vincere facile

Quest’anno, in due classi su tre, coi ragazzi, coi maschietti vivaci, ho vinto facile. Ho vinto le resistenze che ti fanno apparire quella che porella a casa ascolta solo Bach et similia.

Spesso mi capita di spiegare cosa sia la fantasia narcisistica che Petrarca mostra in chiare fresche dolci acque, la fantasia che lo consola immaginando Laura trovarlo morto e pentirsi di essere stata così insensibbola al suo amore. E lo faccio con Niccolò Fabi e la sua canzone “rosso”. Ma Niccolò Fabi è quasi come Bach, per loro.

Poi arriva giugno che arriva sempre più spesso a fine maggio e nelle ore languide le interrogazioni sommative spaziano a controllare se davvero stan portando a casa almeno la nozione di “genere”. E puntuale arriva il rap.

Il rap. Loro ascoltano rap italiano. E io “certo me lo vedo proprio uno di Tor Pignattara cantare come Kendrick Lamar”

Al nome di Kendrick Lamar si fa silenzio. Quest’anno in tre classi su tre occhio ammirato e “prof lei conosce Kendrick Lamar???” Sguardo curioso.

“Conosco? L’ho anche visto dal vivo”

“Dove prof?” dicono ormai senza respiro.

a New York.

Sguardo estatico.

Eh sì, mi piace vincere facile. Ma serve.

Così:

Il vestito

Ci sono storie che si fanno raccontare, come questa.

Iniziata tanti anni fa, nel 2002, quando frequentavo un forum, in epoca pre-social, un forum di precari in cui imparavo qualche legge, qualche diritto, e non avevo la connessione a casa. Un’esperienza finita in fretta con soli due nomi conservati nella memoria per sbaglio, Caterina e Patrizia.

Non so se tra qualcuno che ancora mi legge c’è chi coi nomi ci fa legami indimenticati; io sì, come scordo i visi così trattengo i nomi, spesso per sempre.

Poi la vita macina chilometri, il precariato divenne anche un ricordo, amen, e un forum adesso fa molto preistoria.

Nel 2011, ten years later, andavo a spasso tra le scuole della provincia a fare formazione quando un pomeriggio mi si avvicina una collega e mi chiede se fossi la stessa roceresale del forum dei precari perché a vedere il mio nome si erano consultate lei, la collega sconosciuta, con due amiche, Caterina e Patrizia. Sono io, non sono più precaria da tempo, anche loro , ti possiamo cercare su facebook, certo. E fu così che ebbe un volto, soprattutto Caterina. Qualche scambio che Facebook alla fine è quello, un like, una canzone, un proverbio in dialetto per ridere di noi.

Fino a un barocco pomeriggio di novembre, a una foto di un vestito e cappotto e scarpe e vanità. Caterina dice “famm veré stu vestit” l’ho già tolto Caterì, “quant sei antipatica roceresale, e voglio vedere il vestito”. Un vestito che dice mettiti su skype ed è la prima volta dal 2011 che un nome diventa anche voce. E diventa in breve il modo con cui la vita mi tesse il film addosso.

Roce, di che anno sei? Cate, sono nata nel settantaeunpaio al Careggi. Ed era la prima volta che ti nominavo la città natale. Roce, sei nata lì? Sì abitavo e lì. Dietro casa tua c’era la vasca coi pesci rossi Mi sembra quasi di ricordarla. Avrai giocato coi miei cugini, hanno l’età tua. C’era Giona biondo con occhi azzurri. Mi sembra qualcosa di familiare, Caterina, sarà suggestione. In che via mi chiede Caterina, in via del Pittore (mentre lei impallidisce) a che numero? (il pallore è quasi svenimento); in quel palazzo stavano i miei zii, e avevano il bar in fondo alla strada mentre lui era pizzicagnolo di qua d’arno. Caterì lasciami chiamare mia madre che il cognome sembra quello che so, poi ti richiamo.

…e insomma Caterina non è voluta star fuori dalla mia vita più volte,abbiamo tirato fuori le foto coi cugini il giorno dopo a casa, la zia del bar mi badava quando quella ventenne di mia mamma andava a lavorare e Caterina può anche avermi tenuta in braccio, da piccola.

Poi abbiamo smesso di avere il magone e abbiamo deciso di incontrarci, all’epifania, come si addice a quelle che ci tengono al vestito.

Muta

Ci sono parole che mi conquistano, mi prendono, spesso con forza, giocano con me, non se ne vanno mai. Le parole.

Quanto ci vuole per esempio per completare una muta?

A quali temperature risalendo, è rinunciabile la muta?

E si può festeggiare un compleanno restando muta?

 

So rispondere inevitabilmente solo alla terza domanda.

Eri diventata la mia migliore lettrice, il messaggio di posta elettronica più caldo, cui rispondere fu sempre più difficile fino ai giorni della nessuna risposta. Oggi che non ci sei più, il dono, come capita, di compleanno, muta me lo fai tu. Lasciandomi novembre che poi per uno strano gioco di parole che non han tradito mai, è rimasto più che no, sìvembre.

 

Ciao, Esperanza

that’s no way to say goodbye

Quattro anni fa tu che ti amavo tanto non c’eri già più, c’era solo un albergo a Venezia.

E c’era tenersi le mani con quegli amici; qualcuno anche di loro, lo è meno, da tanto.

I0 c’ero qui: e sono commossa solo a ricordarlo, trovassi il video in cui si sente solo la voce tonata su quel lalalalala lala lala lala lalalalalala laa la laaa

Oggi non c’è più nemmeno quel distinto signore col cappello che ci ha uniti tutti tu, me, loro.

Solo un errore, errare, potrebbe farvi passare di qua.

Nel caso, è per voi:

 

 

 

Perfect

C’era una canzoncina allegra molto 80’s dentro cui una tipa con la permanente cantava sopra una chiatta lungo fiume malgrado piovesse lei aveva l’ombrello e cantava “peeeerfect” con una pronuncia che per anni è stata la parola più bella da pronunciare.

La canzone la associo (perché associo troppo a chi non c’è),  a una compagna di liceo non esattamente la stessa che stasera mi ha accolto e mi ha ascoltato. 

Senza che io mi fermassi un po’a chiedere di lei. Cosa che spesso con facilità rimprovero al mondo.

Con facilità spesso di perfect in me non sento più nulla e scusarsi a che serve, dopo.

Eppure stasera accolta guardavo oltre la siepe della casa, già al buio, si stagliava una casa accarezzata dall’ultima luce salente delle notti di luglio. Quasi accolta in un quadro.

Della tizia eighties che se ne fotte che piove sotto l’ombrello sulla chiatta lungo fiume non ho niente. O forse sì.

Ringrazio in silenzio chi sempre mi accoglie. Poi tornerò evidentemente a dare. Perfect.

la regola del sandaletto vintage e di come tutto torna e dove.

C’è un negozio di scarpe che mia sorella dice sempre “ci trovi tutto quel che cerchi solo te” aggiungendo che le scarpe me le sogno disegnate di notte e poi vado lì e qualcuno la mattina me le fa trovare fatte. E questo ancora prima di leggere l’Amica Geniale, per dire.

Ci passo anche tanto così per passare e ieri non lo sapevo che facesse orario continuato, c’ero solo io alle prese con un sandaletto vintage e con il proprietario. Il quale cominciommi a parlare di leggi fatte da Prodi e da Bersani (ah, già, i comunisti) per le quali leggi ci sono extracomunitari che riceveranno per sempre una pensione anche se sono tornati là (là dove). Ma sa, dico io, non ne sarei così sicura di tali leggi. Allora visto che l’extracomunitario non attaccava, è passato ad altro argomento più sicuro (no beh dai, guardami in viso prima, che di Bolzano non paio mica) ovvero dell’assistenzialismo a sud (ah, già i terroni).

Non paio di Bolzano, ma vuoi o non vuoi il paio di sandaletti vintage, un amore, marroni, bianchi, piattissimi, li metterebbe Audrey Hepburn se Audrey Hepburn portasse sandaletti, li ho lasciati lì. Un po’ perché non mi spuntano le dita dalla fascia e paio sì la bambina che ha rubato le scarpe a mammà, un po’ perché ho pensato ma va a cagare commerciante lombardo.

Poi apro sto povero blog tanto così per passare e spiegare a me stessa che ci sono coincidenze in cui mai avrei pensato di imbattermi, tipo quella di dove passerò il compleanno, che ci passerà di lì stesse date uno degli affezionati dei Latintristi, Brenda che mi dice che sarà un undicesimo piano, e poi mi dice a un chilometro a piedi da quel concerto, e tutto sta un po’ tornando quando apro wordpress oggi per caso e mi dice “compleanno”, oggi cinque anni fa hai aperto questo blog.

Per andare là aprii.

Tutto torna, torno là. E dopo il compleanno, torno.

 

Tutte le altre regole, qua

The way we were

Succede che tutto sembri sgonfiarsi loffio come una bolla fatta col chewing-gum, succede che alla tivù a giugno diano vecchi film e tu ne hai mancato uno, del 1973, e decidi di vederlo proprio adesso, convinta che sarà un classicone, un riempitivo.
E ti trovi a vedere invece un pezzo di te. Proprio tuo, che ci avevano inventato prima di noi, io molto Cathy tu quasi Hubbell.
Ma quanto faccia poi bene piangere con un film, quanto, che meraviglia.
Entra nella top-ten dei miei film della vita. O è un capolavoro o sto semplicemente davvero invecchiando.

“Tu non molli mai”.
Come eravamo. Così.