l’amore fa l’acqua buona

Assente dagli schermi, mi sono sfilacciata poco poeticamente in tempo tra scartoffie, quelle che i colleghi sanno e anche quelle che i colleghi non sanno.

Mi sono sfilacciata anche alla cena coi Latintristi e l’ultimo sabato del loro liceo (il loro, roceré, non il tuo, lo capisci?) che quasi non passavo a salutarli tanto poi vi vedo, il diciannove, esce Pirandello, temo. Talmente sfilacciata che sto ancora leggendo la dedica su un libro, guardando le foto di chi l’ha voluta tenendomi in braccio. E in sala docenti che se vedo piangere la collega di fisica piango anche io. La campanella era suonata, l’orologio staccato dal muro (gli arredi, pure gli arredi se li portano i docenti da casa) e quello che con te, per vie traverse, s’è fatto cinque anni davanti a tutti dice che si ricorda com’eri vestita il primo giorno, e che dissi, come presentazione “guardate bene il vostro compagno di banco perché l’anno prossimo non ci sarà più”.

Esco dai corridoi con quell’idea che dopo i Latintristi, ora posso davvero cambiare lavoro. Senza di loro senso non ha. Dura mezz’ora la sensazione, che sui tabulati dei Comeback, lacrime e sangue, letture estive, saranno loro quelli di dopo.

Domani finisco lo scrutinio e prendo un treno che porta a ciottoli levigati. Lo faccio di straforo, sbaglio ma ci sono errori necessari.

Ponci mi spiega di una “pecca ffortunata che il galleggiante, zia, tirava dotto e io di trota ne ho preda una tola, perché l’altra di è dlamata ma in quel laghetto, zia, ci dono anche i lucci e i pettici che mamma fa il ridotto coi pessici, zia” A Ponci mancano solo le esse ma ha una buona presa e possesso del linguaggio specifico della disciplina. A me non manca nulla.

La commissione sulla carta sembra quella che farà un buon lavoro, un sabato di otto giorni fa che sembran mesi sono andata a dare il benritorno a una ragazza che tornava dalla città gemella, ci tornava con un cognome gemello, con un incorcio di sguardi sulla strada, non era un sabato qualunque, non era un sabato italiano. Ma il peggio sembra essere passato.

Infatti nella casella di posta elettronica trovo questo “ATTENTION! The travel authorization submitted on July 6, 2011 via ESTA will expire within the next 30 days. It is not possible to extend or renew a current ESTA. You will need to apply for a new ESTA. Please reapply at https://esta.cbp.dhs.gov if travel to the United States is intended in the near future. If there are 30 or more days left on the old authorization you will receive a warning message during the application and be asked if you wish to proceed.”

Quando ti scade l’ESTA, puoi estartene qui, Esta tié.

Insomma quasi quasi quando non scrivo vivo e metto della parole adeguate alle cose che poi somigliano di più all’amore che fa sagge le donne, perfino me. Tutto quello che ho, mentre lancio un ciottolo levigato a mare, per tutti quelli che incrocio nel male e nel bene. La seconda che hai detto.

Se ci siete, grazie, un calice.

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Di liquirizia e carabinieri

Una passione insana spropositata, berresti liquirizia purissima, mangeresti qualsiasi cosa con retrogusto di liquirizia, vuoi fare il risotto alla liquirizia, da mo’ che lo vuoi fare, ce l’hai in testa, solo non capivi come fare, l’ingrediente da aspettare.
Anche il nome, liquirizia, ti suona come di un piacere infantile, sereno.

Metti piede da un’ora, nella piazza della cattedrale, e la cattedrale, quella cattedrale è bella, ma tu sei alla seconda bottega, di liquirizia. Da due ore sei in quella piazza quando sul cellulare appare un prefisso nemmeno tanto strano, locale ma è due ore che son qua, se nemmeno ancora io so di esser qua, non può essere nessuno che lo sa. Mica rispondi fino al terzo insistente tentativo, sarà cosa, sarà il caso. Pronto, signora, carabinieri.
Azz e mo’ c’agge cumbinat?
Lei ha fatto per caso denuncia di smarrimento di portafoglio? Mah, no perché, lei signora è fortunatissima, e intanto apro la borsa e dico, buongiorno, è vero, mentre sposto sacchetti di liquirizia, ora mi accorgo di non averlo più, dico loro arrivo e intanto dico magari è carino il carabiniere del paese della liquirizia. Che poi, i gessetti, avete presente mozziconi di gessetto da scriverci alla lavagna, professoressa? Quelli, sacchetti di gessetti, ma è liquirizia. Il carabiniere è carino, tutta la stazione è lì con me, mi spiegano come han fatto a reperire il numero di cellulare, mi dicono ma difficile, signora, dalle ricevute, rintracciare una traccia di lei.
Penso alla tessera del folk club di torino insieme al passaporto, penso a bologna, penso a cesenatico, penso sarò apolide, no solo ex cazzeggiantibus, spero tra me che non abbia visto, il biondino, quanto spendo di ceretta. Ma dal sorriso luminoso che tiene, il biondo in divisa, ha visto tutto (tranne la ricarica bancaria del telefonino con tanto di numero sennò mica chiamava i carabinieri di mezzo varesotto, il biondino).

Sono la distrazione del giorno, alla stazione dei carabinieri, e anche io, devo dire, mi sento bene con una colomba e un vinello in pacchetto da regalare alla signora della liquirizia che ha trovato il portafoglio e l’ha consegnato ai carabinieri. Che fa uno sguardo strano quando le porgo il grazie, gli auguri il sacchetto e stupita dice “forse dovremmo volerci tutti un po’ più bene”. Ehhhhh…

Io non lo sapevo che era il paese dei carabinieri carini e della liquirizia sennò ci restavo.

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a monosillabi

Deve essere stato quel “come sei bella” appena sveglia, striata di sonno, la prima cosa detta.

Deve essere stato che somigliava al “come sei bella”entrando in doccia, dai insieme a me, l’ultima volta che ti vidi, che tu lo sapevi che era l’ultima. Si sanno un sacco di cose quando sei tu che le decidi.

Stesso sussurro come se dirlo quando ci credi ti fa affiorare la voce d’incanto.

Deve essere stato quei “come sei bella” così uguali a segnare cose che non accadono mai a farmi cercare allo specchio.

Per forza ti vengono le rughe, se non sorridi tanto spesso.

A teatro dici “che palle” ed è la prima volta che lo dici ed un collega ti corregge no, tu l’esperienza del che palle è tanto che la fai, solo che dopo entra in gioco il tuo “devo capire”.

Hai la librite acuta, le pagine son ferme. La maglite acuta, i ferri chiusi allo scalfo della manica.

“come sei bella”, presti il fianco; osservi il fianco. Non siete al mio fianco. Un fianco vuoto di capriole embrionali, solo ombra di piegamenti a portarceli appesi.

Come sei bella e mentre intorno a me imperversano cose importanti, sto a monosillabi.

 

Moonrise kingdom (io sono un corvo)

Io che preferisco vivere e scrivere a gennaio che a dicembre; io che contro ogni previsione ho passato feste anonime e serene, io che l’anonimato quando è sereno fa dire “è andata, sono fuori” e silvestro -che si commuove troppo facilmente, va ridetto- lo so, lo vedo, pensavo proprio a questo nei giorni di natale, al dopo quel casino che c’è stato, io ti curo, sai, anche se non te ne accorgi ti curo e mica le sai dire le cose senza gli occhi lucidi e io mica le so ascoltare senza sfotterti per nascondere in due parole che son commossa (cit.)

io che volevo scrivere un post di fine scegliendo dei post da salvare, dei post da riprendere, dei post da rimettere, dei post da buchighiaccizzare, dei post per semprizzare, se poi sto esercizio non mi sembrasse troppo egocentrico, poco anonimo che poi magari mi toglie la serenità farlo sto esercizio. Ma che sono egocentrica a me lo dice il tema natale con quei pianeti tutti nel fuoco e buttiamocela l’acqua nel fuoco anche no. Che mi piace che chi capita qui non sappia nemmeno niente di come nasco qui e ho capito anche che chi c’era qui e diceva che bello sto post può decidere di andarsene. Capito questo, capito molto, del resto.

Io che ierisera sono andata al cinema e di cinema scrivendo qui mi son piaciuta e come da tanto tempo non mi piacevo più ho riso, pianto, mi sono divertita, sono caduta nel fiabesco, nell’impossibile, nei fulmini a ciel sereno, nel sorriso di ragazzi impertinenti, nell’amore degli adolescenti (e le vene fervide cit.), in un bruce willis invecchiato e impacciato ma bello, in frances mc dormand che adoro sempre di più, nel primo bacio con la lingua su dischi di parigi, su un incanto di gioiello di film. Non un capolavoro, un gioiellino incastonato nella fine di quest’anno. Vivamente consigliato a chi ha scordato di ascoltare da troppo la voce bambina che chiede avventura (e amore)

certi angoli segreti

Te ne stai lì a sentirlo scendere il sole, che non fa rumore mica. Quello d’ottobre, poi, che stai lontana dai discorsi “ma che caldo chi se lo ricordava  l’ottobre così” “quello dell’anno scorso” “ah sì? non me lo ricordo”. Poi stai lontana anche dai discorsi del devo fare il cambio armadio, che te lo stai facendo da luglio te, non l’hai mai finito, hai deciso: siccome stai da sola, occupalo a quattro quarti le quattro stagioni e ciao; ecco i pantaloni da neve e la sciarpa rossa che non ricordavi. Troppe cose da riconoscerti addosso, forse.

Hai questa mancanza a forma di groppo in gola, una mancanza che non stemperi, leggi di chi si fa donna per amare una donna che ama una donna ma che quando é donna da donna ama un uomo. E tu sei inchiodata a un ruolo a metà. Metà donna, donna per caso. Nessuna metamorfosi, nemmeno in asino, nemmeno oro. Leggi poi di pensieri minimi mentre le polveri di torri coprivano l’anima di una città; leggi che stai ascoltando una musica, il jazz che ti lucida, che si chiama New York Days e tu non l’hai nemmeno fatto apposta, a prenderlo dallo scaffale. Ti sei solo donata un pomeriggio di cui ti penti, già lo sai.

E stai lontana anche dai discorsi dell’ora in più da dormire, l’ora legale. E dai discorsi di chi la confonde con quella solare (appunto). Non stai lontana dal pc, una piccola mania, perchè ci cerchi, ci trovi, ci azzardi, ci ripensi. Ma non è lo scrivere che fa; nemmeno il leggere. A tratti é il trattare, è prendere appuntamenti, è scoprirti difficile ancora, almeno però, non più di punta. É Ponci Ponci che te lo fai passare al telefono e sei al lavoro e ti apparti per parlare con lui e gli dici amore mio e mentre lo dici hai una fitta alla milza (al cuore no, il cuore é fin più muto dell’ovaio) e mentre Ponci ti dice “ma la rifai la punta a quello giallo, nonna l’ha rotta la punta”, ecco mentre tutte le punte pungono tu pensi: ma chi mi sente ora nascosta in questi corridoi penserà quello che io non posso pensare.

Insomma sembrerebbe che il sole mentre scende lasci angoli segreti in cui ci sia qualcosa che in me non va ma l’intenzione è quella di celare. Il mio segreto si svela alla guida, sempre. Guidare non mi piace ma le mani alle razze del volante d’altra razza volano nell’aria. Guido per endecasillabi. Ne é pieno l’abitacolo.

Il segreto pare essere che da troppo tempo io manco di poesia.

la regola del ciclista inatteso, dell’harley davidson a pedali, del girasole pigro

Mettersi in discussione, di continuo. Sentirsi bravi e nello stesso tempo accorgersi di quante cose da imparare ogni giorno ho. Intelligenza emotiva: vedere le persone sprecare energie per contrastarsi, constatare che i capponi di Renzo, nemmen quelli sono il grado dell’evoluzione raggiunto in sala professori. Sbagliare a sentirsi bravi, restare in bilico tra bisogno di approvazione e il plauso altrui e snobismo accumulato di punta negli anni. Contare gli anni da settembre ed esser sfasata col mondo che lo fa dopo, lo fai dopo anche tu e son due capodanni, due momenti del cazzo-mi-metto anche se nell’armadio hai tale roba da dirle “puah, principiante” a quella magra e bassina di Secsendesìti.

Non sapere chi sei e saperlo meglio di altri, provare fastidio per gli sms, alcuni, attenderne altri, avere la soglia dell’invadenza bassissima, ai minimi storici e temere senza sosta di esserlo tu, invadente, se chiedi, se ci sei, se respiri. Posare davanti alla cam del computer, truccata, non truccata, canuta, ritinta, per cercare di scorgere i lineamenti che vedevano gli altri, chi ti amava soprattutto e ti specchiava bella. Vedere muso di ragazza e rughe di femmina. Crucciarsene (delle rughe) ma tentare di credere ad Anna Magnani.

Avere paura che gli amici vecchi non ti siano più amici, che quelli nuovi non vogliano continuare a esserlo, non sentirti amica tu di nessuno, incapace. Sdraiarsi per l’ultima volta (almeno quest’anno) sulla ghiaia di mare e su un lettino da psicanalista. Sentirsi bene, entrambe le volte, di aver conosciuto un male.
Dare sfogo all’ipocondria più selvaggia, indovinando il cuore; pressione 105 su 68 alle due del pomeriggio dopo mangiato, è bassa dice la mamma, ma è sbagliata la macchinetta dice il babbo. Diverse misure di pragmatismo, come somiglio.

Questo il mio caos, qui appuntato con doveroso narcisismo. Ora le regole:

1) Puoi salire in bicicletta verso casa tornando da scuola, incontrare un ciclista con gli occhi azzurri che visto così perfino ti piace, un bel tipo, che ti incrocia, e nel secondo dei vaievieni delle due ruote per due che fan quattro ti apre un sorrisone e ti dice “ma ciao”. Può succedere, me l’hanno garantito, sorridendo.

2) Puoi sognare che devi andare ad un appuntamento con l’estetista ma tu possiedi e non sai da dove essa arrivi, una Harley Davidson nuova di zecca, che la gente si ferma a fotografarne il viola sfolgorante, ce l’hai ed è a pedali. La guidi come puoi, mentre cerchi di telefonare per disdire l’appuntamento dall’estetista perché degli amici ti han chiesto di andar con loro a giro; e ti chiedi come mai si accenderà il motore, poi trovi una chiavetta uguale sputata a quelle delle macchinine a pedali dei bambini. La giri la chiavetta e pensi che non sarai capace di portarla, un’Harley Davidson vera. Invece scorazzi felice. L’Harley Davidson a pedali da bambina la guida una donna, da sola, con tranquillità. E va.

3) Puoi, a quello che rideva una settimana fa quando gli dicevo che stavan fiorendo i girasoli sul balcone, rideva perché i girasoli non si sarebbero mai aperti così tardi, ormai è cosa fatta, voleva rinunciassi, ecco a quello puoi dirglielo che non bisogna mai pensare sempre ingegneristicamente calendario alla mano perché due di quei striminziti girasoli diventati altissimi hanno aperto la corolla. Sono girasoli, dai, soltanto un po’ pigri.

Settembre non sarà mai il mio mese (cit.) ma mo’ le posso queste regole.

é inutile suonare qui non vi aprirà nessuno

Confesso che quando ho letto questo titolo, della cara Cicciopluto, non ho resistito, si addiceva benissimo al mio sabato andato (andato di lato, scartato così). Non me ne voglia quindi l’amica blogger, non è plagio, è riadattamento.

In via del lago non ci sono campanelli fuori dallo stabile, quindi al sabato pomeriggio per anni te li trovi davanti alla porta, quelli che mi cercano. E di solito sono i testimoni di geova, trattati sempre gentilmente perché anima gentile sono. Tranne l’ultima volta che non ho risposto, loro lo sapevano i furboni che ero in casa e han cominciato a battere ai vetri delle finestre che pareva imminente lì la fine del mondo e a forza mi volevan salvare quel sabato pomeriggio e io mi sono incazzata invece e ho urlato da dentro e non li ho mai più visti. Rinunciare al fascicolo “salvatevi” eh, mi è costato, sappiatelo.

Indi per cui mentre a finestre spalancate me ne stavo a gambe incrociate sul letto al cazzeggio davanti al pc, mi bussano alla porta e penso sono le 16 cazzarola son tornati. E invece davanti alla porta c’era un uomo. Uuun uuuuuoomo. Uhhhhh.

Che poi è un vecchio amico di quando intorno agli anni dell’università si andava in giro in gruppo da più di venti, che entravi nei bar e ti guardavano maluccio come a dire mo’ questi dove me li metto, insomma s’era una “compagnia”. Roba da due stagioni piene, tutti amici, tutti sempre, compleanni, lauree, mare, montagne, roba che poi una sera che non sai mai quale, uno si limona ics, l’altro si spiumaccia ipsilon e piano piano va tutto a ramengo.

Inutila farla lunga, gli voglio bene, lo faccio entrare. Non parlavamo da dieci anni, qual buon vento ti porta qui. Aver sacrificato molto tempo per moglie figli lavoro, aver perso gli amici, aver voglia di rivederli, sai passavo per quella toscana là, poi ho rivisto la casa di quel piemonte là…Una parola dopo l’altra, il mio sospetto che sia convinto che mentre lui faceva famiglia noi siam rimasti al bar a tirare freccette cresceva; che tu non usi i social network perché creano isolamento (sic) che hai dei film da farmi vedere bellissimi (certo, io cosa vuoi che ne sappia di cinema io), che peccato io non ci fossi quando tu hai iniziato a fare l’insegnante- perché avrebbe avuto molti consigli da darmi-.  Il bastone e la carota, dovresti usarlo, funziona, dice. Ah beh sì, difatti, che scema a non pensarci. Secondo me gli dico hai nostalgia, si chiama nostalgia di quando eri giovane. Mi dice no. Dai ci sentiamo, magari ci vediamo una sera di queste a cena, vengo da solo, senza mia moglie. Ah, beh, sì difatti, che scema a non pensarci. Mi dice dovresti mettere il campanello fuori dallo stabile.

Ore 21.15 Di nuovo alla porta, chiedo chi è, risponde sono il testimone di geova. Spiritoso. Con bottiglia di vino e biscotti. Penso e due, però che fare, lo faccio entrare e gli dico sai tra poco dovrebbe arrivare Silvestro. E poi li guardo e li ascolto -a tratti- tutta la sera, Silvestro e uno dei nostri cari amici di giovinezza. Che ascolta cremonini come allora, che guarda le commediuole come allora, che parla per sentito dire come allora.  Eravamo un bel gruppone allora ma io già allora ero insofferente alle canzoni dei Luna Pop e degli 883 soprattutto quando si sono scissi il Pezzali e il biondo che nel caso, io mi tenevo il biondo mi tenevo nel caso eh.

Oggi, allora. Allora? Dovrei mettere il campanello, sì, fuori dallo stabile. Un campanello d’allarme.

Contro le nostalgie.

Degli altri.