Latente

Mentre guidavo per venire qui oggi in questa clinichetta privata barocca tutta finto marmo e finto Luigi quindicesimo dove alla reception la gente salta la coda perché è gente arrogante e di modernariato e soprattutto il medico è perennemente in ritardo, in questo fiore all’occhiello della sanità privata lombarda da trafiletto di cronaca tardi anni novanta, mentre guidavo per venire qui ho scritto col pensiero un post bellissimo ma talmente bello che voi non sareste mai in grado di scriverlo un post così.
Poi uscita dalla macchina me lo sono scordato il procedere del post.
Perché i miei post sono grandi, ma di una grandezza latente.

Allora mentre aspetto il tizio della clinichetta su sta sedia che ostenta modernariato in ritardo di almeno mezz’ora volevo scriverlo sto post latente.
Poi ho aperto facebook, errore, e ho visto che il mio ex alunno Rediostar ha postato sul gruppo postumo del gruppo dei Comeback una foto grigia, triste di città e ha commentato, parafrasando una poesia che fu momento di epica di classe “piove. È mercoledì. Sono a Milano”.

E via, un bel sorriso non più latente.
Tra le sedie finte luigiquindicesimo la tivù che intrattiene gracida gli ospiti con le esclusive sull’ultimo fatto di cronaca posso fingere che sia spenta.
Latente.

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La regola dei frigoriferi e degli undici giugno 

Stamattina, mentre guidavo per andare a scuola per lavorare gratis ma piacevolmente perché avrei dato due dritte alla mia armata Brancaleone in vista degli Esami di Stato altresì detti di maturità, la mia, che se sopravvivo stavolta alla composizione della commissione sarò matura davvero, mentre tutto questo piccolo scorreva dall’abitacolo e pioveva e c’era il sole e c’era un live di Jeff Bridges, alla radio si diceva della manifestazione.

Lavoratori della Multinazionale americana quella che fa i frigoriferi, quella in cui anche io ho fatto i frigoriferi, controllavo il passaggio corretto del freon con una specie di bacchetta magica, i lavoratori scendevano in piazza in città, l’attraversavano in corteo bloccando il traffico e infatti poi le mie colleghe arrivate a scuola per lavorare gratis si lamentavano di tale corteo.

E io guidavo per andare a lavorare gratis e mi dicevo sto sbagliando tutto, adesso vado avanti e vado in corteo con loro. E dico loro chi sono, un’insegnante che domani le si chiede di votare su un aspetto di una legge che ancora legge non è, e dico loro che stiamo sbagliando tutti, a non attraversare le città insieme, io con voi, voi magari con gli altri e gli altri tutti con noi.

Forse tutto sto pippone perché ierisera era l’undici giugno, che l’undici giugno a casa mia è il compleanno della cara mamma Little Party, e che è stato forte compleannizzarla dopo aver pensato per parecchio che i compleanni, si sa, possono smettere seppur con preavviso, e l’undici giugno è il giorno in cui io me la sono vista brutta un santo paio di volte, scrutini non permettendo e l’undici giugno era ierisera e non ci è successo niente che vedere il film su Berlinguer. 

Berlinguer, ho chiesto ai Comeback chi è, chi era. Quello che non ha smesso di parlare fino all’ultimo minuto di fiato e di volontà. E se è vero per me che il calcio ha smesso di essere interessante dopo il maggio dell’Heysel, ierisera mi son chiesta come ho fatto a pensarmi comunista da giovane, che non c’era più da un pezzo la stagione Berlinguer.

Checcretina.

Ed altri miliardi di cose che qui non ho scritto, ho vissuto, brutte talune e sempre vitali, tutte inserite in quell’impegno quotidiano che è l’esercizio di una certa felicità.

Mi siete mancati. Ciao.

Don’t Clean Up

Due anni fa nessuno di loro sapeva cosa fosse la Diaz.

E nemmeno io, in fondo, lo so cos’è un inferno tale.

Però oggi, prima la notizia, poi notifica dalla classe virtuale on FB, Momo, proprio il mio dolce Momo che di cazzi sua ne avrebbe già abbastanza, mi mette il link della notizia e mi dice “si ricorda prof? In terza ne avevamo parlato” e continua col suo rammarico per il suo paese.

… è pochissimo, lo so, ma stasera questa cosa me la faccio bastare.

Acqua e neve

Acqua e neve, seguendo l’altitudine, così oggi, uscita da scuola, vedevo le auto incofanate di bianco, e poi intorno era finalmente tutto gennaio, le mie prealpi sfidavano gamme di grigio impraticabili dai lapis.
E allora sempre a chiedermi se vivo appena appena meno alta di quanto basti ad essere bianca.
Me ne sono andata da questo scrivere, che si fa così in rete, direte, vi dico che non ho trovato il motto, o ne ho trovati cento e mentre cercavo parole per iniziare un anno, l’anno è iniziato da solo, il mondo si è riempito di cose troppo difficili per questa prosa da niente che ho, così ho lasciato atterrare aerei, ricevere messaggi, salire sulle auto, riprendere treni, 77 temi che aspettavano solo la Befana, ricevere madri cattive, allora meglio i messaggi e poi non trovare le mutande.
Come possono sparire delle mutande, così, mi chiedo, senza nemmeno che siano arrivate alla lavatrice.
Eh, sì, mi mancava la malizia di chi ora è lì a dire era ora, che ti sparissero le mutande tra i meandri del divano birbone, perché lo so che siete lì a pensare che saranno nei dintorni del divano, e pensate anche il tutto dopo una domenica pomeriggio in cui qualcuno con gli occhi azzurri, e qui vi sbagliate, che chiedetevi prima come mi piacciono a me gli occhi, azzurri è banale.
E poi, gennaio è iniziato da un pezzo, ho da fare, c’ho i Comeback che quasi si fanno bocciare, e c’han l’esame, ciànno, e voi qui a cincischiare, a farvi dar retta, su come e dove e gli occhi e le mutande.

L’etimologia di mutande, poi, tenetela presente. Che ai Comeback s’è dovuto spiegare anche chi sia Priapo e ho detto non cercatelo sul web adess ops, dice Ventodi(sup)ponente mentre smanettava il cellulare, dice e si è fatto di porpora, dice troppo tardi, prof. E poi all’intervallo tutti affermano di aver visto Priapo e quanto ce ne sono, di tipi, eh Priapi.

Ma voi preferite l’acqua o la neve? E vi piace gennaio? E secondo voi lo indosso bene il nome di Heidi? Mi sorridono le prealpi. Sarà l’acqua, la neve, gennaio, chissà.

Scappo, stasera broccoli, zuppa di cipolle, quante cose, scusate.

Un treno da spacciatori

Tra pochissime ore salirò su una auto carica di ragazzi e di cibarie da tenere in caldo.

Insieme raggiungeremo la stazione del capoluogo piccolo, insieme ad altri due che ci aspettano, saliremo sul treno e arriveremo alla stazione minore del capoluogo grandissimo.

Lì consegneremo dei moduli e le pietanze, forse non così tanto calde, a una signora, parteciperemo alla Santa Messa di Natale, e poi distribuiremo una cena ai senzatetto.

Alla fine, ci aspetterà un treno tardi, l’ultimo che può riportarci nelle nostre sperdute lande. E non vi dico l’ansia. Rediostar, star dei Comeback, flemmatico, inviandomi il uazzàpp con lo scrinsciòt dell’orario ha chiosato, per rincuorarmi,  “è il classico treno da spacciatore”.

…e così se i vostri spacciatori di cibarie ormai fredde saranno sani e salvi al ritorno, sarà davvero un buon Natale.

Qua sotto, il blog mi dice che ho 222 follower, molti più dei cinque ragazzi che han detto subito sì a questa proposta di vigilia diversa.  A tutti e 222 e anche a chi non ne fa parte, pur passando di qua, un augurio più caldo delle polpette per come arriveranno al capoluogo; un augurio sconosciuto, che arrivi in un pensiero e possa essere ridonato, subito, a un altro.