In diretta

La domenica in via del lago ha assunto da mesi una sua fisionomia di aria aperta, camminate sul lago del momento, ce ne sotto sette, non manca la scelta e poi è il giorno dedicato a chi vive lontano.
Una buona domenica che si fa tratta Lago-Londra-Valencia-NewYork e raggiunge di rito loro.
È così che ho avuto l’ omaggio a Bowie e la neve di Brixton, è così che oggi ho avuto la Mammoth snowfall su Brooklyn.
In diretta. Al limite con un ciccinin di fuso orario.
L’ unica neve di cui ho potuto godere questo inverno, purtroppo.

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The cat is on the table

Certo il titolo potrebbe lasciare intendere con sintesi eccezionale quale sia il livello di inglese della sottoscritta ma no, invece lascia solo capire come possono procedere le preoccupazioni sincere di una zitella. Oltre il lavaggio del fermatende ricamato ad uncinetto. Il gatto. Come sta il gatto.

Che poi, qualcuno sa, trattasi di gatta femmina e sulla sessantina, anche lei.
Gattagreca che da un mesetto sembra darmi tormenti su tormenti. Schizzinosa di ciotola, dispettosa, non trascorre due minuti in casa senza ringhiare, cercare di buttar giù dai mobili qualunque cosa, aggressiva, intoccabile, lamentosa, assente da letto, divano, sedia poang, o fuori in cortile o solo sul tavolo. E non era mai salita sul tavolo. Dico mai.
I pochi tentativi di approccio, mio, son finiti con lei nascosta sotto al tavolo, tentativi di graffio.

Starà male, pensavo. Però ingurgita come un’idrovora, notavo. Le avrà preso la testa, ipotizzavo. In questo, come non capirla, porella, con siffatta padrona.

Osservazione ulteriore di gattitudine la vedeva saltare in casa dalla finestra e dirigersi alla mattonella della ciotola. Anche se la ciotola è stata spostata da un mese, insieme al tavolo, in un impeto di feng shui sciué sciué (per il feng shui sciué sciué, seguire il link). Eh sì, son abitudinari i gatti, non ha ancora capito che la ciotola è di là. Poi scocciata risaltare dalla finestra e trascorrere intere giornate lontano da casa.

Poi niente sul tavolo a graffiare tutto ciò che vi si trova sopra, fino a ieri mentre ero al telefono con amica gattara di Bologna che mi annuncia il prossimo pensionamento di parrucchiere di fiducia di Bologna e io a dire tragggedia, tragggedia per i capelli e tragggedia Gabrié che c’ho la gatta, colpa tua Gabrié se c’ho sta Gattagreca. E giù a dire a Gabrié il problema, eh sì, son abitudinari i gatti, non ha ancora capito che la ciotola è di là mentre Gattagreca dalla ciotola che non è là, zaaaaaaaaaac si porta on the table e mi sferra una graffiata da 118 o da esorcista felino.

Gabrié dice facendo ridere di rimando il display del cellulare:  “roceresale, prova un po’, sposta di nuovo il tavolo dov’era prima”
“&€,?;€36,.3&!/. ALj cejdg cjshcdvugcev”
“Prova”

Gattagreca è on the table a cercare di sfragazzare i compiti in classe quando la zitella più incattivita del previsto sposta fracassonamente il tavolo e le sedie con cat sopra il tavolo chissenefrega, sposto pure te, gattaccia spiritata.

Il tavolo è tornato dove stava prima. E pure la ciotola. Gattagreca è scesa dal tavolo, immediatamente, è andata al sito archeologico della ciotola, ha mangiato, è venuta a cercarmi, ha fatto due struscini, mi ha leccato il naso, è andata sul letto, quando sono arrivata anche io ha fatto le fusa e dormito accrocchiata sul mio femore sinistro.

Comunque il tavolo però dall’altro lato, eh… 🙄

poiché la giovinezza e l’aurora sono vanità

Il 7 gennaio del 1987 era un mercoledì, io sedevo da poco tra i banchi di una quarta ginnasio nel liceo che aveva frequentato anche lei.
Dall’anno dopo il mio professore sarebbe stato il principale indagato. Un uomo affascinante, dagli occhi belli, azzurri e profondi. Se ancora amo le Ecclesiaste lo devo a lui. Un sacerdote. Davanti ai miei quindici anni antipatici e provocatori, di provocazioni gratuite e adolescenziali. Di risposte coerenti, sempre, ma solo le sue.
Molti e molti anni dopo sarei stata io insegnante, con colleghe più grandi, che di lei eran state coetanee, compagne, e avevano condiviso l’esperienza in CL.

Per molte notti da quel 1987 non dormii, convinta che ci fosse qualcuno nascosto a volermi fare del male. Ero arrivata ad ansie incontrollabili, non riuscivo a fare nemmeno il breve tratto che dalla fermata del bus portava a casa, al buio.
Papà cedeva e mi accompagnava, a piedi, ovunque, potendo. Mamma mi diceva “non c’è nessuno, se non hai fatto male a nessuno, nessuno ne farà a te”.
(Come dirle spiegami allora che male ha fatto lei, e a chi, con quel sorriso in quella foto) (allora spiegami perché ci consoliamo tutti un tot in quel fottutissimo nostro volere che se la siano tutte cercata, almeno un po’, maledizione)

Poi un po’ è passata, come sono passati 29 anni di vita.

Di sicuro c’è che io dalla mappa delle mie strade ne ho tolta una, che era comoda, scorciatoia, rasente la ferrovia, sotto la cementeria, buia, buia da morirci. L’avrò presa altre due volte si e no da allora, guidando con l’occhio che cadeva sullo sterrato che saliva, verso quelli che eran campi, allora, campi di eroina.
Adesso son villettine a schiera quelle nuove di pessima fattura, è asfalto, son rotonde nel quadro del nulla quella strada.

Fino ad oggi quando a pranzo, seduta al lago e al sole di un altro gennaio così diverso e tanto mite, un’amica mi dice “hanno arrestato stamattina il presunto assassino di” “dopo 30 anni?”

Leggo e ripercorro tutto, dall’inizio, ancora una volta tutto sulle mie strade così vicine.
Troppo vicine per dormirci molto, stanotte.

P.S lo so, è solo perché la geografia di un crimine coinvolge di più se incrocia appunto le nostre strade, lo so, non è giusto. Ma un pensiero stasera lo dedico a tutte le giovani donne cui la violenza del mondo ha portato via tutto e che vivono ancora tra noi con quei sorrisi nella foto. Che quei sorrisi vivano davvero.
E che possano darmi la forza di risposte coerenti, ai miei ragazzi, soprattutto a loro, quando avranno la tentazione di pensare che esistono dei modi di andarsela a cercare, per spostare il male.
E risposte salde alle donne stesse, le più feroci giudici delle proprie simili.

Con quella faccia un po’ così

Assonnata la faccia mentre salivo in auto di amici che chiesero vieni con noi da un’amica? Per la proprietà sacra e transitiva e antipigrizia del “les amis des amis sont tous mes amis” che, sentite bene, è un franco meneghino, salivo in auto sull’autostrada più bella d’Italia priva di traffico e di autogrill e all’uscita dal Turchino che nessuno mai spianò  la nebbia Piemonte diventa ligure sole.
E vento. Tra Ovada e Masone.
E l’amica da raggiungere è una donna splendida che si occupa di una cosa bellissima, la casa dei cantautori, in via del Campo. Cioé mica una Genova a caso.
Che io poi la conoscessi già questa città ma camminarla insieme a chi te la racconta parola di Faber dopo parola di Faber sotto una sua chitarra, anche, è stata tutta un’altra storia.
Camminare Genova tra le sue scritte sui muri, con chi lavora in libreria davanti al mare, chi lavora sull’ascensore di Renzo Piano, chi in un bugigattolo dove formano dei superlativi cioccolatini, con chi lavora a che il centro storico non venga abbandonato del tutto all’illegalità, con chi cucina il merluzzo fritto secondo tradizione ma ha gli occhi a mandorla.
Camminare fino a calpestare e capire per la prima volta davvero com’è acciottolato un creusa de ma’, camminare fino alle sinestesie di campopisano.

Con quella faccia un po’ così e un vestitino nuovo comprato lì (ah, i ricorsi; anche un’altra volta accadde di restare attaccata a una vetrina di vicolo e tornare con un pomeriggio di Genova vestito addosso), quell’espressione un po’ così, la professoressa roceresale se ne è tornata a scuola seminando complimenti per quanto è carina ultimamente coi vestitini della befana e un ciuffo di mare tra i capelli.

Nemmeno poi parlassero di me.

Ps. Pare che su Rai1 alle 11.00 del 23 gennaio la tivù abbia a mostrare un po’ del cuore di questo post.

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Perfect day

Allo scoccare della mezzanotte precisi come degli svizzeri, almeno quelli del luogo comune, stavamo in tre varcando la soglia di un circolo arci della Bovisa (cosa che ci costringe ad ascoltare Gaber al ritorno) dicevo allo scoccare della mezza lasciamo un po’ incattivito l’uomo dei biglietti e della tessera all’ingresso che al grido di brindisi brindisi, anche se uno di noi è più di foggia e l’altra di Siviglia, rinuncia a farci una tessera farlocca ma dai che stanotte non controlla nessuno, brindisi brindisi, entriamo e a noi che ce frega che il conto alla rovescia è già finito, meglio, auguriiiiiii.
Poi è stato tutto un violino una fisarmonica folk, balli a baci stretti, loro, gli amanti, e guardarli è stato un augurio .
Tessera arci fatta, tradizione a casa roceresale. Che per tradizione viene usata subito, nel cinemino d’essai di capoluogo merdosino.
Si inizia l’anno con un film, e anche ciò fa tradizione a casa roceresale.

Si inizia con la fighetteroneria di Benicio del Toro, mio uomo ideale poiché del Toro è dell’Aquario, invece.
Si inizia con un film girato benissimo, sulla stupidità della guerra, ovvietà raccontata tra ironia, sarcasmo e sensualità. Con una citazione finale, manzoniana perlomeno nell’iconografia, con roceresale che aveva voglia di piangere pure di gioia, quasi, sulla sopravvivenza che fotte la morte (su una colonna sonora da urlo).

Meh, si lu vulit’ veré, jatavenn a lu cinematografo!
(Trailer in inglese perché quello italiano fa semplicemente più schifo, chissà perché)

Rotta e motto

Pur essendo capace delle più becere lamentele e scassature di uallera al cubo anche solo per essersi fatta tagliare i capelli male che ora proprio non si può vedere allo specchio, Sansona qua; che poi apprezzerei le amiche quando ti dicono “non ti sei rotta di essere così lamentosa per niente”, cioé apprezzerei anche i tre quarti di sincerità; pur essendo ipocondriaca ma meno molto meno del medico di base che se gli dico meno, pausa, rilancia con pericoli di vita, e rinfrancanti contraddizioni.
Pur avendo perso smalto nella capacità di scegliere bene il meglio per se stessa, giurando notevoli propositi di rientri di rotta.
Ricevo una telefonata sul numero di casa a ora serale inoltrata e ho in linea Palermo che mi passa New York.
Due donne bellissime che non si conoscono che vivono su due punti distanti climatici del planisfero hanno in comune fino a dicembre solo me.
E in nome di questa me si incontrano, si piacciono, progettano il reincontro, duemilasedici, in tre, si fa.
Allora mi sono commossa, mi sono sentita meno stupida, coi capelli più a posto, meno rotta.

Avrei voluto trovare un motto per l’anno nuovo, ma poi qualcuno mi ha detto ” motti non ne penso che poi tanto me li dimentico “. E riderne, e riconoscere la rotta.

P.S. a chi ha la pazienza ancora di sorbirsi i miei sbrodoli, seppur una riga sì e magari tre no, AUGURI.

P.S bis: il duemilasedici trattasi di anno bisestile, cioé quella volta che ogni quattro anni perfino io.