The way we were

Succede che tutto sembri sgonfiarsi loffio come una bolla fatta col chewing-gum, succede che alla tivù a giugno diano vecchi film e tu ne hai mancato uno, del 1973, e decidi di vederlo proprio adesso, convinta che sarà un classicone, un riempitivo.
E ti trovi a vedere invece un pezzo di te. Proprio tuo, che ci avevano inventato prima di noi, io molto Cathy tu quasi Hubbell.
Ma quanto faccia poi bene piangere con un film, quanto, che meraviglia.
Entra nella top-ten dei miei film della vita. O è un capolavoro o sto semplicemente davvero invecchiando.

“Tu non molli mai”.
Come eravamo. Così.

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Perfect day

Allo scoccare della mezzanotte precisi come degli svizzeri, almeno quelli del luogo comune, stavamo in tre varcando la soglia di un circolo arci della Bovisa (cosa che ci costringe ad ascoltare Gaber al ritorno) dicevo allo scoccare della mezza lasciamo un po’ incattivito l’uomo dei biglietti e della tessera all’ingresso che al grido di brindisi brindisi, anche se uno di noi è più di foggia e l’altra di Siviglia, rinuncia a farci una tessera farlocca ma dai che stanotte non controlla nessuno, brindisi brindisi, entriamo e a noi che ce frega che il conto alla rovescia è già finito, meglio, auguriiiiiii.
Poi è stato tutto un violino una fisarmonica folk, balli a baci stretti, loro, gli amanti, e guardarli è stato un augurio .
Tessera arci fatta, tradizione a casa roceresale. Che per tradizione viene usata subito, nel cinemino d’essai di capoluogo merdosino.
Si inizia l’anno con un film, e anche ciò fa tradizione a casa roceresale.

Si inizia con la fighetteroneria di Benicio del Toro, mio uomo ideale poiché del Toro è dell’Aquario, invece.
Si inizia con un film girato benissimo, sulla stupidità della guerra, ovvietà raccontata tra ironia, sarcasmo e sensualità. Con una citazione finale, manzoniana perlomeno nell’iconografia, con roceresale che aveva voglia di piangere pure di gioia, quasi, sulla sopravvivenza che fotte la morte (su una colonna sonora da urlo).

Meh, si lu vulit’ veré, jatavenn a lu cinematografo!
(Trailer in inglese perché quello italiano fa semplicemente più schifo, chissà perché)

Lunedì cinema – Timbuktu

Prima ringrazio Iome e Gaberricci, per due cose precise. La seconda è l’impennata di stimoli che hanno dato al mio cerebro indurmentàa e al numero di post quasi seriamente culturale che ne è conseguito.

E ora mi consolo di un lunedì nato storto come i lunedì del vascorossi partecipando anche ai lunedì cinema diventati tematici sulla scia del divertimento e impegno del cita un libro. E di questi legami trasversali tra un blog e l’altro, che spesso si rinnovano, sale del tenerlo, un blog.

Il film ha la regia del mauritano Abderrahmane Sissako
Ambientato in una città dal nome e dalle reminiscenze magiche, Timbuktu ci mostra come gli jihadisti modifichino in profondità, con miopia e violenza, la vita di tutti.
I colori diventano il nero, i vecchi zittiscono i giovani, tolgono l’infanzia ai bambini, lapidano le donne. La musica è proibita, la punizione incombe sui disubbidienti.
Il film, a dispetto dei temi, non è mai didascalico, è una poesia che parla di Dio e degli uomini, di padri e di figlie, di destino e di morte, morte data, morte stabilita.
Non indulge mai sulla violenza, la sfiora, la suggerisce, complice una fotografia magistrale che vale già da sola la visione.
Una grande metafora dell’Africa, braccata dai fondamentalisti, inseguita di corsa come una gazzella senza scampo. E la gazzella è una dodicenne che ha il compito di scappare portando con sé le proprie radici, incipit e finale di una Ringkomposition che quando scorrono i titoli di coda, scorrono i brividi.

Qui il trailer

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Rifletto sull’esistenza come il piccione, ma il mio sulla panchina ci ha…

…scagazzato.
Vuoi non andarci a vedere il film che ha vinto il Leone d’oro? Vuoi non portarci anche Brenda, la cara ragazza Brenda e pure Silvestro quello che oramai presento a chi non lo sa “lui è quello del cinema”?

Come si scrive la recensione di un film come questo: vademecum (e anche un po’ vaderetrum).
Si prendono aggettivi quali “onirico” “grottesco” “surreale”, li si mettono nel mixer con “geniale” e “visionario” riferito al regista e ci siamo quasi.

Il film l’ho capito eh, che critica la guerra, che critica i tic di connessione dell’homo sapiens, e lo fa con intelligenza, però io, che sono abituata e amo i film cortocircuitali e i pezzi di teatro interminabili e barocchi, io ho fatto fatica a digerirlo il film. Brenda ridacchiava, Silvestro era dai tempi di Lars Von Trier che non andava a comprarsi la coca cola con la scusa del caldo e mi chiedeva indietro il prezzo del biglietto che peraltro, Silvé, ho pagato io, caccia la grana, pliis.

Però mi è piaciuto lo stesso, che son storta, come con gli amori, più l’uomo è indigeribile più mi piace lo stesso e da qui, come dai film, nascono un paio di problemini seri che tenteremo di non risolvere, tanto, che tento affà.

Nella claustrofobia di una Göteborg gialla, nel trascinarsi dei disadattati protagonisti, di valzerini monchi a contrasto, tormentoni telefonici, di re capricciosi e checche, il film di Roy Andersson è un inno alla vita, cammeo dopo cammeo, vita che si affaccia alla finestra, che si insinua tra le porte chiuse, fa le bolle di sapone, il solletico sotto ai piedi del bebé.

Insomma alla fine sull’esistenza rifletti e sì, sono tanto contenta di sapere che state bene, sì ho detto che son contenta di sapere che state tutti bene.

Con questo post faccio da spalla indegnamente ai LUNEDÌ CINEMA di Iome

Questa vita è una catena, qualche volta

Qualche volta non fa male. E i dieci libri e le dieci canzoni e come faccio a stilare classifiche che poi raramente si condivide davvero, il più delle volte le facciamo per scavo di identità. E poi nel libro famoso le cose da classificare eran sempre cinque e c’ho un sacco di cose da fare, le ho talvolta scritte su qualche post-it e appiccicate dopo chissà dove, le tassonomie del dovere e del piacere.
E i dieci dolci che mi piacciono di più? E le dieci posizioni preferite per fareallammore? E dieci ragazze per te posson bastare?

Sii seria, dai. Allora i dieci film che hanno cambiato almeno un po’ il modo di vedere sia le pellicole successive che la porzione di vita che mi spetta. Dieci son pochi ma son questi. Provo a motivarli, aspetto condivisioni. Non sono i più belli, sono quelli che han fatto da snodo, diciamo.

1) Heidi diventa principessa. Animazione di Akihiro Ogawa 1977. Perché ho un ricordo vago nell’infanzia della sala cinematografica del paese sul lago che diventò in breve un supermercato e stasera per la prima volta ho gugolato il titolo e ho scoperto che esiste davvero sto film, non è frutto di fantasia e ho avuto un brivido a vederne la data

2) Amadeus. Milos Forman 1984. Io e la mia grande amica delle scuole medie. Il primo film da “adulte”, portate dal babbo di una e riprese dalla mamma dell’altra. Lì nessun supermercato, solo il vuoto e il chiuso di un degrado.

3) Baghdad Café. Diretto da Percy Adlon 1987. Grande ode all’amicizia femminile. Primi passi nel cinema stralunato.

4) Proof. Di Jocelyn Denise Moorhouse. 1991. La prima tessera alla sala d’essai del mio capoluogo di provincia. Un film che mi è valsa la pubblicazione di un breve omaggio per il ventennale dell’associazione. La storia di un fotografo cieco che si fa descrivere da chi vede le foto che scatta. Riflessioni su cosa sia “vedere” davvero.

5) Fino alla fine del mondo. Wim Wenders 1991. Ho ancora la colonna sonora incisa nella testa e la macchina per registrare i sogni che volevo inventare io.

6) Le onde del destino. Lars Von Trier 1996. Il primo film cui invitai Silvestro quando io e Silvestro ci piacevamo tanto. Lui all’uscita da quei tragici forti indimenticabili 159 minuti mi disse “almeno ridammi i soldi del biglietto”. Però è da quella sera che andiamo al cinema insieme.

7) il meraviglioso mondo di Amélie. Jean-Pierre Jaunet 2001. Qui siamo sul facile e oui, Amélie c’était moi…

8) Match Point. Woody Allen. 2005 ma visto volutamente anni dopo perché l’amica disse “no non guardarlo ora, ora no, ora non ti conviene. Poi è successo, l’ho visto, e non è successo nulla, anelli che rimbalzano mi fanno un baffo, ora.

9) Fargo dei fratelli Coen. Film del 1996 ma visto un Natale non così lontano, immersa nello stesso paesaggio, non simile ma proprio quello stesso paesaggio bianco del film. Geniale.

10) Wonder boys. Curtis Hanson. 2000. Colonna sonora d’eccellenza e quel finale buonista, quello stramaledetto finale buonista. Fanculo a quel finale buonista.

La lista è di quelle facili. Ricordo perfettamente tutte le strambe poetiche incredibili pellicole argentine, georgiane, messicane, portoghesi, austriache e americane indipendenti che negli anni hanno accompagnato il mio amore per la settima arte.
Mi rendo conto adesso, terminando il post che non c’è nemmno un film italiano pur essendomene “nutrita”. Se dovessi rifare la lista cercherei di farci stare sicuramente “il grande cocomero”(F. Archibugi 1993).
E che fuori cronologia, fuori concorso, premio assoluto della (mia) critica ci sarebbe LUI.
Quello di Shining, Lolita, Arancia Meccanica e Odissea nello Spazio, e soprattutto di Barry Lindon, per intenderci, LUI.

Professione di fede

Succede che nel corridoio di un cinema di paese mentre son seduta e le altre persone scorrono ai miei lati, vedo un uomo. Un uomo che non incontravo da circa 28 anni. E che non mi aspettavo potesse essere in quel cinema di paese ma chissà dove, dopo 28 anni. Non ho molta incertezza, è lui, mi dico, alla fine del film quasi quasi vado a parlargli.

Il film, Alabama Monroe, è di quelli da pugno nello stomaco per i temi, per i modi, per la troppa carne al fuoco, è un film col trailer ingiusto, un film che non va bene per me e la mia famiglia, in questo maggio, nemmeno per Silvestro va bene, che ha appena perso i nonni di adozione. (Che certi bimbi a mezza gamba tra nord e sud, i nonni di sangue prima li perdono a sud, poi ne cercano e ne trovano altri a nord, e il distacco è doppio. Silvestro so come stai, poi alle solite passa, lasciandoci più ricchi, solo se vorrai).
È la seconda volta che sbaglio clamorosamente film con Silvestro, la prima con Le Onde del Destino ma da allora mi ci fidanzai e il debito di un film errato io credo, s’è pagato. Stavolta poiché solo amicizia ci giunge, da trovarsi, un recupero crediti, sarà più elaborato.

Intanto alla riaccensione delle luci in sala, io vado dall’uomo dei miei quattordici anni.
“Mi scusi lei è un sacerdote, vero?”
“Sì”
“e prima di esserlo si chiamava Giosué, vero?”
“Sì, ma tu chi sei?”
“Son passati quasi trent’anni, lei mi ha preparato alla professione di fede”
“caspita, ero all’ultimo anno di liceo classico allora”
“e io ero in procinto di frequentare la quarta ginnasio, allora, quando lei mi scrisse una cartolina da Atene dicendo che non mi sarebbe servito a nulla quello studio”
“e ora cosa fai nella vita?” ”
“La professoressa di latino”.
E i due, immagino sacerdoti anch’essi, di cui Giosué era in compagnia al cinema, stemperano con sorrisi accondiscendenti la semibattuta e la donna che sta loro davanti che ha la professione di fede.

Dopo quasi trent’anni la mia problematica RAM ha lì come niente il nome e il cognome del seminarista che fece l’impresa di far confessare una fede che non aveva a colei che pianse tutta la sera perché quel castigante di suo padre le impedì di presenziare alla cena di addio del seminarista che andava, a colei che gli fece avere una puffetta suonatrice di pianoforte in regalo (erano pur sempre gli anni ottanta), a colei che avrebbe parlato per ore con Giosué.
Che non aveva alcun ricordo, ierisera, di lei. Del gruppo degli adolescenti portati alla fede.

Però almeno l’incontro ha stemperato il film in cui uno dei due protagonisti è un uomo di quelli che ho conosciuto bene, di quelli la scienza prima di tutto, di quelli che padre ci si diventa, di quelli che si scaglia contro le croci di chi ha monnezza nel cervello, le croci che le madri danno a proteggere bambini come stelle, come passeri che sbattono sui vetri.
A mezzagamba, io, non solo tra nord e sud, ma tra credere e non credere. Io, come migliaia di preadolescenti ambrosiani, che dissi ad una comunità convinta “credo”, mentre credevo invece che il seminarista avesse le carte in regola per convincermi anche di altro. E non le ha usate, Giosué che non si ricorda di me. E che per sua fortuna, anche, non ha un problema di RAM occlusa e non avrà forse mai avuto un’anima bluegrass con cui contraddirsi.

Fanculo anche all’anima bluegrass, stamane.

La prima neve

È quella che aspetto, con animo bambino. Sempre.
No, non lo dico per contraddirmi il tempo. No, non parlo del tempo.

È un film di Andrea Segre, prodotto da Marco Paolini, film della mia ultima domenica di cinema, in una sala grande e vuota e fredda di provincia, un freddo becco ai piedi, mentre tutti facevan coda allo zalone del momento. Coi piedi caldi, scommetto.

La storia di due, tre dolori, ciascuno il proprio, ciascuno del proprio colore. In una valle trentina l’autunno vede snodarsi la paternità rifiutata di un rifugiato libico, la paternità vuota di un falegname che sistema le arnie dopo l’incursione di un orso, la solitudine fisica di una donna restata giovane madre, l’impertinenza bionda di un ragazzino a crescere che quando scappa, lo fa sugli alberi, per cadere (che importa poi chiamarlo Cosimo, pensandoci).

La montagna, com’é giusto, detta i tempi del pieno, del vuoto, dell’intreccio, della fuga, dello scartare di lato di sogni e paure. E della poesia che si fa immagine. Come ogni film che mi piace, mi fa pensare per ore, per giorni, soprattutto quando, come questo, dosa in modo equilibrato leggerezza e pensiero, morte e vita, essere adulti segnati e bambini a guardare in avanti.

Sarà la prima neve a posarsi sui dubbi. Di tutti.

E i miei, rimasti fuori dalla sala, me che da tempo vo meditando luoghi per continuare a vivere secondo sinestesia. Ho un forte desiderio di chiudere qualche oggetto personale, pochi, in uno scatolone e andare. Verso alberi nodosi che sullo schermo si facevano contare come rughe su viso. Verso albe che le prendi solo con l’olfatto, ti ci svegli dentro, la prima neve.

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Qui il trailer