Rotta e motto

Pur essendo capace delle più becere lamentele e scassature di uallera al cubo anche solo per essersi fatta tagliare i capelli male che ora proprio non si può vedere allo specchio, Sansona qua; che poi apprezzerei le amiche quando ti dicono “non ti sei rotta di essere così lamentosa per niente”, cioé apprezzerei anche i tre quarti di sincerità; pur essendo ipocondriaca ma meno molto meno del medico di base che se gli dico meno, pausa, rilancia con pericoli di vita, e rinfrancanti contraddizioni.
Pur avendo perso smalto nella capacità di scegliere bene il meglio per se stessa, giurando notevoli propositi di rientri di rotta.
Ricevo una telefonata sul numero di casa a ora serale inoltrata e ho in linea Palermo che mi passa New York.
Due donne bellissime che non si conoscono che vivono su due punti distanti climatici del planisfero hanno in comune fino a dicembre solo me.
E in nome di questa me si incontrano, si piacciono, progettano il reincontro, duemilasedici, in tre, si fa.
Allora mi sono commossa, mi sono sentita meno stupida, coi capelli più a posto, meno rotta.

Avrei voluto trovare un motto per l’anno nuovo, ma poi qualcuno mi ha detto ” motti non ne penso che poi tanto me li dimentico “. E riderne, e riconoscere la rotta.

P.S. a chi ha la pazienza ancora di sorbirsi i miei sbrodoli, seppur una riga sì e magari tre no, AUGURI.

P.S bis: il duemilasedici trattasi di anno bisestile, cioé quella volta che ogni quattro anni perfino io.

Dolcezza alla pietra

 

Un pezzo della storia era già scritto qui:

“Che c’è un dolce per ogni amicale occasione e ierisera io entravo con amici vecchi e amici nuovi nell’amato solito locale e sulla lavagna del menù ho capito che non solo i numeri incrociano emozioni. Io sono il mio nome, una birra corsa e due marroni (la seconda però in molti la pensavano già)”

 

Il solito locale non sarà il solito locale ma una nuova avventura. Di un uomo innamorato del proprio lavoro, di un uomo che tra musica raffinatissima e i suoi fornelli pieni di affetto mi ha insegnato e ricordato spesso che l’impegno, il merito e il sorriso contano più di quanto in molti siamo ancora disposti a credere.

 

La storia andrà avanti, stasera e io sarò lì, sulla carta e fuori dalla carta. Perché non capita spesso di avere un dolce chiamato a tuo nome, segno di quanto gli amici si comprendano, se hanno voglia davvero di comprendersi, gli amici pure se una delle due è una dolce testa di pietra.

Sarò tra l’onorato e il commosso. E quando arriverò ai dolci, sarò alla frutta, tra l’onorato e il commosso.

In bocca al lupo, chef!

 

Ogni anno la stessa storia

Sto impacchettando il regalo per Silvestro. I biscotti son pronti da ierisera. La confezione  mi metterà alla prova, è grande, io con carta e forbici son imbranata come quando alle elementari la maestra diceva beh, lascia stare, roceresalina, leggi e basta, te. La confezione è grande, il regalo lo abbiam pensato in due, io e Namica. Io e Namica che si è gentilmente invitato Silvestro ad organizzarsela da solo la festa, stavolta. Certo, la dritta per dove andare a cena son finita a mettercela io. Ci sarà una nota teutonica.

Nel biglietto che accompagnerà il regalo, insieme anche ad un libro in tema, ci sarà scritto, se entro le otto riuscirò a finire di impacchettare quel santantuono di regalo che il commesso mi guardava impietosito mentre uscivo dal negozio, e mi metterò a scriverlo sto biglietto, ecco ci scrivo

“Con gli anni, ancora, dirsi spesso che pizza che siamo, come pane quotidiano”

Ma son passata a fare gli auguri anche a delle blogger speciali

A Pendolante

e anche a lei e leiovunque siano là fuori dalla blogosfera.

Per loro un biscotto!

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Il ciondolo egocentrico

L’eccesso di zelo con cui la vita ti aspetta e ti attacca che non hai nemmeno disfato le valigie e messo su le almeno tre lavatrici purificatrici ha di che farti pensare.

L’unico sasso mimetizzato nella sabbia entra in collisione col tuo mignolino piede destro, lo mostri al pronto soccorso, il piede, dico e mi ritrovo impegnativa di radiografia al polso. Però destro, quinto dito, va la precisione.

Va la precisione del dolore, un’altra amica di quelle che abbelliscono il mondo, di quelle che andrebbero sparse, a scuola innanzitutto e poi alla ovunque, da domani non è più cosa da oncologi ma da cure palliative. Fanculo. Sei la quarta che stai per lasciarmi così, intontita. Fanculo. 

Dall’atrio stamane si sentivano le cicale, fortissime, entrare tra i codici bianchi e verdi dell’attesa. Una coppia di anziani, lei che tiene per un braccio lui, ferito in viso, e gli dice “ma sa lé sto rumore, t’el sentet? Come di cicala”. Lui dice no, non sente ma per sentire meglio si toglie gli occhiali. Gesto che fa tenerezza a me, tanta, ma anche alla sua moglie da tanto. Ridono. 

Fanculo anche alla vecchiaia, nemmeno lo splendore delle strane cicale lombarde ti permette di sentire più.

#ioleggoperché – gli amici

  

 

Sebbene sia più facile, o così è stato, “similes cum similibus”,  a volte avere un brigante come amico aiuta. 

E i libri aiutano i briganti, si sa. 

Oggi, il percorso dalle madri, passando dai maestri, fa tappa con gli amici, non solo virtuale, ma anche reale. E se è reale, c’è spesso una stazione, un treno dove prendere o andare. 

E ne ringrazia un paio, lei e lui, direttamente. 

Poi ringrazia tutti quelli che mi han portato libri non a caso, nella vita, tanti, e anche qualche libro che non mi è piaciuto. L’albero di sotto, però, non l’ho segato mai.

Quasi alla fine di #ioleggoperché

So far so close

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Così lontano, così ticino.
(Pellicola di venti chilometri con caduta di stile e di bici nella boscaglia.  Mai seguire regista che dice “adesso facciamo una pausa, sei stanca?” e ti si impigliano i pantaloni nel pedale e splaf).

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Un tuffo nel passato
(Pellicola in cui c’è una tizia già vista nei film tristi di Rohmer che al primo sole s’ammala della nostalgia dei tuffi a due, praticamente un’oca. Poi fa l’aperitivo sul lungo fiume freddo, incontra due ragazzi giovani che l’avvisano di star pronta alle evenienze e ricordano di quando era bello recitare insieme per John Belushi)

Ho fatto una pasquetta che era un cinema!

Mezzo grado di separazione

Da questo balcone con vista sull’acqua, dove da marzo ricresceranno le chiome degli alberi e il lago sparirà a poco a poco. Esco poco, chatto troppo, lavoro male.

Da fogli sparsi, per la raccolta della carta, è venuto fuori un elenco di nomi, alunni nel 2000, ai nomi associavo ancora i visi, non tutti, e dicevo “e questo? e questo?” Eppur dimentico.

L’amico, Chiamiamolo Così, CC (una delle due C sta per cachemire, l’altra è invece di sostanza) mi chiedeva anche perché non parlassi mai della mia università, lui che una parola su tre è “Bocconi”. Perché voglio dimenticare, da statale.

Così la finestrella di messenger che si è aperta in quel momento, – in quel momento quale?- diceva solo “quasi mi dimentico di dirtelo, ho interrogato una tua ex alunna”.

Quale? Una ragazza, capellidirame, l’hai avuta solo al biennio, latino. Tre minuti, e l’avevo davanti agli occhi, la ragazza, no che non dimentico.

E mentre Noise mi riporta meglio il dialogo, e mi racconta che la fanciulla quasi capotta dalla sedia a sentirmi nominare, penso al sentirmi nominare ora “come cara amica”, proprio in quel posto lì che dimenticherei, e Noise deve averlo capito cosa intendevo, ridendo e dicendo “silvas doces resonare Roceresalem”.

E poi le cose serie.
Noise scrive “buffo però”.
Sì, buffo, ma pensarci al come e al perché ci siamo incrociate e conosciute mi mette sempre di buon umore e qualcosa in più che non saprei dirti, senza retorica.
Perciò non te lo dico.

Ed è partita la faccina.
Cià, Noise, un giorno di questi mi devi offrire un cappuccino in via Università.

Snob

Mi son divertita fin da prima quando un amico il giorno del SUO compleanno mi fa un regalo per il MIO compleanno, belli gli scambi di genetliaco, e mi regala quello che mi ero regalata da sola il giorno prima.
Consegnandomi il cd mi disse “con questo titolo, snob, è fatto apposta per te”.
Anche il concerto è stato un regalo.
Ho detto all’inizio di questo mese che Novembre sarebbe stato Sìvembre, ho mantenuto le promesse, e si sta chiudendo in bellezza.

Che non vuol dire non vedere le mancanze, a novembre ho mancato un compleanno importante perché la vita può mancarti prima di compiere degli anni belli. Vuol dire essere stranite e non sapere come stare, cosa provare, leggendo quel nome così bello, esperanza.

Anche Elisir manca, seppur sia stato il brano di apertura del concerto.
Ma è lenire e guardare in faccia tutto che può far chiamare Sìvembre quello che inizia con no.

Il maestro nella sala gremita del Conservatorio è stato grande. Si è preso gli infiniti minuti di applausi, la standing ovation, senza fiatare, senza farsi negare. Quegli applausi fragorosi che invece di cessare, come spesso capita ai concerti, quando si presenta il musicista, salivano di intensità ad ogni assolo dei magnifici dieci cui si accompagna.
Il maestro, che spesso è avaro di tempo nelle sue performance, avaro soprattutto di parole, nemmeno grazie dice.
Però restava lì in piedi, chinava il capo, batteva il tempo con le mani sull’eleganza impeccabile dei suoi pantaloni, poi portava quella mano al petto. E batteva il tempo del cuore. Che seguirlo ci vuol poco, il Maestro, ma capirlo ci va il tempo che ci va, anni.

Altro che snob.
https://m.youtube.com/watch?v=DiS-yjCclME&list=PLsSKmwnjnNB2Vv1Ti8ZIuzUqcRf7DnATJ

In contumacia

Aveva un po’ di malmostosite in questi giorni, Silvestro, forse una forma seria di desiderio di mille altre vite possibili, un’irritazione da -anta e passa, una moscerìa portami via.

Così io e l’altra, nemiche amatissime, ci si può unire e dire “pizzetta, Silvestro, mercoledì?” E di nascosto indaffarare per avere al tavolo un sacco di altre persone. Che dicono sì, ci siamo. Festa a sorpresa per Silvestro, iuppi ià, non dite niente, Silvestro non lo sa.

Silvestro a metà pomeriggio dice “non ne ho voglia, non sono in vena di festeggiare, facciamo un’altra volta”… Scambio di uazzappi allibiti. E tu hai pure prenotato una torta ai funghi di meringa in pasticceria, peso netto chili due.

La tattica per incastrarlo poi arriva, ma va sto tizio che è vent’anni che mi complica gli affari semplici.

Ore 21.05 da cinque minuti siamo qui riuniti per celebrare e tu non arrivi. C’è pure Amario che ogni tre anni ci fa dono della sua presenza.
Ore 21.07 ci portano l’acqua, così per gradire. Ci sono Gnoccauno Gnoccadue che ti vogliono elettricista.
Ore 21.09 “no, non viene” e tutti a redarguirmi che mi metto a ordinare il giro pizza. Cioé non viene, chemmifrega, io mangio.
Ore 21.10 uazzappa una di noi “parto adesso dalla palestra” mentre chi era in palestra con lui siede da dodici minuti al tavolo.
Ore 21.19 non è possibile, non troverà parcheggio. Grazie, lorsignori, auguri, gridiamo tutti auguri, Silvestro che non c’è, questo è un compleanno in contumacia

Che sono esperienze eh.
Dopo questi anni di blog, ogni ventinove ottobre è un piacere scriverti ancora auguri, è una bella storia che attraversa i tempi. Fatti una grappa importante alla mia salute, e un pianto come da tradizione sul biglietto che parla di noi.

Ah. Ierisera, poi, alle ore 21.25 Silvestro, in concomitanza con le prime tre pizze, entra con l’aria annoiata di chi si aspetta svogliato solo due persone. Ne vede all’improvviso quindici, trasecola, si blocca, si porta una mano al petto, in gesto di stupore.

Poi lo prendiamo tutti in giro e il giropizza e la festa hanno realmente inizio.

So your head upon my breast

Se guardo in alto sul soffitto l’ultima a chiudere gli occhi è la costellazione del Leone.
Posso ancora ricordare quanta nausea facesse quello stare a testa in su, si perdono i punti cardinali a stare in quella posizione, e attaccare le stelline fluorescenti.
Ancor prima di scegliere un letto, le stelle.

Per farle tremolare è un attimo, bastano Cohen e qualche lacrima tardiva.

Ho conosciuto una persona che sa raccontare una vita con le date al posto giusto, in musica. Praticamente un roceresale al tornasole, solo più solare.
Le persone che sanno raccontare e scandiscono dischi. le ascolterei per ore.

Prima di rituffarmi nel silenzio, nei dischi delle cose perse, in queste cazzo di stelle di carta che non si staccano più.