26 aprile 1986

Avviso: il (discutibile) testo che segue è stato scritto nel maggio del 1986 da una ragazzina di tredici anni, durante il suo ultimo anno di scuola media.

Ero a venezia per una gita scolastica: tre giorni di isolamento, niente televisione, niente radio… Fu per caso che, in vaporetto, adocchiai, sul giornale di un signore, un titolo enorme e nero (di colore nero ma anche di genere!): DISASTRO NUCLEARE IN U.R.S.S.”.
La prima idea era la più atroce: che gli americani non si fossero accontentati della Sirte e avessero usato una atomica contro i sovietici?
Idea scartata solennemente quando riuscii a leggere il giornale di un professore che lo aveva comprato, incuriosito-preoccupato.
Una centrale nucleare, quella di Chernobyl, presso Kiev, aveva avuto un guasto al reattore che, scoppiato, aveva provocato gravi danni… Una nube radioattiva, perlopiù, vagava sorridente per l’Europa. Lo stesso giornale decantava migliaia di morti e riportava stralci di discrosi (letti tra le righe sembravano battibecchi fra un “born in the Usa” e di un “born in the Urss”) che accusavano i russi con altri stralci di risposta agli americani.
Pur essendo grave, il fatto non mi colpì poi tanto; sarà colpa del giornale o delle mie stupide idee ma credo sia stata una pagliacciata.
Un reattore nucleare che si guasta e provoca morti, feriti, radioattività vagante non è di per sé una pagliacciata ma lo è tutto ciò che si è sentito, letto e detto sull’avvenimento, qui in Italia.
“I Russi non dicono niente”. Allora noi ce le inventiamo, queste notizie. A me non sembra un buon motivo per esagerare o inventare notizie. Se non si sa niente di preciso, non scrivete niente di preciso, siate descrittivi per quel poco che si può.
“10.000 morti” e solo ora, a 20 giorni circa dall’accaduto sono soltanto quattordici. Notizie gonfiate. Ho sentito accusare i russi molto acidamente: i due muri di protezione c’erano, l’incidente poteva succedere ovunque (tranne a Caorso, naturalmente!) quindi la loro unica colpa è quella di aver nascosto alla popolazione il serio pericolo cui andavano incontro. Ci sono persone che sarebbero capaci di rinfacciare loro di aver chiesto aiuto a Stoccolma; ma anche una super potenza, cari essere umani, può non esser provvista di strutture necessarie a chissà quali evenienze.
Il problema della nube radioattiva poi bisogna ammettere che è stato enormemente ingrossato: la percentuale era aumentata ma non aveva lontanamente sfiorato i limiti di pericolosità. Basti pensare che al tempo del reattore dell’Euratom in provincia di Varese c’era molta più radioattività di quanta se ne è depositata sul suolo dopo l’incidente. In quanto ai limiti posti per l’alimentazione sono abbastanza giusti, meglio prevenire che curare un possibile signor tumore.
Ora, la centrale di Chernobyl è ancora al centro dell’attenzione, si indaga, si scopre, si fa, si cerca, etc…L’ultima notizia: nella penisola scandinava si sono trovate tracce di plutonio, si è quindi sicuri che nella centrale si fabbricavano non solo energia ma armi nucleari. Rischio di perdere del tutto la mia obiettività se dico che in tutto questo non c’è niente di male. È grave, molto grave ma sono sicura che altri molti paesi lo fanno, solo che ancora non lo si è scoperto!
Si è riusciti a salvare le falde acquifere dalla radioattività, la popolazione è stata evacuata per un raggio di 30 kilometri, i provvedimenti elementari ci saranno sicuramente, molte persone hanno subito un trapianto di midollo osseo che li salverà dalla leucemia.
Quelli che moriranno (e saranno ancora molti), i feriti, i danni economici, sono il prezzo del progresso. Nel discorso energetico il nucleare è l’unica fonte sicura in alternativa al petrolio: ebbene rendiamoci conto che senza energia si muore, quindi se si muore con l’energia, non è meglio?

In seguito a questo tema, una delle insegnanti della ragazzina, quella di francese, quella bella e, immagino, allora molto giovane, quella che arrivava a scuola con la jeep, quella avvolta d’inverno da una pelliccia di ermellino, e in primavera da un profumo alla mela verde, che la annunciava come una scia, profumo che lei raccontava agli alunni di terza media di esser stata a Parigi nel finesettimana apposta per comprarlo, ecco quella docente entrò in classe e fece una sfuriata pazzesca alla ragazzina. La ragazzina la guardava stranita come a dire “cazzo vuole questa, cosa sta dicendo”.
La madre della ragazzina racconterà più tardi alla figlia di essere stata convocata dal consiglio di classe, allertato dalla venere in pelliccia convinta che la ragazzina vivesse in un clima ideologico, evidentemente, malsano. Il professore di italiano aveva provato a spiegarle che conosceva la famiglia da tre anni, persone semplici, operai, che quella per la politica e per l’ideologia era una fissazione della ragazzina. Che all’esame di terza media portava per storia la Duma, la rivoluzione d’ottobre, la vita di Peter Ilič Ulianov detto Lenin, per geografia manco a dirlo l’Urss, per educazione tecnica l’energia nucleare e per artistica l’opera di Kandinski.
La madre della ragazzina non poté che nella sua semplicità finire a scherzare e incolparsi solo dell’averla tenuta in una carrozzina rossa.

La ragazzina scrisse delle cose vergognose, facile a dirsi. Alla ragazzina poi all’esame il prof di matematica, quello abbastanza carino e un poco provolone con la centoventotto targata Caserta, le chiese solo dei mondiali, quelli dell’86 e di Maradona. La ragazzina visibilmente scocciata, alla fine della pagliacci..ops dell’esame si sentì dire, “vabbé, se no ci rimani male, parlaci della rivoluzione russa”.

La ragazzina scrisse in quel tema cose di cui vergognarsi. Ora. Scrisse cose terribili e sbagliate.
Perché si sbaglia, nella vita, e tanto.
Ma non si resta ragazzine, per fortuna…
Anche rivendicare il diritto a sbagliare, in certe circostanze, può valere.

A quella ragazzina stupida, dopo ventotto anni, sono comunque affezionata. Deve essere stata lei a guidarmi a leggere di recente questo libro, libriccino blu Sellerio, di Francesco M. Cataluccio intitolato semplicemente “Chernobyl”. Un libro che col movente dell’incidente nucleare del 1986, di Chernobyl racconta tutto, l’etimologia, la storia, le guerre sanguinose che l’hanno attraversata, i cosacchi, i polacchi, le efferate persecuzioni a danno della popolazione ebraica, dell’hassidismo, del demonismo nella letteratura, di molte cose che interessano maledettamente l’oggi in Ucraina, di quante cose non sapevo da ragazzina accecata e petulante, di quante cose continuo a non sapere ma, perlomeno, dopo 28 anni, non smetto di cercare, per rammendare gli errori, per averne memoria.

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Il tuo voto spesso è un tappo

Passavano, infilavano siringa di lavaggio nel tubo collegato al mio collo, chiudevano con un tappino. Tornavano, le vedevo armeggiare, le infermiere, col tappino. Il tappino restava incastrato, tiravano (marò, qui mi staccano il centrale, pensavo, mi si apre il collo), tiravano. Niente. Legavano il tappino col laccio emostatico, marò che impressione. Niente. Un tappino piccolo come un tappino di plastica. Prendevano le forbici, a guisa di pinza e forzavano le scalanature del tappino. Quando all’infermiera olandese si è spezzata la forbice per quello stupido tappino, la bionda ha detto tra sé e non sé “li han cambiati da poco, sti tappi, ora sono di un materiale scadente, a contatto con il liquido delle flebo si attaccano e non escono più, al risparmio sono andati sul materiale”.
La mia ex alunna dottoressina, passata a trovarmi qualche ora prima, mi parlava di materiali per la medicazione obsoleti, al risparmio.
Lombardia, polo ospedaliero a suo modo, di eccellenza.
Prosciugato, dall’alto.

L’alto sono quelli che non posso più perdonare, i votanti verde. Quelli che sostengono ragazzoni che vanno a fare figure di merda tra Strasburgo e Bruxelles, quelli che sostengono una rotonda ogni 300 metri di strada, quelli che hanno coperto di soldi una famiglia intera, una scuola privata con velleità dialettali e non solo nella lingua, soldi per i chupa chupas alla coca cola di qualcuno che a munger le mucche prealpine farebbe ancora bene il proprio. Che, diciamolo, se i soldi fossero piovuti alla scuola pubblica, al preservare questo bellissimo territorio, alla sanità, l’avrei dato anche io il mio tappo alle urne del sole alpino. (Minchia, piove da due mesi ininterrottamente)

L’altra sera da Riccardo Iacona, Il magistrato Nicola Gratteri con una semplicità da piangerci di gioia ha spiegato quali piccole manovre, quali semplici leggi approntabili in due mesi darebbero significativo stop alle mafie in questo paese. Gratteri e il suo dossier di 400 pagine che Letta non ha fatto in tempo a leggere, Letta. E ora sperano in Renzi. Ahahahahahahaha. Il magistrato Nicola Gratteri che lo ascoltavo e pensavo alla stessa diretta facilità di Falcone e Borsellino. Coi brividi che la parola facilità, scritta così, sappia di altro.

Ogni voto verde è un tappo. Ogni voto anche non verde è il tappo. Ogni non voto è quel tappino che chiude le flebo. Un tappino che potrebbe non staccarsi dal collo.

Comizio

A breve vedo uno scenario in cui io, eroe della militanza inquieta, sarò allontanata dal lavoro perché brutta sporca cattiva scomoda fino a questo punto arrivano le epopee autocelebrative nei sogni ad occhi aperti, quelli in cui ti viene riconosciuto qualcosa, sul lavoro, almeno lo sporco, se non il cattivo.
Invece a breve vedo se alzo gli occhi al cielo dei cagnotti passeggiare indisturbati sul soffitto, maledetti. Mi metto a piangere per un nonnulla, se poi questo nonnulla è invertebrato e produce mosche blu aficionadas dell’ammerda, e se è solo la quarta volta che metti a soqquadro tutto, consumi candeggine, butti paste e farine, ecco se poi.
Invece vorrei lavorare correggere, appena prendi in mano le versioni ecco che la grandine, il vento, la prima neve, un black out di quattro ore, e buonanotte.
Così poi glielo dici agli alunni come si finanziano le reti di scuole, quanto prende un bidello per non lavorare dalle 11 alle 13, stracci le fotocopie errate fatte “per cortesia”, prende come te, vediamo quanti giorni ci mettono a pulire, ma poi di peggio glielo dici perchè loro la lim non l’avranno e ancora quando ventodi(sup)ponente te lo chiede perché a ravenna c’hanno il mac. Glielo dici che se voti lega e anche certe destre non puoi avere il pubblico dell’emilia romagna. E glielo dici, di peggio, quanto ti senti brutta sporca e cattiva. E che ne hai piene le palle di non poter lavorare come vorresti. A breve vedo uno scenario in cui prima o poi me lo fanno un richiamo, la dirigenza, o al limite qualche famiglia blasonata dal sole delle alpi. Il giorno dopo di grandine, vento, ontani abbattuti, black out, esce sempre il sole delle alpi.
Intanto li vedo, ragazzi scrivete i compiti sul diario, li scrivo qui alla lavagna, che scemi siamo. Guardali questi, come li capisco.
Che se continuo a pubblicare cose di questo tipo prima o poi la sporca brutta e cattiva la identificano come niente. Portatemi le arance.

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non siamo Capaci

Ultim’ora

Ad una giudice dai capelli rossi sono arrivati dei proiettili via posta.

Rosse le mani del nero davanti alla telecamera, un dinoccolato inquietante.

Un milione di euro di TFR, mentre qualcuno fa il TFA per stare precario. Da ragazza guardavo l’NBA, c’era un giocatore bianco, basso, se basso era o era relativo.

Ad una giudice dai capelli rossi recapitano la posta, poi ragazzi vestiti di bianco che scendevano al porto, nati l’anno in cui son nati i miei, di ragazzi, che oggi ridevano tanto sentendo che la donna che ami è una lunga cagna, una pecchia, una pavida coniglia. Facevano ridere pure me.

Le mani rosse del nero e un moncherino agitato contro il nemico, cosa c’entra il nero, niente, forse, solo che un attentatore di quella famosa data di metà settembre alla scuola del monco ci è andato, una volta.

Se un giorno un mio alunno dicesse “cagna” alla sua donna, una volta è stato a scuola da me.

La giudice dai capelli rossi ha ricevuto una lettera con dei proiettili oggi, 23 maggio, mentre una scarpa in primo piano sotto i cartelli dell’autostrada e pietre divelte, ovunque. Ragazzi bianchi e al senato a commemorare un uomo che di cognome non fa magro. I miei ragazzi nascevano dopo, io c’ero a vent’anni, maggio luminoso, il dopo esplosione su tutte le tivù, al bar dove inseguivo il bellissimo milanese da sbarco di cui mi ero invaghita, un coicanomane, credo ma ho tirato le somme più tardi. E poi era di quella milano che commentava “si ammazzassero tutti tra loro”. Convinto che Cosa Nostra fosse loro.

Non l’ho più visto, non lo riconoscerei, chissà quale milano da bere se l’è mangiato. Di sicuro avrà votato vent’anni per il nemico di quella giudice coi capelli rossi che si vede eh che fa per antipatia, che non l’ha letto Tacito lei, sine ira et studio, che oggi ha ricevuto dei proiettili di anniversario.

E, la vita la vita l’è strana

Sulla verde provincia piove. Pioverà fino al tredici dicono, che se è vero, il lago esce. “È uscito il lago”, un ‘espressione comune e naturale, nonché naturalistica, da queste parti. I miei cugini di Roma, anzi miocuggìno miocuggìno, rideva grasso (il ridere, non lui) mi faceva il verso, apriva le e alla lombarda e rispondeva “è uscito il lago? È dov’è andato?”.

Dove vanno i laghi che escono?

Davanti alla scuola il delirio di quando piove, di spesso, i Suv delle mamme e dei babbi a scaricare il piccolo direttamente dentro la veranda e l’atrio della scuola. Che non prendano un goccio di pioggia sulle loro piccole teste. Hanno la felpa, nessun cappuccio, e non hanno l’ombrela. Peccato, perché la vita l’é bela basta avere l’ombrela.

Non é che a Varese gli ombrelli non si comprano perché li vendono ormai solo gli extracomunitari?

In sala professori una collega si attarda all’opre lenta di spiegare per filo e per segno come i suoi capelli diventino più crespi a seconda del grado di umidità. Mentre cerco di stampare un compito senza riuscirci perché non c’é cosa che funzioni, si arriccia anche il pc quando è umido forse, mi chiedo se lei ce l’abbia l’ombrela.

Questo blog non è una testata giornalistica, si capisce? Qui si parla del tempo, degli ombrelli.

…l’ombrela
ti ripara la testa,
sembra un giorno di festa…

Microcosmi

Ci risiamo, mi succede tutte le volte. Là fuori scoppia una bomba e io mi dico quanto è giusto che viva come il giorno prima. Che devo fare un po’ di pulizia in cucina. Metto a posto i cassetti o gli scaffali. A Boston muoiono delle persone, un bimbo, anche, ed è aprile, ho i test su Catullo, l’asfalto è insanguinato. C’è un turgore retorico mediatico, io devo partecipare?
Io, nel mio microcosmo. Dallo scaffale saltan fuori dei chiodi di garofano e delle bacche di ginepro del 2007. Dicono le spezie non vadano a male mai, ma io le butto lo stesso, neanche avessi urgenti brasati. Lo stesso giorno in Iran un terremoto, i primi dati dicono 80 persone, il turgore retorico non c’è, devo partecipare? E morire a favore di telecamera è un po’ diverso che farlo in Iran al confine di là, almeno terremoto fossi almeno andato a Isfahan, dici che qualcuno ti avrebbe contato i morti, Firenze d’Oriente? Nello scaffale i barattoli sono uguali, per distinguere la maizena dallo zucchero a velo mi tocca assaggiare in punta di lingua. Siamo tutti bostoniani, o perlomeno mezza feisbuk lo è, iraniani no, sia mai. Io, nel mio microcosmo, senza un presidente della repubblica, nei cassetti e nello scaffale otto noni di quel che c’è è da buttare e mentre butto stavamo alla Bonino e al turgore retorico di feti presunti di settimane presunte che se la voti viene ad abortire anche te, dallo scaffale spunta anche dell’erba che non ricordo più che sia, malva, uva ursina per i dolori mestruali, nemmeno ne soffro, so solo che non è maria, di certo, ho regole, poche, una è non mischiare le cose dei dolci con quelle salate. Poi nel microcosmo ho perso il conto, perfino primavera si è fatta estate è grandinata ed è tornata indietro, dallo scaffale della cucina non passerò agli armadi. Non ho magliette merdose da indossare, né cognomi che non vorrei sentire, nel microcosmo. È tornato anche l’amico della frittola (per ricordarvelo) non l’ho incrociato, ha lasciato un biglietto pietoso incastrato alla porta sul quale ho segnato un numero di telefono, o l’ho buttato, scheda bianca, tanto è uguale, tanto vittimismo conteneva, il biglietto. Io, nel mio microcosmo di sinistra. Nello scaffale di sinistra. Si è fatto vuoto. In quello di destra, boh, si pulirà.
Non credo il mio sia qualunquismo. Se lo è, oggi non ne sento la colpa.

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un diritto e un rovescio

alla fine quel che davvero speravo, sulle amministrative, non è successo, il verde resta verde, potrei dire miliardi di non capisco, invece forse capisco, ed è peggio.

Potrei terrorizzare i Latintristi come stamattina quando senza alcun buonismo ho discorso con loro su come questo paese nasca con un cancro dentro e che nessun onesto, ammesso che sti grillini lo siano e lo vogliano fare, gli onesti, dicevo nessun onesto può sedersi al tavolo delle cose grosse, degli spostamenti di miliardi, degli appalti, dei lavori pubblici, della sanità, e dire “bene i cattivi in galera, qui si pulisce tutto”. Che a braccio mi sembra di ricordare lo stato nello stato, come fa a ristabilire gli equilibri quando sente lo scollamento col potere. Che poi era la tesi di Lucarelli, la uno bianca a bologna; o l’infausto 1993 con i Georgofili, con Roma. Con il 1994. Ma non solo. Il 1980, che a quei tempi i miei mi portavano a spasso per la penisola in treno, e le ferie in agosto, quanti italiani nelle stazioni. I Latintristi facevano uno strano silenzio; forse ero troppo troppo triste stamattina, dovevo fare solo i Futuristi, buoni quelli, e nemmeno la lettura di Michelstaedter, col suo colpo di pistola a 23 anni, -e al culo tutto il resto-.

Poi potrei fare anche io la ct della nazionale come dice bene LEI, similitudine che mi girava nella testa già da giorni, già da feisbuc e dalla cassa di ridondanza che è, se non fosse che di calcio ne so meno di politica, e allora sto zitta

me ne torno nel medioevo delle mie frasi amare

me ne torno a fare la calzetta

ahò, manica scesa, non più manica a giro. Scesa, come mi è sceso molto altro, ormai.

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