Modern love

Quattro ore di corso di formazione su un argomento di cui nulla ti frega, una collega cui non sai dire di no per un rapido pranzo quando avevi già detto sì agli amici dell’ufficio con Netto in testa. Per cui ci ho perso. Forse.

Esco dal buio del corso, c’è ancora la luce, potenza dell’Alma Venus e di quel cacca di Zephiro che torna e il bel tempo rimena, firmo la presenza, passo per il corridoio e dico “adesso entro in ufficio, di nuovo, sarai ancora lì Netto, così ti dico che lo so come stai, che però se non trovi una strategia di sopravvivenza affondi e mandi all’aria le doti e i doni che colui in cui tanto credi ti ha dato a profusione”

E invece tiro dritto, all’auto, accendo, si accende l’autoradio e perfetta precisa precisa, parte quella che è una delle mie canzoni preferite tra quelle che appunto devo ballare e ci arrivo quasi a casa ballando nell’abitacolo. Se mi fossi fermata, non sarei stata così felice, seppur di poco.

Perché lo so, quella rottura di palle di storia che la felicità è tale solo se condivisa, lo so che sono ansie da infinito, sinestesie per sfuggire ciascuno alle proprie morti ma.

Ma fregnacce. Se questa felicità non la divido faticosamente a metà, me la godo solo e sola tutta intera. Mia. Di chi la vuole davvero e ha lottato per volerla perché

I know when to go out
And when to stay in
Get things done

 

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Il vestito

Ci sono storie che si fanno raccontare, come questa.

Iniziata tanti anni fa, nel 2002, quando frequentavo un forum, in epoca pre-social, un forum di precari in cui imparavo qualche legge, qualche diritto, e non avevo la connessione a casa. Un’esperienza finita in fretta con soli due nomi conservati nella memoria per sbaglio, Caterina e Patrizia.

Non so se tra qualcuno che ancora mi legge c’è chi coi nomi ci fa legami indimenticati; io sì, come scordo i visi così trattengo i nomi, spesso per sempre.

Poi la vita macina chilometri, il precariato divenne anche un ricordo, amen, e un forum adesso fa molto preistoria.

Nel 2011, ten years later, andavo a spasso tra le scuole della provincia a fare formazione quando un pomeriggio mi si avvicina una collega e mi chiede se fossi la stessa roceresale del forum dei precari perché a vedere il mio nome si erano consultate lei, la collega sconosciuta, con due amiche, Caterina e Patrizia. Sono io, non sono più precaria da tempo, anche loro , ti possiamo cercare su facebook, certo. E fu così che ebbe un volto, soprattutto Caterina. Qualche scambio che Facebook alla fine è quello, un like, una canzone, un proverbio in dialetto per ridere di noi.

Fino a un barocco pomeriggio di novembre, a una foto di un vestito e cappotto e scarpe e vanità. Caterina dice “famm veré stu vestit” l’ho già tolto Caterì, “quant sei antipatica roceresale, e voglio vedere il vestito”. Un vestito che dice mettiti su skype ed è la prima volta dal 2011 che un nome diventa anche voce. E diventa in breve il modo con cui la vita mi tesse il film addosso.

Roce, di che anno sei? Cate, sono nata nel settantaeunpaio al Careggi. Ed era la prima volta che ti nominavo la città natale. Roce, sei nata lì? Sì abitavo e lì. Dietro casa tua c’era la vasca coi pesci rossi Mi sembra quasi di ricordarla. Avrai giocato coi miei cugini, hanno l’età tua. C’era Giona biondo con occhi azzurri. Mi sembra qualcosa di familiare, Caterina, sarà suggestione. In che via mi chiede Caterina, in via del Pittore (mentre lei impallidisce) a che numero? (il pallore è quasi svenimento); in quel palazzo stavano i miei zii, e avevano il bar in fondo alla strada mentre lui era pizzicagnolo di qua d’arno. Caterì lasciami chiamare mia madre che il cognome sembra quello che so, poi ti richiamo.

…e insomma Caterina non è voluta star fuori dalla mia vita più volte,abbiamo tirato fuori le foto coi cugini il giorno dopo a casa, la zia del bar mi badava quando quella ventenne di mia mamma andava a lavorare e Caterina può anche avermi tenuta in braccio, da piccola.

Poi abbiamo smesso di avere il magone e abbiamo deciso di incontrarci, all’epifania, come si addice a quelle che ci tengono al vestito.

that’s no way to say goodbye

Quattro anni fa tu che ti amavo tanto non c’eri già più, c’era solo un albergo a Venezia.

E c’era tenersi le mani con quegli amici; qualcuno anche di loro, lo è meno, da tanto.

I0 c’ero qui: e sono commossa solo a ricordarlo, trovassi il video in cui si sente solo la voce tonata su quel lalalalala lala lala lala lalalalalala laa la laaa

Oggi non c’è più nemmeno quel distinto signore col cappello che ci ha uniti tutti tu, me, loro.

Solo un errore, errare, potrebbe farvi passare di qua.

Nel caso, è per voi:

 

 

 

Mezzaluna

Guidando nella sera già oscura, che scende all’equinozio, pensieri quieti, spazi di introspezione. La sera in cui chissà quanti bambini, piccoli, dormiranno leggermente agitati, per andare incontro a quella cosa nuova che tutti gli hanno chiamato addosso scuola.
Anche PonciPonci sarà tra loro, Ponci che ha visto il grembiule e ha detto “io quel coso non me lo metto o me lo metto per andare a pescare”.
Silenzio, da sola, un’emozione presa a prestito la mia.

Non mi dimentico di me, mi è stato chiesto se talvolta mi sento sola, da sola. No. La mia paura, al limite, per indole, è quella di perdere di tenerezza, spiegavo a Namica, giorni fa, che a mancarmi è solo l’esercizio della tenerezza.

Nella notte prima del primo giorno di scuola, per i bimbi della parte salva del mondo, e per me.
Silenzio e la canzone che spesso dimentico essere per me la scoperta della tenerezza.
Mi riaddormenterò e ricomincerò a sognare.

Perfect

C’era una canzoncina allegra molto 80’s dentro cui una tipa con la permanente cantava sopra una chiatta lungo fiume malgrado piovesse lei aveva l’ombrello e cantava “peeeerfect” con una pronuncia che per anni è stata la parola più bella da pronunciare.

La canzone la associo (perché associo troppo a chi non c’è),  a una compagna di liceo non esattamente la stessa che stasera mi ha accolto e mi ha ascoltato. 

Senza che io mi fermassi un po’a chiedere di lei. Cosa che spesso con facilità rimprovero al mondo.

Con facilità spesso di perfect in me non sento più nulla e scusarsi a che serve, dopo.

Eppure stasera accolta guardavo oltre la siepe della casa, già al buio, si stagliava una casa accarezzata dall’ultima luce salente delle notti di luglio. Quasi accolta in un quadro.

Della tizia eighties che se ne fotte che piove sotto l’ombrello sulla chiatta lungo fiume non ho niente. O forse sì.

Ringrazio in silenzio chi sempre mi accoglie. Poi tornerò evidentemente a dare. Perfect.

Porta via

Sto pensando che lo psicanalista nulla potrebbe, pure lui, con questi sogni fitti di colleghi corridoi riunioni ingerenze genitori stress. E fitti flussi di coscienza in auto guidando su cosa direi a quella stronza. Come se poi alla stronza importasse, la signora gnanca un plissé, orsù via.

Sono appena passata dall’ansa in cui il fiumattolo sfocia a lago e ho visto il cigno coi cignetti. Bruttini scuri di piumaggio ma tanti, e mi son commossa.
La vita eh, via.

Ho appena letto i temi di maturità e i Bifidi Attivi, qualcuno, quelli che alla fine han smollato la guerra versus me, sicuramente avrà pensato che la Roceresale è posseduta da un funzionario del ministero che tre temi sono simillimi a quelli dati da me.
Che si dica che son brava, via.

Al Durocome la mala gestione ha massacrato il tono umano, non c’è bipede lavorante che non scarichi le proprie frustrazioni sul primo affacciantesi, anche negli uffici. Invece di fanculare ci resto male, che sciocca. Stavo meglio quando sfanculavo. Da quei corridoi pòrtati via.

Ho dormito con la porta sventrata, con sgabelli e sedie ammucchiate contro, tipo film di guardie e ladri. La porta è rotta. Dopo giorni in cui per entrare e uscire saltavo dalla finestra. Mi ha visto farlo anche amico Atomo che dopo vent’anni ha detto “sempre solo uguale tu”. Atomo, vai via.

Roceresale dopo financo piagnistei di nonneovoja nonneovoja ha quasi deciso che quel volo è da prendere. Meglio un nonneovoja pratico che teorico. Vola via.

Roceresale non sa più raccontare le cose più belle. Chiediamoci anche a chi importano, le cose più belle.
Le porta via.

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L’eleganza del ricco

Uno poi viene ispirato nei momenti più strambi.
Fumando un sigaro svizzero al miele per esempio. In piedi davanti al bosco e al lago.
Piove, non c’è niente di nuovo o speciale qui. Nemmeno la splendida tela di ragno che osservo dalla punta aranciata del sigaro acceso.
Sto ragnetto è piccino piccino in mezzo a una tela estesa, magistrale che si regge tra le mollette da bucato e i vasi dei nuovi fiori bellissimi. Calibrachoa, mi sembra si chiamino. Provati dalla pioggia, stringono corolle sulla difensiva.
Sto ragnetto sta qua nella perfezione del suo posto nel creato, oggi primo di giugno.
Sul lavoro sta andando tutto male. Il copione si ripete, troppi anni nello stesso luogo, capacità di dire no mai allenata, scenette da circo che se non lo sono verranno lette così. Contegno e testa alta son la virtù dei forti. Io a forza valgo meno di questo ragnetto cui il fumo del mio sigaro starà dando fastidio. Del resto pure a me dà fastidio il fumo. Con tutte le cose che potrei imparare, fumare? Silvestro dice vai a correre, anche se ne abbiamo diffidato in passato, pare che il tuo sia un corpo umano. Ma test clinici non lo dimostrano.
Su un amico ragnetto scrissi anche una filastrocca alle scuole medie.
Mi manca mia cugina, ma non fa in tempo a mancarmi senza pensare a quale mancanza strazio sia quella di chi le è stato più vicino, sempre.
Il ragnetto mi chiede se per caso non mi manchi anche qualcun altro. Ah ragné, quante ne sai.
Se fossi ricca io non lavorerei. Ho sempre affermato il contrario. Ma ora di gente elegante, e ricca, donne soprattutto, che hanno rovinato la scuola ne ho viste troppe. Donne che insegnano soltanto perché non le si considerino troppo ricche per lavorare.
Sono monotona e fuori moda.
Riprende a piovere forte, ho finito anche il sigaro, rientro.
Il ragnetto si è spostato, intuisco, ai bordi, per scansare i goccioloni.