Muta

Ci sono parole che mi conquistano, mi prendono, spesso con forza, giocano con me, non se ne vanno mai. Le parole.

Quanto ci vuole per esempio per completare una muta?

A quali temperature risalendo, è rinunciabile la muta?

E si può festeggiare un compleanno restando muta?

 

So rispondere inevitabilmente solo alla terza domanda.

Eri diventata la mia migliore lettrice, il messaggio di posta elettronica più caldo, cui rispondere fu sempre più difficile fino ai giorni della nessuna risposta. Oggi che non ci sei più, il dono, come capita, di compleanno, muta me lo fai tu. Lasciandomi novembre che poi per uno strano gioco di parole che non han tradito mai, è rimasto più che no, sìvembre.

 

Ciao, Esperanza

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that’s no way to say goodbye

Quattro anni fa tu che ti amavo tanto non c’eri già più, c’era solo un albergo a Venezia.

E c’era tenersi le mani con quegli amici; qualcuno anche di loro, lo è meno, da tanto.

I0 c’ero qui: e sono commossa solo a ricordarlo, trovassi il video in cui si sente solo la voce tonata su quel lalalalala lala lala lala lalalalalala laa la laaa

Oggi non c’è più nemmeno quel distinto signore col cappello che ci ha uniti tutti tu, me, loro.

Solo un errore, errare, potrebbe farvi passare di qua.

Nel caso, è per voi:

 

 

 

si può essere anche stupidi

Alle 4.43 di stanotte una fitta alla gamba mi sveglia, così finisco a svegliare anche Noisette che sta dormendo o meglio stava dormendo accanto a me (ormai quasi tradizione la sua due giorni al lago qui) che mi dice un po’ ncazzata “prendi sto antidolorifico, muoviti” mentre già lo caccio giù, stremata.

Però non dormo e faccio la prima delle cose stupide della notte (forse la seconda contando di non averlo preso prima il brufen). Apro Facebook. Alle 4.43 tutto sarà quiete tranne gli amici oltreoceano e i miei link musicali.

Invece vedo il messaggio immediato “tutti svegli?” di amico Buontempone. E fo il secondo errore stupido, rispondere “ovvio” credendo si tratti di una delle vecchie maratone notturne che un tempo facevamo, noi della radio. Eran della radio anche i commenti di amico geologo e amica artista. Per capire in frettissima da quel “non mi dire che si è sentito anche da te” che ero stupida, parecchio stupida in quel momento. Mi sono scusata chiedendo se volesse l’eliminazione di tale sciocchezza per avere in cambio un affettuoso e veritiero “no, dai, siamo tutti un po’ stupidi a prescindere, roce”

Succede spesso di leggere il mondo con le proprie abitudini, almeno nell’immediato, almeno prima di capire.

Poi si affaccia sempre su Fb cuginetto dal litorale, tutti svegli anche lì. Cincischio ancora un po’ con amico geologo che mi dice sì stiamo ballando ma è stata del sesto grado la prima. Saluto tutti mentre il brufen entra in circolo, amico Buontempone chiede chi voglia uno spaghetto aglio e olio, nella sua spettacolare ironia e linearità. Saluto e dico mi affaccio domattina.

Faccio l’ultimo errore della notte, uso facebook anche io con la stessa leggerezza e stupidità con uno status che si stupisce di quanto la mia gamba sia collegata ai sismografi. Parlava di risvegli strani, di amici notturni, di facebook e dei suoi usi leggeri. Parlavo.

Quando al mattino ho visto come tutti l’entità del disastro, la paura che il post stupido fosse scambiato per idiozia condita da analfabetismo funzionale ha prevalso e l’ho eliminato. Lasciando il terreno al resto, ai martellamenti di tutti su tutto, agli “adesso solo silenzio” strombazzati sul profilo, a quella frase di Pavese (ma che caspita c’entri Pavese con Rieti e coi terremoti, mi chiedo anche) che alla settima volta che la ripostavano autisticamente  ho chiuso tutto per davvero.

Ci ho sofferto in sordina tutto il pomeriggio, di questo piano temporale sballato che può far sembrare stupido chi non lo è. Ho pensato a facebook e a quei venti minuti con Buontempone, Geologo e Artista, vivi e perfino leggeri di paura.  E mi son chiesta se preferirei un mondo senza facebook o similari, in cui siamo così stupidi tavolta.  La risposta sta in quei venti minuti e nei miei otto anni di tanti anni fa, che ci vollero cinque giorni per sapere e non venti minuti.

La risposta è no.

La risposta è che si può essere anche un po’ stupidi. Per fortuna.

 

Diciotto giorni fa

Diciotto giorni fa più o meno atterravo a Malpensa col cuore pieno di riconoscenza verso Brenda e verso un’esperienza unica, vivere newyorchese tra i newyorchesi, abitare quella benedetta città che avrebbe meritato almeno due post sul blog e chissà mai non succeda, adesso, tra breve, let it marinate – ha detto un amico – e scrivi.

Diciotto giorni fa col cuore pieno di riconoscenza e una gamba che mi faceva male più o meno dal decollo, e mi faceva cantare “e nave porca nave vai, la gamba mi fa male sai, le luci di Marsiglia non arrivan mai” anche se le luci non eran di Marsiglia né a San Siro neanche ad esser precisa, e senza rimpianto, evviva,  le luci della prima volta quando scendeva il tramonto sula vetrata del River Café e io disegnavo grattacieli d’amore.

Diciotto giorni fa mentre tutti attendevano anche sulle insegne di qualche libreria a Ny l’uscita di un libro, uscivo io, nella pioggia e festeggiavo l’uscita di 44 anni fa tra le vetrine domenicali delle pedicule manicule cinesi tutte e due 24 dollari, tra le vetrine di altissime cheesecake, col desiderio che il mostro uscito tutta energia, malgrado il mal di gamba, non se ne andasse subito in autunno.

Poi ci si è messa simpaticamente quella che avrà cambiato blog e nome di piuma almeno tre volte più di me quasi a chiedere ma quindi “trombi?”. No, non trombo, certo la linea L era comodissima tra la 14 strada sulla 8 avenue e Williamsburg ma no, dai non è quel trombo lì.

e invece, maledizione…

Perfect II

Nello stesso giorno litigare con l’amico più caro, prendere una multa la primissima volta che si lascia l’auto in divieto di sosta per venti minuti e avere i risultati dell’esame per la certificazione linguistica che sarebbero dovuti essere pronti il 20 luglio.

Però è il 7 luglio, non il 20, tu hai litigato con un amico, hai preso una multa per divieto di sosta e non hai mai messo l’auto in divieto di sosta in vita tua perché ti vergogni di non essere ligia alle regole. Lo fai per la prima volta pensando “magari la prima volta me la scampo”.

Chissà quanti pupetti son nati per via dello stesso pensiero.

Insomma i risultati sono usciti oggi e non tra tredici giorni.

E per avere la certificazione serviva almeno un punteggio di 160. E tu hai preso 158

Più i 41 della multa quasi quasi c’ero.

Litigio, multa, esame. Famme guardà l’oroscopo di oggi, vah.

Perfect!

Porta via

Sto pensando che lo psicanalista nulla potrebbe, pure lui, con questi sogni fitti di colleghi corridoi riunioni ingerenze genitori stress. E fitti flussi di coscienza in auto guidando su cosa direi a quella stronza. Come se poi alla stronza importasse, la signora gnanca un plissé, orsù via.

Sono appena passata dall’ansa in cui il fiumattolo sfocia a lago e ho visto il cigno coi cignetti. Bruttini scuri di piumaggio ma tanti, e mi son commossa.
La vita eh, via.

Ho appena letto i temi di maturità e i Bifidi Attivi, qualcuno, quelli che alla fine han smollato la guerra versus me, sicuramente avrà pensato che la Roceresale è posseduta da un funzionario del ministero che tre temi sono simillimi a quelli dati da me.
Che si dica che son brava, via.

Al Durocome la mala gestione ha massacrato il tono umano, non c’è bipede lavorante che non scarichi le proprie frustrazioni sul primo affacciantesi, anche negli uffici. Invece di fanculare ci resto male, che sciocca. Stavo meglio quando sfanculavo. Da quei corridoi pòrtati via.

Ho dormito con la porta sventrata, con sgabelli e sedie ammucchiate contro, tipo film di guardie e ladri. La porta è rotta. Dopo giorni in cui per entrare e uscire saltavo dalla finestra. Mi ha visto farlo anche amico Atomo che dopo vent’anni ha detto “sempre solo uguale tu”. Atomo, vai via.

Roceresale dopo financo piagnistei di nonneovoja nonneovoja ha quasi deciso che quel volo è da prendere. Meglio un nonneovoja pratico che teorico. Vola via.

Roceresale non sa più raccontare le cose più belle. Chiediamoci anche a chi importano, le cose più belle.
Le porta via.

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L’eleganza del ricco

Uno poi viene ispirato nei momenti più strambi.
Fumando un sigaro svizzero al miele per esempio. In piedi davanti al bosco e al lago.
Piove, non c’è niente di nuovo o speciale qui. Nemmeno la splendida tela di ragno che osservo dalla punta aranciata del sigaro acceso.
Sto ragnetto è piccino piccino in mezzo a una tela estesa, magistrale che si regge tra le mollette da bucato e i vasi dei nuovi fiori bellissimi. Calibrachoa, mi sembra si chiamino. Provati dalla pioggia, stringono corolle sulla difensiva.
Sto ragnetto sta qua nella perfezione del suo posto nel creato, oggi primo di giugno.
Sul lavoro sta andando tutto male. Il copione si ripete, troppi anni nello stesso luogo, capacità di dire no mai allenata, scenette da circo che se non lo sono verranno lette così. Contegno e testa alta son la virtù dei forti. Io a forza valgo meno di questo ragnetto cui il fumo del mio sigaro starà dando fastidio. Del resto pure a me dà fastidio il fumo. Con tutte le cose che potrei imparare, fumare? Silvestro dice vai a correre, anche se ne abbiamo diffidato in passato, pare che il tuo sia un corpo umano. Ma test clinici non lo dimostrano.
Su un amico ragnetto scrissi anche una filastrocca alle scuole medie.
Mi manca mia cugina, ma non fa in tempo a mancarmi senza pensare a quale mancanza strazio sia quella di chi le è stato più vicino, sempre.
Il ragnetto mi chiede se per caso non mi manchi anche qualcun altro. Ah ragné, quante ne sai.
Se fossi ricca io non lavorerei. Ho sempre affermato il contrario. Ma ora di gente elegante, e ricca, donne soprattutto, che hanno rovinato la scuola ne ho viste troppe. Donne che insegnano soltanto perché non le si considerino troppo ricche per lavorare.
Sono monotona e fuori moda.
Riprende a piovere forte, ho finito anche il sigaro, rientro.
Il ragnetto si è spostato, intuisco, ai bordi, per scansare i goccioloni.