Il vestito

Ci sono storie che si fanno raccontare, come questa.

Iniziata tanti anni fa, nel 2002, quando frequentavo un forum, in epoca pre-social, un forum di precari in cui imparavo qualche legge, qualche diritto, e non avevo la connessione a casa. Un’esperienza finita in fretta con soli due nomi conservati nella memoria per sbaglio, Caterina e Patrizia.

Non so se tra qualcuno che ancora mi legge c’è chi coi nomi ci fa legami indimenticati; io sì, come scordo i visi così trattengo i nomi, spesso per sempre.

Poi la vita macina chilometri, il precariato divenne anche un ricordo, amen, e un forum adesso fa molto preistoria.

Nel 2011, ten years later, andavo a spasso tra le scuole della provincia a fare formazione quando un pomeriggio mi si avvicina una collega e mi chiede se fossi la stessa roceresale del forum dei precari perché a vedere il mio nome si erano consultate lei, la collega sconosciuta, con due amiche, Caterina e Patrizia. Sono io, non sono più precaria da tempo, anche loro , ti possiamo cercare su facebook, certo. E fu così che ebbe un volto, soprattutto Caterina. Qualche scambio che Facebook alla fine è quello, un like, una canzone, un proverbio in dialetto per ridere di noi.

Fino a un barocco pomeriggio di novembre, a una foto di un vestito e cappotto e scarpe e vanità. Caterina dice “famm veré stu vestit” l’ho già tolto Caterì, “quant sei antipatica roceresale, e voglio vedere il vestito”. Un vestito che dice mettiti su skype ed è la prima volta dal 2011 che un nome diventa anche voce. E diventa in breve il modo con cui la vita mi tesse il film addosso.

Roce, di che anno sei? Cate, sono nata nel settantaeunpaio al Careggi. Ed era la prima volta che ti nominavo la città natale. Roce, sei nata lì? Sì abitavo e lì. Dietro casa tua c’era la vasca coi pesci rossi Mi sembra quasi di ricordarla. Avrai giocato coi miei cugini, hanno l’età tua. C’era Giona biondo con occhi azzurri. Mi sembra qualcosa di familiare, Caterina, sarà suggestione. In che via mi chiede Caterina, in via del Pittore (mentre lei impallidisce) a che numero? (il pallore è quasi svenimento); in quel palazzo stavano i miei zii, e avevano il bar in fondo alla strada mentre lui era pizzicagnolo di qua d’arno. Caterì lasciami chiamare mia madre che il cognome sembra quello che so, poi ti richiamo.

…e insomma Caterina non è voluta star fuori dalla mia vita più volte,abbiamo tirato fuori le foto coi cugini il giorno dopo a casa, la zia del bar mi badava quando quella ventenne di mia mamma andava a lavorare e Caterina può anche avermi tenuta in braccio, da piccola.

Poi abbiamo smesso di avere il magone e abbiamo deciso di incontrarci, all’epifania, come si addice a quelle che ci tengono al vestito.

Valdossola

Non ho fatto in tempo a conoscere bene i miei nonni tanto da poterci parlare a lungo. Vivevo lontana ed ero piccina, quando sei piccina difficilmente in autonomia vai e chiedi al nonno com’era la guerra.

Mio nonno paterno per chi me lo ha definito era un “fascistone” e anche un “comunistone”. Segno che, da qualche parte, di confusione ce n’era parecchia. Me lo ricordo vecchio e malandato, sulla sedia a rotelle, cantarmi canzoni di campi, di giugno e di mietitura. 

Mio nonno materno aveva il soprannome di “‘u balilla”. Può bastare. Però fu lui a dirmi di aver combattuto in Grecia e di avere visto il mare, prendendo in giro sua moglie, mia nonna, che si vantava di voler morire dove nata. Anche se poi ogni tanto sospirava “chissà cum’è stu mmaree andò sciate”. 

Ora mi pento di non conoscere, di essere simile a chi di resistenza sa solo quello che sta scritto nei libri o che fan vedere alla tivù: nei libri la resistenza potrà cambiare, in tivù è già uno spettacolo coi tempi della commozione e del divertimento segnati in palinsesto. 

Poi ho preso a prestito, e così si fa, le storie dei territori presso cui vivo, le storie lombarde e piemontesi, spesso in mezzo, linea il Ticino.

Storie di un territorio alla ribalta sui giornali per feste di compleanno anticostituzionali, però permesse. Di un territorio dove puoi avere un amico il cui padre, fascista, è stato portato via dagli “altri”, i rossi, e che ferma la Storia dell’Italia alla storia di suo padre. 

Ogni anno che la storia si allontana da questo territorio, mi dico, da insegnante, devo fare di più.


Valdossola

16 ottobre 1944


E il tuo fucile sopra l’erba del pascolo.

Qui siamo giunti
siamo gli ultimi noi
questo silenzio che cosa.

Verranno ora
verranno

E il tuo fucile nell’acqua della fontana.

Ottobre vento amaro
la nuvola è sul monte
chi parlerà per noi.

Verranno ora
verranno.

Inverno ultimo anno
le mani cieche la fronte
e nessun grido più.

E il tuo fucile sotto la pietra di neve.

Verranno ora
verranno.

(Franco Fortini, da Foglio di Via) 


La poesia del formaggio

Un pranzo qualunque, interno più o meno borghese, una pastasciutta al sugo.

Mamma, questo non è parmigiano. No, è grana padano. Io, dice, grattugiato sulla pasta preferisco il grana. Anche da mangiare così.
(Così=a pezzettini). Tuo padre a dire il vero, invece, no, preferisce il pecorino, in entrambi i modi.
Tua sorella, parmigiano grattugiato e grana invece da mangiare così.
Tuo cognato non può nemmeno sentirne l’odore, di nessuno dei tre.

Cinque persone, eh. Pensa al mondo.
Nonna avrebbe detto “chi la vole cotta e cchi la vole crura a stu monn”
Nonna, ah nonna, nonna avrebbe grattato il caso. Lu casoricòtt.

E io? Io, dopo quaranta e uno anni di non sia mai e per carità, infilo cipolla cruda ovunque.
Non è formaggio. Si parlava di formaggio, scema.


…anni fa un tizio che si dilettava di poesia, mi disse dell’esistenza di parole impoetiche e mi fece due esempi. La parola figa e la parola formaggio.

Push the sky away

Se mi leggi, ma forse oggi non mi leggerai, se mi leggi, allora

sappi che

Sto spingendo avanti il cielo, sto spingendo lontano il cielo.

Sognavo che suonava insistemente il telefono, c’erano tutti, chiamavano me. “Quando arrivi, ti stiamo aspettando”. E io dicevo arrivo ma sapevo che non sarebbe stato vero, qualcosa mi inchiodava in quella secreta stanza. C’erano tutti, non eran lontani. Il trillo del telefono, insistente, un tono apparentemente leggero come quello delle riunioni di famiglia. “Quando arrivi, vogliamo vederti”. E il telefono, nel tumulto dell’ultimo sonno profondo del mattino, non era che il cattivo bordone della sveglia. Qualcuno mi aspetta sempre a vuoto, nel vuoto, dunque.

Mio nonno incantava l’aria, aveva libri ereditati di magia, io ho nel sangue solo arterie occluse di superstizione. “Zia, ti ho sognato stanotte, ecco perché ho appena composto il numero, riconosci la voce” “e come? La tua voce, la riconosco, da quando eri bimba, ha la stessa sostanza (di cui son fatti i sogni?)” “sei la bimba delle lucine lontane lontane”.
Lontane, sull’altro versante dei colli.
“Come vorrei potervi vedere di nuovo bambine, tutte e due, vicino a me”. Ma non si può.

Nel ridirlo, “come vorrei potervi vedere di nuovo bambine, tutte e due, vicino a me” ai miei occhi versa una commozione che di solito non mi appartiene.

Se mi leggi? Se mi leggi, ma forse oggi non mi leggerai, se mi leggi, allora
sappi che fino a mercoledì spingerò forte il cielo, via.
Ti sto spingendo avanti il cielo, ti sto spingendo lontano il cielo.

 

 

 

 

 

32 dal 23

Mamma, di sabato sera partiva, coi treni di notte di quell’Italia lontana. Partire di notte, arrivare al mattino. Erano tempi di cassa integrazione; sai che faccio, ti lascio le bambine, vado da tua madre, da mia madre.

Babbo, di domenica sera, sedeva davanti al calcio. Io non ricordo, so che sorellina aveva un anno e mezzo, ricordo che prendevo sberloni ogni volta che le mordevo il sedere, tondo il sedere, io crudele. Sedeva davanti al calcio in tivù, c’era Napoli-Bologna quando alle 19.45 l’edizione straordinaria del Tg glielo interrompe il calcio e lo porta in un brutto sogno, fatto di telefoni che squillano con un paio di tu-tuuu e poi se ne perde il segnale.

I giorni a seguire, una traccia; telegiornali dopo telegiornali; io a carpire il nulla per me protettivo dagli adulti e l’ironia della parola “vedovo” che i vicini gli sdrammatizzavano addosso; io alle elementari, le suore, la messa del mattino “bambine preghiamo per la mamma di gennara”. Sì, lo ricordo nitido, lo sguardo della compagna antipatica, il suo Ave Maria più forte gettato negli occhi per dirmi “son brava, vedi come prego”. E dico, va bene, preghiamo per la mamma di gennara ma senza decidere che in fondo quella per cui pregare fosse davvero la mia. Di cosa pregavano,

Mamma?

Mamma, alle 19 circa del ventitré novembre, un novembre mite, strano e mite, cenava con la suocera, costretta su sedia a rotelle da una paresi, il suocero in cantina, sotto la strada, a distillare grappa con caldaietta un po’ fai da te. Che già dal pomeriggio gli dicevano Ro’ c’avita ffà cu chir cose, songh pericolos, Ro‘. Alle 19.34 mamma sente un boato e si dice “ecco, rru sapevo, chir suograme s’aviva stà‘”, dice è esplosa la roba in cantina ma poi il pavimento oscilla, capisce, prende la donna che non cammina, la tira per le braccia ma cadono tre volte, la terra la butta a terra le inchioda le ginocchia tre volte, prima di riuscire a trascinarsi fuori, al buio, nello spiazzo della “Cerza”. Novanta secondi, uno sputo di eterno se stai amando, sapete. Invece mia madre me lo dice quant’è  infinito un minuto e mezzo.

Ti dice del buio, di sua zia in cerca di lei con la torcia, delle urla della farmacista che chiedeva aiutatemi aiutatemi piangendo lo strazio di sapere una figlia sprofondata nelle viscere del palazzo. E mentre mia madre scende in quelle tenebre di crolli, conta i morti, tutti li ho contati i nostri morti, mi dice e sente i pianti dei bambini lì a fianco, che persero tutto. Furono mandati in un istituto, mi dice ma non sa di più. E dice di una cugina, le doglie, il parto, una figlia di quella notte.

Mi dice di essere tornata, qualche giorno dopo, quando poi l’Italia conobbe un suo pezzo discosto, paesi che erano presepi della grande fede sugli scontrosi Appennini; quando la gioventù solidale si mosse verso le nostre umili terre. Di non aver dormito per mesi, tornata, nella casa della mia infanzia così attaccata alla stazione da farla scuotere nel letto per il merci delle ventidue. Per mesi.

Me lo dice ora, da poco, perché le ho spezzato l’omertà del dolore da poco; ogni tanto le chiedo, le racconto di me, la cerco nei suoi racconti. Ora me lo dice senza sottrarsi a tutto quel dolore. Ora che 32 anni l’avranno levigato, ora che 32 anni hanno lenito lo strazio più forte, rinnovato in un attimo con L’Aquila, dove mia madre ha rami di famiglia, dove la famiglia è stata ancora una volta attraversata. Ora che 32 anni sono per molti solo l’eco della polemica sui fondi, sui soldi, sulla politica.

Ora che 32 anni sono passati su quelle delicatissime parole con cui, avvicinandosi alla collina, l’estate dopo, mio padre e mia madre tentavano di dire ai miei nove anni che avrebbero visto qualcosa di diverso. Che il campanile dov’è mamma? Ma i nove anni, lo sappiamo, vedono corto e solo ora dopo 32 anni ho la luce dell’abbaino addosso, che per arrivarci attraversavo la stanza dell’asino ma l’asino non c’era più era solo mio nonno divertito di farmi paura, e ho i gerani della loggia dentro agli occhi, gerani che così belli non li ho rivisti mai.

Dedicato a mia madre, al dolore delle madri, di quando generano, di quando incespicano; alla grande madre Irpinia, agli Appennini “che mi fan da vena dentro”.

come Harry Potter

sì come Harry Potter ma senza aver fatto nessuna magia, come Primo Levi senza aver vissuto e scritto vita, come Franca Valeri e Neri Marcoré senza essere così simpatica, come Maria Nazionale e qui va detto, potrei competere che sono un usignuolo in partenopeo in parte lombardo, come Susan Flannery che è la Stephanie di Biutiful quella megera che non vuole mai che Bruc si sposi con Rigg che a lei gli piace la psichiatra Teilor che una con un nome che è un cognome ci diventava psichiatra per forza.

Come tutta questa gente qua.

Ma io mi sento di più come Ali Babà. Ali babà e i ladroni, quanti poi erano.

(Ma vir nu poch ca nun me fazz capace d’arricurdà quante cazz ieran sti lladrun…yà, ricitammiill) (per i sottotitoli 777 di televideo)

ps. provateci voi a sentirvi dire per anta anni e che te lo dice ridendo “te sei stata concepita il giorno dei morti nelle campagne intorno a scandicci che ci stava pure in giro il mostro di Firenze” e a sentirvi degli ottimistoni.

brigante se more

Non ho una parola italiana che possa sostituirla. Restucce. Me la insegnarono la prima sera mi dissero Roceresà Roceresà scarpe comode che ea stà cu li pier rint a rre restucce. C’è un luogo dell’anima ed è l’estate del grano falciato sotto quel rudere medievale, quello che lo vedi dall’altra parte della montagna e ti sembra facile salirci, quello che tuo padre scalzo tra le restucce ci andava a lavorare piccolo e quando non studiavo diceva sempre Roceresà èran mejj quatt puorc ra pasc a la preta r lu piesc. Che poi ho studiato e tanto e il sostrato osco umbro e lo so cosa vuole dire piesco nei toponimi. Ma quello è un toponimo di cuore e una notte all’anno ci s’andava a ballare le canzoni ritmate di Eugenio Bennato. A tarantare in mezzo alle restucce.

la foto appartiene a http://www.panoramio.com/photo/13972921

Ecco perché ierisera mi son detta vado qui nell’alto Varesotto a sentirlo Eugenio Bennato, perché lo so che è bravo, lui, e mi inonda di corde di chitarra battente e mediterraneo. Ma. Il ma è l’emozione del sud mancato, di quegli applausi certo caldi ma seduti. Niente notte, niente stelle, niente restucce, niente inno di giovinezza (che ero piccina e il cugino con la chitarra me la insegnava e tutta la brigata di sera al passeggio la cantava, perché sta musica s’adda cagnà). No, l’ho preferito là.

Tutti mi chiedono in questi giorni cosa fai per le vacanze. Ah, la nevrosi occidentale. Ho troppe risposte a questa domanda che per Roceresà equivale a non averne niuna; è da ieri sera però che mi è venuto su l’odore di restucce, che si è intrecciato a una telefonata che non arrivava da mesi ma oggi sì, dai scendi si sposa vale.

Che se fosse notte, in mezzo alla restucce ancora, potessi perdermi e ritrovare scendendo le scale, il tono canzonatorio di nonna ah ti si azata e pecché? ammiccando all’orologio con le lancette dritte a segnare il nord, il nord di un sud d’amore, e un catino di ciambelle irpine, nonna mi manchi, impasto di patate, lu crescend, e mille cristalli di zucchero.

le ciambelle di nonna le ho trovate qua: http://www.blogvs.it/tag/tenuta-montelaura/

Allora sì che a tagliarmi le caviglie nelle restucce tornerei. Brigante c’aggia murì.

Legami di sangue

a P, a RV, a T (che mi leggano o no), alle radici, all’infanzia, al cognome.

come posso tesoro tenerti sul cuore se stanotte a Varsavia si muore

Undici anni. La casa era in affitto, da questa parte della montagna era andata bene, il terremoto si era attutito, nonno era in carrozzella come quello di cui mi cantavi le canzoni, ma io allora non lo sapevo ancora, desideravo solo che rispuntassi tu e lo skateboard, mi venissi a prendere, dipendevo dal tuo canto, dal tuo esserci, da sola stare in quella casa era dura, mi annoiavo, nonno era di poche parole, non lo conoscevo, nemmeno sapevo che l’avrei conosciuto meno, mi chiese di accendere il fornello, non riuscivo, mortificata lo vedevo ruotare e “sì proprie na ‘ncantata”. Gli anni di dopo, dell’attesa sulle scale il giorno del mio dimenticato compleanno, gli anni di adesso, una telefonata all’anno quel giorno lì foss’anche scappata in ammerica, eh, appunto, auguri.

poi cado coi piedi per terra e scoppiano folgore e tuono non credo alla vita pacifica non credo al perdono…

Otto anni. Dall’altra parte della montagna non era andata bene, il terremoto l’ha raso al suolo, il paese. E mentre eravamo in auto, riconoscere l’uscita dell’autostrada, le colline, fino alla salita, non vedo il campanile, papà e mio padre che pesava le parole per spiegarmi, la casa era la prima di una terrazza di prefabbricati arancioni, “rre baracche” che quante volte ci ho visto piangere mia nonna pronunciando la parola “stabbaracch”. E dieci mesi prima, le preghiere la mattina a scuola, diciamo una preghierina per la mamma di gennara dicevano le suore e io pregavo ma gennara ero io e dicevo perchè pregano queste, che vogliono da me. Mamma cosa vide quella notte, trascinando nonna, l’altra, che era in carrozzella, sui sanpietrini, te l’ho chiesto mille volte ma non reggevo alla tua conta dei morti. Reticente mamma, senza fiato nel telefonare alle zie a L’Aquila, quattro aprili fa. E ora lo sai che un terremoto può attraversare una famiglia. Mamma ieri hai chiesto se il paese del mio concorso vinto è proprio quello del castello caduto. Sì, era quello, mamma. Pensa.

Vorrei vederti dentro quando ricorderai in tutti questi anni non ti ho cercato mai  certo se tu volessi allora tornerei a testa bassa come oggi non si fa più.

Quindici anni. Uscivi da un garage, le mani sporche di sorrisi, chi eri tu che eri nato in terra caraibica, di te sapevo solo foto bionde che parevi il bambino di “tre nipoti e un maggiordomo”. Uscivi dal garage, dicesti solo “tu devi essere gennara” e da quell’agnizione terenziana furono quaderni di canzoni, di racconti, di frasi in inglese, di collegi italiani, di infanzie impreviste andate a scontrarsi in un fiato sulla prima morte di famiglia, e l’italia da maledire, le amicizie da bestemmiare, tutte le fragilità. Non ho un fratello. Ai tempi dei sogni lo sei stato tu. Hai una sorella. Che tiene in piedi il sogno e attraversa il terremoto con inflessibile amore. Anche per me.

dimmi che tornerà quell’uomo che sento l’uomo mio  quell’uomo che non saprà che non saprà di me

Oggi, come mi sento, come un’ereditiera. Scura. Come mentre tutto intorno può crollare, e resistono i gambi fragili, i colori umili, i contrasti atavici. Mi scuso per il non universale, per il tono retorico, per sto cuore di papera che indugia a volare, per sto cuore bambino che non vuole crescere. E che aspetta un ritorno.

orecchie storte, cuore sghembo

dodicifebbraio

Oggi sarebbe stato il compleanno di nonna. Una donna contadina del 1923, di quelle che forse la prima volta che si sono sentite fare gli auguri di compleanno sono stata io, nonna auguri. E che è mo’ stu compleann? Febbraio 1998. Una tesi di laurea inventata lì per lì per fuggire, per laurearmi (ché non ne avevo più voglia di università, allora ancora un potentato milanese autoreferenziale). Fuggivo da tante cose quel febbraio. Fuggivo da Silvestro che non sapeva. Fuggivo da una Lombardia che non saprà mai.  Un mese con te, con la mia lana multicolore, coi ferri da maglia. Con un piccolo registratore, un quaderno verde, le cassettine. Senza telefoni cellulari (chebellezza). Un mese di febbraio caldo sull’Appennino, mi asciugavo i capelli al sole nel vicolo, avevo il viso colorito, fu un febbraio mite pieno di endecasillabi, di recite campestri.  Una tesi costruita intorno a te, nonna. Il tuo dialetto, la mia lingua delle origini.     

Oggi ho traversato il lago col ferry, nel vento siberiano. L’ho fatto restando sul ponte del ferry allo scoperto, davanti allo sguardo attonito degli altri passeggeri al di là dei vetri della cabina. Nonna, non era mica da non metter i guanti oggi. Cuopret ca face fridd, soffia na vòria.  Questa tua nipotina non cresciuta (ma quann lu truov lu zito cà poi lu tiemp pass e nun è ccosa cchiù) al freddo aveva il suo Ipod (non posso nemmeno spiegartelo cosa è l’Ipod, tu che impostavi la voce e tentavi di italianizzarti davanti al recorder che ti metteva in soggezione) (e che dovevi fare il contrario, nonna, dovevi lasciarmi il dialetto sul nastro). E l’auricolare al contrario che io ho le orecchie storte l’ho capito da tempo sto difetto,  il right non mi sta right e lo devo mettere sul left e il left sta sempre che mi cade. Non c’è peggior sordo di chi ha le orecchie storte.

Nonna se ne è andata come è venuta, in un giorno di febbraio mentre non c’ero, lasciandomi il solito senso di colpa. Se ne stava andando da tempo, a poco a poco, la mente si era rifugiata in qualche mondo lontano più sostenibile, dove vivere fosse più leggero che avere figli e nipoti e stare anziana tra gli anziani nel vicolo da sola, con quella telefonata puntuale del sabato alle 13 per anni, io a rispondere di corsa a te che urlavi “Marì” “nonna no sono io” e la felicità che provavi si allargava dal ricevitore. “Mia nonna si sta spegnendo” dicevo a quell’uomo che desideravo portare in Irpinia, che pensavo capisse quanto intrecciarlo alla mia storia fosse irreversibile. Nonna mi sono sbagliata, agg fatt rre ccos a mmalamend. Nonna, hai un bel nome che una bambina avrebbe portato con signorilità. Un nome fatto come il mio, esile, musicale, altero.

Un giorno avrò il cuore meno sghembo per ascoltare la tua voce sui nastri. Intanto se mi senti, buon compleanno.

S’i t’o sapesse dicere

 

Ah… si putesse dicere
chello c”o core dice;
quanto sarria felice
si t”o ssapesse dì!

E si putisse sèntere
chello c”o core sente,
dicisse “Eternamente
voglio restà cu te!”

Ma ‘o core sape scrivere ?
‘O core è analfabeta,
è comm’a nu pueta
ca nun sape cantà .

Se mbroglia… sposta ‘e virgule…
nu punto ammirativo…
mette nu congiuntivo
addò nun nce’adda stà…

E tu c”o staje a ssèntere
te mbruoglie appriess’ a isso
comme succede spisso…
E addio felicità!