Tra le pagine chiare e le pagine

Ecco quello che succede quando il primo libro dell’anno è un adorabile mattonazzo norvegese e il secondo invece è Anna Karenina, quello che l’amica di un tempo disse “sta già dentro tutto lì”.

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Quella stupida oh stupida Anna si è buttata sotto un treno a pagina circa 890 mentre io ero immersa e avevo trascorso il die nell’algoritmo MD4, nel PHP, in MySQL. Che strazio. Mentre Levin (oh Levin) in un quadro perfetto come un fotogramma di Malick, sdraiato nell’erba a liberare scarabei, trovava Dio dov’era sempre stato.

 

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C’è un silenzio imbarazzante, in casa, certo ma il più imbarazzante è quello che sortisce il mio parlare. Un silenzio che ho portato zigzagando tra San Satiro, San Sebastiano, le colonne di San Lorenzo. Un silenzio che sembro prigioniera di un film di Malick ed è per quello che sono una donna infelice, di base, lo so, devo uscire dal film del texano, dalla luce perfetta della sua fotografia, dal silenzio dei cercadio.

Il silenzio delle pagine lette, da settembre zero, fino a ieri perché sapevo che mi aspettava un libro per ricominciare, un libro mi stava cercando e in poche ore ne sono prigioniera. Finalmente.

Netto ha detto di no a tutto, anche se ancora avevo chiesto quasi niente.

Sta per cominciare un anno nuovo e io sono senza motto, senza rotta, né più ne meno, solo un luogo all’orizzonte.

Il libro è questo e si candida alla meraviglia, come questo e questo, altri d’anima

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Il vestito

Ci sono storie che si fanno raccontare, come questa.

Iniziata tanti anni fa, nel 2002, quando frequentavo un forum, in epoca pre-social, un forum di precari in cui imparavo qualche legge, qualche diritto, e non avevo la connessione a casa. Un’esperienza finita in fretta con soli due nomi conservati nella memoria per sbaglio, Caterina e Patrizia.

Non so se tra qualcuno che ancora mi legge c’è chi coi nomi ci fa legami indimenticati; io sì, come scordo i visi così trattengo i nomi, spesso per sempre.

Poi la vita macina chilometri, il precariato divenne anche un ricordo, amen, e un forum adesso fa molto preistoria.

Nel 2011, ten years later, andavo a spasso tra le scuole della provincia a fare formazione quando un pomeriggio mi si avvicina una collega e mi chiede se fossi la stessa roceresale del forum dei precari perché a vedere il mio nome si erano consultate lei, la collega sconosciuta, con due amiche, Caterina e Patrizia. Sono io, non sono più precaria da tempo, anche loro , ti possiamo cercare su facebook, certo. E fu così che ebbe un volto, soprattutto Caterina. Qualche scambio che Facebook alla fine è quello, un like, una canzone, un proverbio in dialetto per ridere di noi.

Fino a un barocco pomeriggio di novembre, a una foto di un vestito e cappotto e scarpe e vanità. Caterina dice “famm veré stu vestit” l’ho già tolto Caterì, “quant sei antipatica roceresale, e voglio vedere il vestito”. Un vestito che dice mettiti su skype ed è la prima volta dal 2011 che un nome diventa anche voce. E diventa in breve il modo con cui la vita mi tesse il film addosso.

Roce, di che anno sei? Cate, sono nata nel settantaeunpaio al Careggi. Ed era la prima volta che ti nominavo la città natale. Roce, sei nata lì? Sì abitavo e lì. Dietro casa tua c’era la vasca coi pesci rossi Mi sembra quasi di ricordarla. Avrai giocato coi miei cugini, hanno l’età tua. C’era Giona biondo con occhi azzurri. Mi sembra qualcosa di familiare, Caterina, sarà suggestione. In che via mi chiede Caterina, in via del Pittore (mentre lei impallidisce) a che numero? (il pallore è quasi svenimento); in quel palazzo stavano i miei zii, e avevano il bar in fondo alla strada mentre lui era pizzicagnolo di qua d’arno. Caterì lasciami chiamare mia madre che il cognome sembra quello che so, poi ti richiamo.

…e insomma Caterina non è voluta star fuori dalla mia vita più volte,abbiamo tirato fuori le foto coi cugini il giorno dopo a casa, la zia del bar mi badava quando quella ventenne di mia mamma andava a lavorare e Caterina può anche avermi tenuta in braccio, da piccola.

Poi abbiamo smesso di avere il magone e abbiamo deciso di incontrarci, all’epifania, come si addice a quelle che ci tengono al vestito.

La regola del bacio sul pavimento e della gente che passa dentro casa

Alla fine Netto è entrato nei miei sogni, si è seduto insieme a me sul povero parquet di pino chiaro della mia stanza, seduta pure io, sotto la finestra, ha fatto un’eccezione (così diceva) e mi ha baciato.

La sera dopo nel sogno c’era una colonna di gente che per andare dove doveva andare passava da un corridoio che mi attraversava casa, con mio certo disappunto.

Com’è come non è, è ora che chi ha voglia di passare o addirittura sedersi sul pavimento, trovi meno confusione, dopo anni, è doveroso.

Le altre regole, qui

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Leggendo, provai quella che stava diventando una sensazione familiare: il mondo si ricombinava intorno a me mentre io metabolizzavo le parole comparse su un display a cristalli liquidi. Fra le notizie personali più importanti che avevo ricevuto negli ultimi anni, erano così tante quelle che mi erano arrivate via smartphone mentre ero in giro per la città che avrei potuto segnare su una mappa, rappresentare geograficamente, gli eventi principali, di fatto, dei miei primi anni dopo i trenta. Attaccare una puntina sul muro o piantare una bandierina su Google Maps in corrispondenza del Lincoln Center, dove, accanto alla fontana, avevo ricevuto la telefonata con cui Jon mi informava che, per chissà quale complesso di ragioni, un nostro amico si era sparato; cerchiare il Noguchi Museum di Long Island City, dove avevo letto il messaggio (“scusate l’e-mail cumulativa”) inviato da una cugina stretta per descrivere le condizioni del suo bambino appena nato; mentre facevo la fila all’ufficio postale su Atlantic Avenue, e dagli altoparlanti della vicina moschea usciva un gracchiante adhan, avevo ricevuto l’annuncio del tuo matrimonio ed ero rimasto sconvolto da quanto ero rimasto sconvolto, distrutto, cominciando poi una spaventosa curva discendente durata varie settimane, tanto peggiore perché era un imbarazzante cliché; mentre ero nella toilette del punto vendita Crate and Barrel di SoHo – i migliori bagni semipubblici di Lower Manhattan – avevo appreso di aver vinto una borsa di studio che mi avrebbe portato oltremare per un’estate, e quindi avveo finito per associare l’incrocio fra Broadway e Houston Street con tutto quello che era successo in Marocco; a Zuccotti Park avevo saputo che la mia ragazza di allora non era, al contrario di quanto credeva, incinta; mentre compravo dei calzini da sera a prezzo scontato ai grandi magazzini Century 21, di fronte a Ground Zero, mi era stato comunicato via sms che un amico di Oakland era stato portato in ospedale dopo che la polizia gli aveva spaccato le costole. E così via: ciascuna di queste esperienze di ricezione restava di fatto, in situ, così che ogni volta, tornando in una zona dov’ero stato raggiunto da una notizia importante, scoprivo che quella notizia e un’eco delle conseguenti emozioni mi aspettavano ancora come una tenda di perline.

Leggere questo, io che per esempio so esattamente che sono diventata insegnante al telefono davanti al fiorista tra via Dezza e via Duse e via così, una banale folgorazione.
Pensavo che avrei tenuto tra i libri d’anima di sempre, per sempre, il Roth dello Svedese. E invece.
In fondo sapevo che a conquistarmi in armi ancora sarebbe stato un non narratore americano e questa sua New York in perenne attesa di essere spazzata via. Come simbolo, come strada.
L’ho riletto due volte in una settimana e anche questo è un unicum per me.
L’ho riletto per perdermi nel tempo, a ritroso e in avanti, nel cinema, nelle catastrofi, nei riferimenti all’arte contemporanea di cui il libro è quantomeno zeppo, nell’improbabile messianismo di un puer che verrà, controtempo. Una cosa sola mi rammarica: non poterne la lettura in lingua originale.
Di tutta la prolifica letta estate, prima questo.

Valdossola

Non ho fatto in tempo a conoscere bene i miei nonni tanto da poterci parlare a lungo. Vivevo lontana ed ero piccina, quando sei piccina difficilmente in autonomia vai e chiedi al nonno com’era la guerra.

Mio nonno paterno per chi me lo ha definito era un “fascistone” e anche un “comunistone”. Segno che, da qualche parte, di confusione ce n’era parecchia. Me lo ricordo vecchio e malandato, sulla sedia a rotelle, cantarmi canzoni di campi, di giugno e di mietitura. 

Mio nonno materno aveva il soprannome di “‘u balilla”. Può bastare. Però fu lui a dirmi di aver combattuto in Grecia e di avere visto il mare, prendendo in giro sua moglie, mia nonna, che si vantava di voler morire dove nata. Anche se poi ogni tanto sospirava “chissà cum’è stu mmaree andò sciate”. 

Ora mi pento di non conoscere, di essere simile a chi di resistenza sa solo quello che sta scritto nei libri o che fan vedere alla tivù: nei libri la resistenza potrà cambiare, in tivù è già uno spettacolo coi tempi della commozione e del divertimento segnati in palinsesto. 

Poi ho preso a prestito, e così si fa, le storie dei territori presso cui vivo, le storie lombarde e piemontesi, spesso in mezzo, linea il Ticino.

Storie di un territorio alla ribalta sui giornali per feste di compleanno anticostituzionali, però permesse. Di un territorio dove puoi avere un amico il cui padre, fascista, è stato portato via dagli “altri”, i rossi, e che ferma la Storia dell’Italia alla storia di suo padre. 

Ogni anno che la storia si allontana da questo territorio, mi dico, da insegnante, devo fare di più.


Valdossola

16 ottobre 1944


E il tuo fucile sopra l’erba del pascolo.

Qui siamo giunti
siamo gli ultimi noi
questo silenzio che cosa.

Verranno ora
verranno

E il tuo fucile nell’acqua della fontana.

Ottobre vento amaro
la nuvola è sul monte
chi parlerà per noi.

Verranno ora
verranno.

Inverno ultimo anno
le mani cieche la fronte
e nessun grido più.

E il tuo fucile sotto la pietra di neve.

Verranno ora
verranno.

(Franco Fortini, da Foglio di Via) 


#ioleggoperché – gli amici

  

 

Sebbene sia più facile, o così è stato, “similes cum similibus”,  a volte avere un brigante come amico aiuta. 

E i libri aiutano i briganti, si sa. 

Oggi, il percorso dalle madri, passando dai maestri, fa tappa con gli amici, non solo virtuale, ma anche reale. E se è reale, c’è spesso una stazione, un treno dove prendere o andare. 

E ne ringrazia un paio, lei e lui, direttamente. 

Poi ringrazia tutti quelli che mi han portato libri non a caso, nella vita, tanti, e anche qualche libro che non mi è piaciuto. L’albero di sotto, però, non l’ho segato mai.

Quasi alla fine di #ioleggoperché