponenti, quelli che mi avevano tradito su tutta la linea. Che portarli in Europa forse fu un modo scemo per comprarli all’ultimo e quanto ci si sbaglia

E oggi, nel 2014, i Comeback. Tutt’altra storia, altra epica di classe (cit.), scolasticamente impareggiabili (col segno meno) ma simpatici e uniti. E così adesso le foto di gruppo sono tante. E non dal piazzale, ma da una città europea in cui li ho portati per gioco e per punizione, in treno, di notte, fatti scendere addormentati alle 4 per raggiungere mete in cui evitare scioperi, in ostello, abbandonati quattro alla volta alla stazione del metro, a dirgli “addio, l’ultimo che arriva a kazzenplazzen paga la colazione domani”, per insegnare loro ad usare una mappa dei trasporti.

Hanno giocato, accettato, capito, apprezzato, semplificato, ammirato, studiato, corso, dormito, mangiato e bevuto (tutta roba buona; me ne è sfuggito solo uno da Mac Donald ma ci sarà tutto il tempo perché da solo rimpianga l’ultimo Schweinshaxe).

Hanno fatto tante foto. E come quella del parcheggio nella neve, mi si sgomitola davanti agli occhi tutto quell’essere una cosa sola, per qualche mese, li ami, li ami proprio tanto ed è un amore a chi lo spieghi, questo amore. Ti fa saltare anche il purismo musicale, questo amore. Per quattro giorni sei come loro, ora che sai benissimo che non lo sarai più, se mai lo sei stata, come loro, va bene anche una canzone qualsiasi alla radio, un motivetto che pare gli sia entrato il futuro tra le note.

Ora le guardo, poi smetto e torno a correggere, quelle foto.
Favolose.