Modern love

Quattro ore di corso di formazione su un argomento di cui nulla ti frega, una collega cui non sai dire di no per un rapido pranzo quando avevi già detto sì agli amici dell’ufficio con Netto in testa. Per cui ci ho perso. Forse.

Esco dal buio del corso, c’è ancora la luce, potenza dell’Alma Venus e di quel cacca di Zephiro che torna e il bel tempo rimena, firmo la presenza, passo per il corridoio e dico “adesso entro in ufficio, di nuovo, sarai ancora lì Netto, così ti dico che lo so come stai, che però se non trovi una strategia di sopravvivenza affondi e mandi all’aria le doti e i doni che colui in cui tanto credi ti ha dato a profusione”

E invece tiro dritto, all’auto, accendo, si accende l’autoradio e perfetta precisa precisa, parte quella che è una delle mie canzoni preferite tra quelle che appunto devo ballare e ci arrivo quasi a casa ballando nell’abitacolo. Se mi fossi fermata, non sarei stata così felice, seppur di poco.

Perché lo so, quella rottura di palle di storia che la felicità è tale solo se condivisa, lo so che sono ansie da infinito, sinestesie per sfuggire ciascuno alle proprie morti ma.

Ma fregnacce. Se questa felicità non la divido faticosamente a metà, me la godo solo e sola tutta intera. Mia. Di chi la vuole davvero e ha lottato per volerla perché

I know when to go out
And when to stay in
Get things done

 

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poiché la giovinezza e l’aurora sono vanità

Il 7 gennaio del 1987 era un mercoledì, io sedevo da poco tra i banchi di una quarta ginnasio nel liceo che aveva frequentato anche lei.
Dall’anno dopo il mio professore sarebbe stato il principale indagato. Un uomo affascinante, dagli occhi belli, azzurri e profondi. Se ancora amo le Ecclesiaste lo devo a lui. Un sacerdote. Davanti ai miei quindici anni antipatici e provocatori, di provocazioni gratuite e adolescenziali. Di risposte coerenti, sempre, ma solo le sue.
Molti e molti anni dopo sarei stata io insegnante, con colleghe più grandi, che di lei eran state coetanee, compagne, e avevano condiviso l’esperienza in CL.

Per molte notti da quel 1987 non dormii, convinta che ci fosse qualcuno nascosto a volermi fare del male. Ero arrivata ad ansie incontrollabili, non riuscivo a fare nemmeno il breve tratto che dalla fermata del bus portava a casa, al buio.
Papà cedeva e mi accompagnava, a piedi, ovunque, potendo. Mamma mi diceva “non c’è nessuno, se non hai fatto male a nessuno, nessuno ne farà a te”.
(Come dirle spiegami allora che male ha fatto lei, e a chi, con quel sorriso in quella foto) (allora spiegami perché ci consoliamo tutti un tot in quel fottutissimo nostro volere che se la siano tutte cercata, almeno un po’, maledizione)

Poi un po’ è passata, come sono passati 29 anni di vita.

Di sicuro c’è che io dalla mappa delle mie strade ne ho tolta una, che era comoda, scorciatoia, rasente la ferrovia, sotto la cementeria, buia, buia da morirci. L’avrò presa altre due volte si e no da allora, guidando con l’occhio che cadeva sullo sterrato che saliva, verso quelli che eran campi, allora, campi di eroina.
Adesso son villettine a schiera quelle nuove di pessima fattura, è asfalto, son rotonde nel quadro del nulla quella strada.

Fino ad oggi quando a pranzo, seduta al lago e al sole di un altro gennaio così diverso e tanto mite, un’amica mi dice “hanno arrestato stamattina il presunto assassino di” “dopo 30 anni?”

Leggo e ripercorro tutto, dall’inizio, ancora una volta tutto sulle mie strade così vicine.
Troppo vicine per dormirci molto, stanotte.

P.S lo so, è solo perché la geografia di un crimine coinvolge di più se incrocia appunto le nostre strade, lo so, non è giusto. Ma un pensiero stasera lo dedico a tutte le giovani donne cui la violenza del mondo ha portato via tutto e che vivono ancora tra noi con quei sorrisi nella foto. Che quei sorrisi vivano davvero.
E che possano darmi la forza di risposte coerenti, ai miei ragazzi, soprattutto a loro, quando avranno la tentazione di pensare che esistono dei modi di andarsela a cercare, per spostare il male.
E risposte salde alle donne stesse, le più feroci giudici delle proprie simili.

Dolcezza alla pietra

 

Un pezzo della storia era già scritto qui:

“Che c’è un dolce per ogni amicale occasione e ierisera io entravo con amici vecchi e amici nuovi nell’amato solito locale e sulla lavagna del menù ho capito che non solo i numeri incrociano emozioni. Io sono il mio nome, una birra corsa e due marroni (la seconda però in molti la pensavano già)”

 

Il solito locale non sarà il solito locale ma una nuova avventura. Di un uomo innamorato del proprio lavoro, di un uomo che tra musica raffinatissima e i suoi fornelli pieni di affetto mi ha insegnato e ricordato spesso che l’impegno, il merito e il sorriso contano più di quanto in molti siamo ancora disposti a credere.

 

La storia andrà avanti, stasera e io sarò lì, sulla carta e fuori dalla carta. Perché non capita spesso di avere un dolce chiamato a tuo nome, segno di quanto gli amici si comprendano, se hanno voglia davvero di comprendersi, gli amici pure se una delle due è una dolce testa di pietra.

Sarò tra l’onorato e il commosso. E quando arriverò ai dolci, sarò alla frutta, tra l’onorato e il commosso.

In bocca al lupo, chef!

 

In piccolo

Abitare in un paese piccolo, con tremila anime, può significare che mentre sei seduta con delle amiche a Bologna, ti può telefonare il sindaco e tu dici “scusate il telefono acceso, devo rispondere, il numero sul display è quello del sindaco” e tu parli al telefono e loro, amiche per interposta persona (me) solo quel giorno in uno dei segmenti di geografia amicale che disegno spesso. Loro ridono e le sento dire “certo, t’immagini, qui in Santo Stefano a bere e ti telefona il sindaco, pronto son Cofferati, la chiamo per”….

E così, di anno in anno, la telefonata del sindaco mi avvisa che è settembre ed è ora della borsa di studio. Di calcolare dei punteggi per attribuire a studenti del paese qualche soldino per studiare.
Quest’anno, come gli altri, le persone chiamate a questo piccolo incarico, più addentrate di me nella vita di paese piccolo, sciorinano qualche piccolo aneddoto vicino al nome e cognome dei ragazzi partecipanti. Si arriva a un ragazzino, cambia il tono, ha perso il padre da poco, lavorava solo lui, la mamma no, sono in quattro figli.
Quattro figli, senza il babbo, mamma casalinga.

Guardo i voti mentre riempiamo le caselline della tabella, media, materie, etc etc.
Guardo di straforo e spero. Che i due figli del dottore abbiano un decimale più piccolo. Son distratta da quello che forse è uno sciocco e inutile piccolo residuato di classismo o forse no.
Alla fine dei calcoli, una graduatoria.

Il piccolo c’è.
Meno male.

Mentre tutto là fuori infuria, troppo poco piccolo per me.

Valdossola

Non ho fatto in tempo a conoscere bene i miei nonni tanto da poterci parlare a lungo. Vivevo lontana ed ero piccina, quando sei piccina difficilmente in autonomia vai e chiedi al nonno com’era la guerra.

Mio nonno paterno per chi me lo ha definito era un “fascistone” e anche un “comunistone”. Segno che, da qualche parte, di confusione ce n’era parecchia. Me lo ricordo vecchio e malandato, sulla sedia a rotelle, cantarmi canzoni di campi, di giugno e di mietitura. 

Mio nonno materno aveva il soprannome di “‘u balilla”. Può bastare. Però fu lui a dirmi di aver combattuto in Grecia e di avere visto il mare, prendendo in giro sua moglie, mia nonna, che si vantava di voler morire dove nata. Anche se poi ogni tanto sospirava “chissà cum’è stu mmaree andò sciate”. 

Ora mi pento di non conoscere, di essere simile a chi di resistenza sa solo quello che sta scritto nei libri o che fan vedere alla tivù: nei libri la resistenza potrà cambiare, in tivù è già uno spettacolo coi tempi della commozione e del divertimento segnati in palinsesto. 

Poi ho preso a prestito, e così si fa, le storie dei territori presso cui vivo, le storie lombarde e piemontesi, spesso in mezzo, linea il Ticino.

Storie di un territorio alla ribalta sui giornali per feste di compleanno anticostituzionali, però permesse. Di un territorio dove puoi avere un amico il cui padre, fascista, è stato portato via dagli “altri”, i rossi, e che ferma la Storia dell’Italia alla storia di suo padre. 

Ogni anno che la storia si allontana da questo territorio, mi dico, da insegnante, devo fare di più.


Valdossola

16 ottobre 1944


E il tuo fucile sopra l’erba del pascolo.

Qui siamo giunti
siamo gli ultimi noi
questo silenzio che cosa.

Verranno ora
verranno

E il tuo fucile nell’acqua della fontana.

Ottobre vento amaro
la nuvola è sul monte
chi parlerà per noi.

Verranno ora
verranno.

Inverno ultimo anno
le mani cieche la fronte
e nessun grido più.

E il tuo fucile sotto la pietra di neve.

Verranno ora
verranno.

(Franco Fortini, da Foglio di Via) 


La mamma di Momo

La prima volta che ho ricevuto il babbo di Momo me ne stavo in atrio ad aspettarlo questo babbo. Nell’atrio c’ero solo io e un ragazzo giovane, qualcosa in meno dei miei anni.
Tre minuti buoni prima che una delle due perplessità si facesse avanti e dicesse “ma lei è la prof. Roceresale, lei è il babbo di Momo, non me lo aspettavo così giovane, anche lei, grazie, andiamo”

E così seppi della mamma di Momo, molto malata, una malattia degenerativa.
La vidi poi nei ricevimenti successivi, sulla sedia a rotelle. L’ultima volta, l’anno scorso, già la tracheotomia. Martedì scorso, ai ricevimenti un biglietto di scuse “non può venire, non sta bene”.

E mercoledì, appena il giorno dopo, un articolo shock sul quotidiano locale; una diagnosi di malattia rarissima, la foto è quella della mamma di Momo, di sicuro. Un iban, una richiesta di aiuto per un’operazione negli Stati Uniti, l’unica possibilità. E di sicuro mi telefona il collega, il mio prezioso collega sacerdote prassi&cuore, mi spiega bene, tre mesi di vita, capisci?, l’esame di stato, Momo vuole ritirarsi ora, 350.000 euro.
Sa fem, roceresale? Momo si vergogna un poco dell’articolo, siamo già scesi dalla dirigente. Sa fem?

Facciamo che mercoledì prossimo la gara di solidarietà partirà in tutto il Durocome.

Oggi raccontavo a mia madre che non aveva ancora collegato la vicenda a uno dei miei, Momo; però mi ha detto che in paese la raccolta di fondi è già partita. E che ognuno di noi domani può essere la mamma di Momo, e tutta la provincia si sta mobilitando, ed è semplicemente bello vedere che siamo ancora capaci di essere “l’altro”. In ogni paese del circondario, ogni manifestazione delle prossime ore sarà pensata anche per la mamma di Momo.

Il mio Momo, il suo impegno per le assemblee, i suoi interventi a fianco a me in consiglio di Istituto, le risate di complicità in classe quando li chiamo gnuranti, il suo viso spesso sofferente, nell’affetto stringente di tutti i Comeback, sempre più miei, sempre più vicini al distacco.

La mamma di Momo ha 40 anni, ha una sindrome rara e un’unica speranza.

Io, scioccamente, ho quella che all’appello rispondano le istituzioni.

Ps. Se poi qualcuno, leggendo, volesse saperne di più, può scrivermi privatamente all’indirizzo roceresale@gmail.com

Straordinario

Che poi si finisce così. A chiedere di essere pagati di più. Per fare ciò che si è chiamati a fare ordinariamente. Solo perché qualcuno non lo fa, l’ordinario e viene pagato, appunto e non lo fa. E a chiederlo a chi non ricopre esattamente il ruolo di decidere chi deve fare e cosa. E pagare per.

Ai miei ragazzi, spesso, correggendo i testi argomentativi, faccio notare che il “si” impersonale è tale perché si è appunto, impauriti di dire chiaramente chi fa cosa.

Su facebook (per cui anche nella vita) imperversano analisi politiche improntate al qualunquismo più sfrenato. E io invece ci cazzeggio. Che i leghisti son cacca, il berlusconismo ha sdoganato il peggio, ma la vera colpevole è la sinistra, questa sinistra che ci ha portato il degrado. Nessuno si senta escluso, insomma.

Però. Io, dalla profondità del mio cazzeggio, io oggi qua, una cosa (seria) la aggiungerei.
Un paese è soggetto a cambiamenti, ovvio. Io conosco una sola via per fermare quel che viene letto come degrado. Ma degrado di che? E da quando? (sto leggendo Pasolini, mi tormentano le domande, pazientate.) E se non fosse degrado ma un percorso, uno dei tanti, (non utopico che l’utopia uff, che facile)? Credo fermamente e, credendo, esercito, questo: che il cittadino si deve sporcare le mani nel pubblico. Non solo nel lavoro. Ma nella partecipazione, dall’andare in consiglio comunale al consiglio di istituto della scuola dei figli…a tutta la partecipazione statale possibile.
Non so definire quando l’italiano abbia smesso o se il mio osservatorio personale e familiare è limitato quando ricordo che mio babbo così faceva, la mamma pure, io, i miei compagni di classe, gli amici dei miei genitori, i miei vicini di casa, etc etc. Mia sorella no (è stata prodotta negli anni ottanta: conta il conto?).
Però ha smesso, e così addio, distacco dalla politica, eliminazione della partecipazione. Annullamento differenze destra e sinistra e centro.
E anche dire però la sinistra almeno ha tenuto bene sulla cultura. Ma la cultura non basta se non è condivisa e non si fa motore di partecipazione.

Il mio osservatorio poi, da qua, provincia che si intuisce, avvisa che le giovani generazioni di prossimi votanti hanno una bella impostazione teocratica. Non distinguono ciò che va dato a Cesare e ciò che va dato a quell’altro là.

Che un dsga si lamenti con me del fatto che “su 2000 genitori solo 43 siano intervenuti alle elezioni del Consiglio di Istituto” e si lamenti con me del fatto che io faccia politica. E che ogni volta che un collega commenta un mio intervento in Collegio dica “le tue idee non sono sbagliate eh ma la vedi in modo politico (?) io mi dico “avanti avanti avanti”.

Nei giorni pari ci credo tantissimo a quel che provo a fare insieme ad altri (pochi). Nei giorni dispari chiederei lo straordinario.