Snob

Mi son divertita fin da prima quando un amico il giorno del SUO compleanno mi fa un regalo per il MIO compleanno, belli gli scambi di genetliaco, e mi regala quello che mi ero regalata da sola il giorno prima.
Consegnandomi il cd mi disse “con questo titolo, snob, è fatto apposta per te”.
Anche il concerto è stato un regalo.
Ho detto all’inizio di questo mese che Novembre sarebbe stato Sìvembre, ho mantenuto le promesse, e si sta chiudendo in bellezza.

Che non vuol dire non vedere le mancanze, a novembre ho mancato un compleanno importante perché la vita può mancarti prima di compiere degli anni belli. Vuol dire essere stranite e non sapere come stare, cosa provare, leggendo quel nome così bello, esperanza.

Anche Elisir manca, seppur sia stato il brano di apertura del concerto.
Ma è lenire e guardare in faccia tutto che può far chiamare Sìvembre quello che inizia con no.

Il maestro nella sala gremita del Conservatorio è stato grande. Si è preso gli infiniti minuti di applausi, la standing ovation, senza fiatare, senza farsi negare. Quegli applausi fragorosi che invece di cessare, come spesso capita ai concerti, quando si presenta il musicista, salivano di intensità ad ogni assolo dei magnifici dieci cui si accompagna.
Il maestro, che spesso è avaro di tempo nelle sue performance, avaro soprattutto di parole, nemmeno grazie dice.
Però restava lì in piedi, chinava il capo, batteva il tempo con le mani sull’eleganza impeccabile dei suoi pantaloni, poi portava quella mano al petto. E batteva il tempo del cuore. Che seguirlo ci vuol poco, il Maestro, ma capirlo ci va il tempo che ci va, anni.

Altro che snob.
https://m.youtube.com/watch?v=DiS-yjCclME&list=PLsSKmwnjnNB2Vv1Ti8ZIuzUqcRf7DnATJ

Ora e livòra.

Sivembre corre a passi ben distesi verso la stagione; la prima volta che in radio ho sentito la pubblicità progresso (chiamiamola così) che chiede di usare internet senza violenza, i forum senza discriminare e i blog senza aggredire, ci sono rimasta secca. Non sorpresa ma secca.
Fanculo (ecco, appunto) ai residui negropontiani di quando ho iniziato a lavorare e ho pensato che in rete e nella rete ci saremmo caduti tutti democraticamente.
E ci avremmo fatto letteratura arte astrofisica e social di qua e sòccia di là.

Livore. Una delle mie parole spreferite. Intorno a me cresce vigorosa la radice del livore. A scuola, tra i colleghi, mentre guido, in fila alle poste, nel cortiletto di casa all’ennesimo sbuffo di agognato usucapione.

Il livore non è cosa da pigri perciò non fa per me. Per il livore non si è mai abbastanza on taim on lain, on mai maind, on anista. Il livore esonda all’improvviso, con un “imbecille”, un “ma chi si crede di essere”, un “come odio questo”, un “non capisci”, un “ma guarda com’è ridotto”.
La nonna di roceresale direbbe che il livore “è fatt a cuòppo e chi s”o piglia se schiatta ‘ncuòrpo”. Roceresale dice solo che la rete è gratuita mica costa ottanta euro cinquanta minuti. Che non è la tariffa del piacere, eh.

No alla violenza nei blog; infatti qui solo gattini e tanto ammore.

Ieri il postino pigro e pomeridiano mi consegna questo pacchetto qua:
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Questo è l’astuccio che da domani sostituirà l’unico astuccio avuto in questi diciassette anni da prof. C’è sempre un astuccio 2.0 e una persona che da dietro le parole, da dietro uno schermo spunta, diventa un volto, una prossima gita, un dono.

Grazie Stravagaria: del dono, di come fai rete.

Il blu è un colore caldo

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Incantata da albe e tramonti tutti rosa, incantata dall’idea di avere una motocicletta senza saper guidare, un cane avendone paura, un marito (ma questo solo tra qualche anno, sono troppo giovane ancora), e incantata insomma da qualcosa cui avevo sempre detto no.
La graphic novel. Che chiamavo banalmente fumetti.
E grazie al regalo di un amico nuovo (incantata anche da questo, grazie anche a te, Sìvembre) che mi ha iniziato al genere, in due settimane, ne ho lette alcune deliziose.

Il blu è un colore caldo (la disegnatrice è una giovane ragazza del Nord della Francia, Julie Maroh) è uno di quei libri che la prossima volta andiamo a distribuirli alle sentinelle in piedi, che si siedano e guardino le figure, almeno.
È la storia di una adolescente, Clem, che fatica a leggere i segni del suo corpo, le emozioni, le pulsioni e soprattutto vive male sulla pelle i messaggi di una società che la chiama ad essere quello che non è.
Fino a quando una donna dai capelli blu non entra nella sua vita, portando lo scompiglio dell’amore a lei e dei pregiudizi a chi intorno a Clem vive, genitori ripudianti inclusi.
Clem non può sopravvivere al freddo delle contraddizioni, dei tentennamenti, dei tradimenti. Lo sguardo che posiamo sui bellissimi disegni è delicatissimo come l’amore omosessuale tra le due ragazze.

Il libro è quello che ha ispirato il film “la vita di Adele” (che non ho visto).

Il libro me l’ha “spacciato” la bibliotecaria, tenuto dietro gli scaffali perché sai com’è, un po’ “spinto”. Segno che di strada ne dobbiamo ancora fare tantissima a scuola, per pensare la sessualità TUTTA come qualcosa di integrante nella vita di un adolescente (che la si viva o si scelga di aspettare, in ogni caso c’è, la si deve poter GUARDARE).

Con questo libro partecipo, come non facevo da tempo immemore, ai venerdì del libro di Homemademamma.

Ricevere

Due mamme in coda al ricevimento in un’altra classe “Professoressa, la stavamo aspettando, volevamo solo salutarla, abbiamo i figli minori adesso in prima, peccato non riaverla, magari in terza speriamo”
(Intanto penso che in una classe prima ne manca una oggi, manca al conteggio all’improvviso, manca alla vita, manca, maledizione e si leggeva sui visi e nella normalità forzata)

Al ricevimento, il mio. “Professoressa, grazie, Pierino è contentissimo di averle dato una mano col podcasting delle lezioni”
“Professoressa, Gigetto è cresciuto tanto in questi anni, è maturato, adesso mi fa certi discorsi che lo devo spegnere, quasi, e ci chiede di leggere i libri che legge con lei per poterne parlare con noi”
“Professoressa, Ventodi(sup)ponente sta matteggiando, provi a parlargli lei”
Alla fine del ricevimento, la collega, un buonumore ben assestato.
A casa penso “ora scrivo a Ventodi(sup)ponente” e non faccio in tempo a pensarlo che sul canale telematico un messaggio di Ventodi(sup)ponente mi chiede “prof posso parlarle un giorno di questi?” Sì.
E tra gli altri messaggi anche tre dei Latintristi “prof, allora per la nostra prima cena da lei, io (Bromur a nome di tutti) verrei prima ad aiutarla a preparare.
E tra gli altri messaggi i tre palindromi -di altra meravigliosa piramide- anche in una chat divertentissima in cui fissavano la cena edizione di dicembre senza nemmeno consultarmi “prof va bene anche un brunch”.

Auff nemmeno il tempo di stare a grattare il paiolo, qua. 🙂

Che strano mese di sìvembre, denso dentro ai no d’acqua.

La professoressa mo’ mo’ mentre scrive è sdraiata sul divano, ad intermittenza fissa il soffitto un po’ in fissa e vede qualcosa che si muove. Striscia. Sottile bianco. Se è un cagnotto, n’ata vota, devo rifare il giro delle farine e scovare il nuovo covo. O convincere il ragno nell’angolo opposto di andarselo a prendere lui.

Ma senza che gli altri non ne sappiano niente

Quelle notti in cui dormi poco, vero, è raro, perché dormire è uno strappo alle parole che ti stanno arrivando. Di mattina gli amici, che ne hai, sentono la radio il nome dei tuoi luoghi e ti chiedono, tutto bene lì? Sei preoccupata ma non troppo perché lo sai, ci sei abituata, da quando sei grande e nel 93 e nel 2000 è già accaduto; solo tuo zio cambia casa e cambiandola si ostina fronte lago, lo si vedrà più spesso, magari a pranzo.
Certo, la pioggia, si potesse usare come scusa alla preside che oggi ti manda in riunione al posto suo. In fondo c’è sempre da imparare, e anche in prima fila, spesso. In mezzo, invece, quante cose si disimparano se ti mettono in mezzo.
Sei più preoccupata del resto perché dopo tanta confession di trasparenza, al lavoro, hai comarato a vuoto nei corridoi, comara e somara, ti han sentita e ti fai anche un po’ schifo.
Come i bambini vorresti dire “han cominciato loro”, “la ragione è dalla mia”. Da quando ho smesso di aver ragione, ho capito che voglio comprarmi una motocicletta.

“E non è meglio labbàarca, roceré…”
“Ma sai guidare” “no” e giù a ridere
“La patente ce l’hai” “no” ridere ridere ridere ancora.

Aspettarsi

Qualche sera fa me ne stavo su un profilo facebook che frequento volentieri a leggere i commenti sul commento di un esponente clericale alla morte della giovane statunitense malata di tumore al cervello. Il caso è noto, o forse no, perché poi dai commenti facebook si evincevano molto bene le posizioni di ciascuno ma poco di nomi, fatti, date, parole.
Ma questo, di come funziona la democrazia ai tempi del noial network, è ancor più noto.
Fatto sta che mi sono letta volentieri i commenti, tutti urbani, educati e anche di sostanza, almeno per me. Riassumibili così.
Il medico -che ci teneva a ribadire spesso di esserlo, un medico- non aveva stupore nei confronti della posizione del Vaticano che se Vaticano vuol esser Vaticano dev’essere. Ma il nocciuolo interessante della sua tesi era che un medico vive un fallimento abominevole della relazione di aiuto tra medico e paziente se una giovane, alla notizia della malattia, sceglie di uccidersi prima che tale malattia la renda invalida invece di affrontare la cura.
Il veterinario, distinguendo tra medici “umani” e medici veterinari (a volte un aggettivo scappa alle intenzioni degli scriventi e arriva dove può arrivare), si riteneva maggior conoscitore di cosiddetta eutanasia e, da comportamenti animali davanti al dolore, ridava un significato alla parola dignità vicino al verbo morire.
Seguiva distinzione da parte di entrambi nella definizione di suicidio ed eutanasia.
Seguivano anche due commenti di persone non autoconnotantesi per professione ma per esempi di “quando è successo a mio nonno” e invece di “quando è successo al mio”.
E nel mezzo molti “se accadesse a me, io”

Io. Io li ho letti e nello svolgersi del dialogo, mi sentivo, senza più stupirmene, più vicina al punto di vista del medico. Forse perché la prima volta che mi hanno restituito il mio primo micetto, dopo la siringa che gli alleviò l’infame sofferenza di morire per asfissia come natura avrebbe fatto, la scatola non pesava un millesimo di cazzo di nulla e io pesavo di colpo e di colpa tutto il dolore infantile del mondo.
Fatto sta che c’è l’io, mentre si legge e ci si aspetta che quello che proviamo abbia valore perfino universale.
O c’è Dio e una fede più o meno incrollabile che, ad un certo numero di commenti, ha fatto dire al medico “umano” che si sarebbe astenuto dal commentare oltre, visto che nessuno capiva quanto stesse affermando. Bontà sua e dell’io.

Io. Ci si aspetta sempre qualcosa. Nella vita così come nei social.
Ho una coppia di amici sposati che non ha figli. Non ho mai chiesto loro se è perché non ne vogliano o perché non riescano. E non perché io sia sta gran maestra del farmi i cazzi miei. Piuttosto perché mi aspetto qualcosa e dopo non mi salverei dal dire, “fanculo questi possono e non vogliono, e io…”in un caso oppure “ah, ecco spiegato perché hanno appena preso un altro gatto”, nell’altro caso.
Perché l’argomento in questione è una forca caudina del mio io.

Ma succede anche quando non lo è; ci si aspetta che qualcuno cui fai un dono ti restituisca un feedback (ti è piaciuto il libro?, hai usato gli elastici per tonificare il deltoide?, come ti sei trovata col frullatore a tre velocità?) e la risposta non ritorna. Ci si aspetta che l’uomo che hai tanto amato si ricordi per sempre di te, anzi, che capisca che tu eri la migliore; ci si aspetta che torni perfino a dirtelo. Forse lui si aspettava qualcosa che lo fermasse dall’andarsene, e non ha aspettato abbastanza.

A volte sono aspettative che ci proteggono dalla paura di essere dozzinali.

Del resto ci si aspetta, ce lo hanno insegnato da piccini, quando i primi che ci stringono e ci allevano si aspettano tante di quelle cose, tutte, tranne di vedere amplificati i loro io.
Che contraddizione, data la misura inevitabile dell’io.

Forse questa scrittura è tutto un chiedere scusa a chi si aspettava qualcosa da me mentre ero distratta o nebulosa o incattivita o che so io; ma non credo perché, quando sono distratta nebulosa e incattivita, di solito mi aspetto che gli altri capiscano senza bisogno di scuse.

O è un nuovo chiedere di aspettarmi.

Scarto iniziale

Quante cose può voler dire scarto iniziale.

può voler dire correre per prima, raggiungimi se puoi

può voler essere un gioco in cui per capire devi iniziare togliendo, anche solo una sillaba

può voler significare sfrondare, mese dopo mese.

 

novembre, se lo scarto iniziale lo fai bene, diventa sìvembre.

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e non c’è come i luoghi che abito a dirlo meglio di me.

Buon sivembre a tutti.