Modern love

Quattro ore di corso di formazione su un argomento di cui nulla ti frega, una collega cui non sai dire di no per un rapido pranzo quando avevi già detto sì agli amici dell’ufficio con Netto in testa. Per cui ci ho perso. Forse.

Esco dal buio del corso, c’è ancora la luce, potenza dell’Alma Venus e di quel cacca di Zephiro che torna e il bel tempo rimena, firmo la presenza, passo per il corridoio e dico “adesso entro in ufficio, di nuovo, sarai ancora lì Netto, così ti dico che lo so come stai, che però se non trovi una strategia di sopravvivenza affondi e mandi all’aria le doti e i doni che colui in cui tanto credi ti ha dato a profusione”

E invece tiro dritto, all’auto, accendo, si accende l’autoradio e perfetta precisa precisa, parte quella che è una delle mie canzoni preferite tra quelle che appunto devo ballare e ci arrivo quasi a casa ballando nell’abitacolo. Se mi fossi fermata, non sarei stata così felice, seppur di poco.

Perché lo so, quella rottura di palle di storia che la felicità è tale solo se condivisa, lo so che sono ansie da infinito, sinestesie per sfuggire ciascuno alle proprie morti ma.

Ma fregnacce. Se questa felicità non la divido faticosamente a metà, me la godo solo e sola tutta intera. Mia. Di chi la vuole davvero e ha lottato per volerla perché

I know when to go out
And when to stay in
Get things done

 

‘cause I try and I try and I try

Quando due anni fa accettai di candidarmi a tale carica, non sapevo minimamente, gnuranta che sono, a cosa sarei andata incontro, di cosa si trattasse, bastava una tessera perché venissero a cercarti. E la tessera c’era e c’è.

Due anni di rappresentanza sindacale; ad ogni assemblea sono due anni di vita che consumo. Roceresindacale.

Lo dico in ufficio, mi rispondono “non ho necessità alcuna di sviolinarti, sai, ma lo fai proprio bene” E ancora il buon Netto “sono contento, le persone cominciano a conoscerti ed apprezzarti in questo ruolo, apprezzano le tue capacità di mediazione”

Mediache? ahahahahahaha

Dovrei dire a Netto che durante le lunghissime riunioni di contrattazione l’unica cosa intelligente che a tratti penso, in mezzo a quei numeri, è “baciami stupido”.

Intanto la scuola va, l’inverno procede, il gatto si stiracchia, la simulazione di mutuo mi ha depresso, sabato andrò da un parrucchiere e a casa han detto “addio piangerà tutto sabato sera”, il pensiero è continuamente materia.

Tranne per lo stupido, che non bacia.

that’s no way to say goodbye

Quattro anni fa tu che ti amavo tanto non c’eri già più, c’era solo un albergo a Venezia.

E c’era tenersi le mani con quegli amici; qualcuno anche di loro, lo è meno, da tanto.

I0 c’ero qui: e sono commossa solo a ricordarlo, trovassi il video in cui si sente solo la voce tonata su quel lalalalala lala lala lala lalalalalala laa la laaa

Oggi non c’è più nemmeno quel distinto signore col cappello che ci ha uniti tutti tu, me, loro.

Solo un errore, errare, potrebbe farvi passare di qua.

Nel caso, è per voi:

 

 

 

può nascere un fiore nel nostro giardino

I figli già non li si vuole quando li si vuole, e i figli li si vuole anche se e quando non li si vuole.

E codesto chiaro – neh? – pensiero è tutto ciò che ho da rispondere a una domanda che ti accorgi è talmente fuori luogo che ora davvero nessuno te la fa finalmente più ma se davvero ancora me lo chiedessero, sarebbe solo un sorriso.

A mano a mano ti accorgi che il vento ti soffia sul viso e ti ruba un sorriso…

 

Mezzaluna

Guidando nella sera già oscura, che scende all’equinozio, pensieri quieti, spazi di introspezione. La sera in cui chissà quanti bambini, piccoli, dormiranno leggermente agitati, per andare incontro a quella cosa nuova che tutti gli hanno chiamato addosso scuola.
Anche PonciPonci sarà tra loro, Ponci che ha visto il grembiule e ha detto “io quel coso non me lo metto o me lo metto per andare a pescare”.
Silenzio, da sola, un’emozione presa a prestito la mia.

Non mi dimentico di me, mi è stato chiesto se talvolta mi sento sola, da sola. No. La mia paura, al limite, per indole, è quella di perdere di tenerezza, spiegavo a Namica, giorni fa, che a mancarmi è solo l’esercizio della tenerezza.

Nella notte prima del primo giorno di scuola, per i bimbi della parte salva del mondo, e per me.
Silenzio e la canzone che spesso dimentico essere per me la scoperta della tenerezza.
Mi riaddormenterò e ricomincerò a sognare.

l’amore fa l’acqua buona

Assente dagli schermi, mi sono sfilacciata poco poeticamente in tempo tra scartoffie, quelle che i colleghi sanno e anche quelle che i colleghi non sanno.

Mi sono sfilacciata anche alla cena coi Latintristi e l’ultimo sabato del loro liceo (il loro, roceré, non il tuo, lo capisci?) che quasi non passavo a salutarli tanto poi vi vedo, il diciannove, esce Pirandello, temo. Talmente sfilacciata che sto ancora leggendo la dedica su un libro, guardando le foto di chi l’ha voluta tenendomi in braccio. E in sala docenti che se vedo piangere la collega di fisica piango anche io. La campanella era suonata, l’orologio staccato dal muro (gli arredi, pure gli arredi se li portano i docenti da casa) e quello che con te, per vie traverse, s’è fatto cinque anni davanti a tutti dice che si ricorda com’eri vestita il primo giorno, e che dissi, come presentazione “guardate bene il vostro compagno di banco perché l’anno prossimo non ci sarà più”.

Esco dai corridoi con quell’idea che dopo i Latintristi, ora posso davvero cambiare lavoro. Senza di loro senso non ha. Dura mezz’ora la sensazione, che sui tabulati dei Comeback, lacrime e sangue, letture estive, saranno loro quelli di dopo.

Domani finisco lo scrutinio e prendo un treno che porta a ciottoli levigati. Lo faccio di straforo, sbaglio ma ci sono errori necessari.

Ponci mi spiega di una “pecca ffortunata che il galleggiante, zia, tirava dotto e io di trota ne ho preda una tola, perché l’altra di è dlamata ma in quel laghetto, zia, ci dono anche i lucci e i pettici che mamma fa il ridotto coi pessici, zia” A Ponci mancano solo le esse ma ha una buona presa e possesso del linguaggio specifico della disciplina. A me non manca nulla.

La commissione sulla carta sembra quella che farà un buon lavoro, un sabato di otto giorni fa che sembran mesi sono andata a dare il benritorno a una ragazza che tornava dalla città gemella, ci tornava con un cognome gemello, con un incorcio di sguardi sulla strada, non era un sabato qualunque, non era un sabato italiano. Ma il peggio sembra essere passato.

Infatti nella casella di posta elettronica trovo questo “ATTENTION! The travel authorization submitted on July 6, 2011 via ESTA will expire within the next 30 days. It is not possible to extend or renew a current ESTA. You will need to apply for a new ESTA. Please reapply at https://esta.cbp.dhs.gov if travel to the United States is intended in the near future. If there are 30 or more days left on the old authorization you will receive a warning message during the application and be asked if you wish to proceed.”

Quando ti scade l’ESTA, puoi estartene qui, Esta tié.

Insomma quasi quasi quando non scrivo vivo e metto della parole adeguate alle cose che poi somigliano di più all’amore che fa sagge le donne, perfino me. Tutto quello che ho, mentre lancio un ciottolo levigato a mare, per tutti quelli che incrocio nel male e nel bene. La seconda che hai detto.

Se ci siete, grazie, un calice.

Che due edipi eccezionali

Li vedevi quei due, lei 28 lui 40, lui che mamma lo chiamò così perché facesse il prete. Lei che si sentiva dire come sei sensuale, sembri un’araba e pecchiamo se facciamo questo fuori dal sacro vincolo. Lei 28, questo a mio padre non piacerà, vecchio e separato. Lui acqua di lago, lei poesia.

Prima. Li vedevi quei due, lui 18, lei pure, come si impara a far l’amore, riempirci i diari di come ci si mostra nude al bordo del rubarti la camicia. Lei 18 questo a mio padre piacerà, no, troppo presto, troppo poco figlio di pari. Lui acqua salata, lei poesia.

Dopo. Li vedevi quei due, lei 38, lui una merda, cosa conta l’età se sei una merda, lei 38, ecografia quasi sbagliata tra le mani, le parole fredde dell’odontoiatra. Lei 38, questo a mio padre piacerà, certo, ricco, intelligente; no, ha la faccia di chi vaatroie. Lei 38, ringrazia, gentile, bisturi nelle carni totale tre. Lui acqua amniotica, lei prosa.

Ancora prima. Li vedevi quei due. Lei 28, loro niente. Diagnosi in mano di quelle che al telefono non si dicono, lei 28, un lui la moto, un lui la casa. Lei 28, lei non piange, non può, ha gli scrutini. Maligno, dove – come?- nascono i bambini. Lei 28, questo mio padre lo capirà; sì, prima in ospedale, poi agli scrutini. Lui acqua acetata, lei muta.

18, 38, 28, 40. Li vedevi quei due. Lei è oggi, lui è un domani, due numeri che non escono sulla stessa ruota, lei è oggi, spogliarsi di ragazza, lui è bene e il bene non ha numero, non ha nomi e destini, non ha carte di dolore in mano, il bene non ha madri né padri, il bene mette i piedi nell’acqua di gennaio con la sciarpa. Lei acqua di mare, lui è il dono dell’inizio.

Foto1744

anniversari controversi

Ci sono giorni che batteranno il tempo sempre, e arrivano impietosi, puntuali a ricordarti, a scandirti. Si affievoliscono però, almeno nel dolore o nell’incomprensione e così cambi l’aggettivo, non sono più anniversari avversi come l’anno scorso, stesso giorno, non li copre più il segreto di un post protetto da password, esiti perfino, fino a qui, di volertici fermare ancora, a segnarli i giorni. Lo fai, perché scrivere serve a questo, a procedere il tempo. Io dubito fortemente che la vita mi vedrà alle prese ancora con quanto di femminile mi è stato dato e tolto in un batter di ciglia, in un volo d’aereo; dubito fino ad averne sentore certo, che certe seconde occasioni non passano più ma gli anniversari controversi son come quando ci hai pensato e lo sai che non capita ma se ricapita non piangi non piangi non piangerai più ma riderai come una pazza, mi piace pensare che riderei del ridere di Sara quando seppe di generare Isacco. Per cui la seconda puntata dello Shuffle, e una muta promessa di altri aggettivi senz’altri anniversari. Per cui:

19 settembre 2012  ovvero Cose da donna

Ho cominciato a sognare cose da donna su un terrazzino liberty ombreggiato di glicini. Avevo dodici anni,  sarebbe stata l’ultima estate senza mestruazioni, ascoltavo le canzoni alla radio, lanciavo un pallone al chiuso del pergolato e sognavo l’infinito di cosa e chi sarei stata da grande sull’infinito di un lezioso e aperto pianoforte. La canzone alla radio, di quando non sapevo l’inglese, diceva pressappoco così:

“Everytime you go away, you take a piece of me with you”

A 12 anni sei come carta moschicida, ti resta appiccicato addosso più di qualcosa, qualcosa sì qualcosa no. Ma non a caso. Se in una canzoncina ci senti il tuo infinito.

Quando poi l’inglese l’ho imparato, giocoforza, a trentott’anni quasi, “Everytime you go away, you take a piece of me with you”, quando ogni cinque settimane gli dicevo è come se mi spezzassero un braccio, amore, all’aeroporto e lui, amore, a dire, devi razionalizzare “Everytime you go away, you take a piece of me with you”.

Se io avessi una figlia di 11 o 12 anni oggi (ma non ce l’ho), non le farei ascoltare musica, non la farei crescere tra i glicini, non le farei leggere “il piccolo principe” nemmeno in regalo nemmeno in inglese, al massimo la porterei, al massimo, al museo della scienza e della tecnica ogni sabato.

Alla lunga, sulla lunga distanza, gli aridi vincono e razionalizzano.

4,3,2,1 null, ancora null

Sai da cosa si capisce che è finita, o che anche si comincia?

Non tanto dai miei debitori seduti intorno al tavolo di casa a sentirsi dire come fare un saggio breve che quello ormai puoi dare loro un nastro.

Non tanto dalle perturbazioni che il golfino ora lo metto e dalle feste della birra alle undici torno indietro.

Non tanto dalle nostalgie di fine agosto che per me erano i giorni d’ammore, sempre, dal camminare in campo santa maria formosa senza l’andervuer, al salire in Ossola e sbagliare calendari.

Ma dal fatto che da quattro giorni apro spasmodicamente un sito. Il sito delle promesse vane. Il sito che oggi dovrebbe dirmi sì ti utilizziamo lì anche quest’anno, garantendomi di poter portare agli esami i miei Latintristi che ora li capisco e li so come si deve. Ma loro non lo sanno, il sito spinge numeretti, graduatorie, leggine, circolari ministeriali, e sono le 10.48 e io non so ancora nulla.

Domani ricomincio a lavorare in una scuola che è un sito a decidere se sarà la mia. Un sito archeologico, o similare.

Shuffle

o del potere dell’ emmepitre funzione rigorosamente shuffle, sdraiata presso un torrente a millesettecento metri a ferragosto, che pare un titolo della regista dagli occhiali bianchi, e infatti. che faccio rido? Come se ridere di per sé bastasse già a risolvere gli errori, Scrivilo sui muri se vorrai qualcuno un giorno accanto a te che non pretenda d’essere il migliore…

Ci metti dentro quello che vuoi in quell’Ipoddino, lo carichi giorni prima secondo la stagione, perché la musica ha un’estate e ha un inverno, io ho avuto per anni anche la “musica del sabato”, rimasta ora in quale fondo di memoria del pc vecchio a colonna, fermo sotto il letto (alla faccia del feng-shui e dell’energia che ha da fluire sulle linee), rimasta ora solo e forse su qualche freddo I-Phone; It’s been a cruel summer, The sun has been hit by the storms My darling was bewitched by another, She caught my darling’s eye and as quickly as the lightning, I muttered a lonesome goodbye

Quindi in quel cosino piccolo piccolo, regalo di anni fa, primo regalo della lunga serie I-Cazz, ci ho messo la musica di ferragosto ché doveva essere per amor di precisione “la musica del ferragosto sulle Alpi tra il caldo e il freddo e la mia compagnevole solitudine” . I stand alone.

Il cosino piccolo piccolo te li sputa a caso i brani che nemmeno ti ricordi di averli scelti quelli, ne hai scelti di fretta novantanove, perché lo shuffle è sequenza caotica ma non disordinata (ci lessi un libercolo tempo fa, ma non lo gugolo mica), ti rimanda un puzzle di tessere tue la cui musica d’insieme non è più tua. Come la vita stessa forse? Filosofia spicciola dello shuffle.

Me ne son stata lì presso il torrente a pensare.  Com’è bello il vino rosso rosso rosso, bianco è il mattino, sono dentro a un fosso. E in mezzo all’acqua sporca godo queste stelle, questa vita è corta, è scritto sulla pelle.

Ho chiuso il libro e gli occhi When the ground was rumbling And the bathroom walls were bending I lay there wet and naked Oh i know your heard me yelling Out a name that you never used for me, till then..

Fino a quando ho capito che sì lo shuffle lo sa dove sei, lo sa che I’ve never felt alone
Like I do now, this moment I don’t belong here at all Must find the spark to go on

Lo shuffle sa anche dove stai andando, e cosa ci fai coi piedi a bagno in un gelido fiume,  Lascia che sia e che il diavolo se lo porti via non pensarci è una festa la tua età. Non sciupare il tuo sentimento. Lascia che sia metti tempo fra te e la nostalgia medicina da grandi amara o no Fa guarire ogni sentimento.

E’ colpa dello shuffle anche il post successivo, se poi mai lo scriverò.

Per chi desiderasse la sciàffolgrafia del post: bravagiulia di vascorossi, cruelsummer di karenelson, Istandalone del bellissimo dougpaisley, di pierociampi ilvino, caterpillar dei lambchop, tosurvive di joanapolicewoman, sentimento di miamartini, tutte in successione così alla cazz, ops alla sciàffol. Pare si chiamino pleilist. Plei, plei it again, Roceresà.