È un periodo un po’ del caco

A richiesta di due care frequentatrici di questo blogghettino (lei e lei) racconto di un dolce al caco, esperimento di una sera di dicembre.
A rovistare poi nel blogghettino non è la prima volta che provo a proporre con le maniere dolci l’adorabile frutto autunnale, e infatti, qui, al forno.
Evidentemente ogni tanto torna sto periodo del caco.

COL CACO (cachi, cognac, amaretti, ricotta)
Ho pelato i cachi togliendo anche i filamenti bianchi, quelli che possono “allappare”, e li ho frullati insieme a del cognac e a un cucchiaio di zucchero mascobado (che però li inscurisce e ne toglie la brillantezza, quindi prossima volta no).
A parte ho preparato una crema mischiando della ricotta densa con due cucchiai di zucchero a velo e uno di yogurth greco. A cremosità ottenuta ho inserito un po’ di gocce di cioccolato.
Ho messo nei bicchieri da macedonia uno strato più alto (due terzi) di frullato, una sbriciolata di amaretti, uno strato di crema bianca, e decorato con nocciole tritate grossolanamente.

Ma poi, dai, non può essere solo un periodo del caco.

Quindi, visto che ci sono, aggiungo la ricetta, straveloce anch’essa, di un mio cavallo di battaglia, un antipasto, la tarte tatin di cipolle.
CON LE CIPOLLE (cipolle, crauto rosso, aceto balsamico, feta, pasta brisée)
Faccio caramellare in una padella antiaderente le cipolle rosse tagliate a rondelle spesse (cercando di non romperle) con un zichinin di burro, un cucchiaio di zucchero e dell’aceto balsamico. Aggiungo una quantità di crauto rosso corrispondente alla metà delle cipolle.
Quando la verdura è impregnata del sughetto (scuro e dolciastro), le metto in una teglia da forno rotonda foderata di carta forno, soprattutto la cipolla in modo coreografico, rondella a rondella. Spargo la feta sbriciolata e copro con disco di pasta brisée homemade o, ancor più veloce, già bella e pronta. 15 minuti di forno, la servo dopo averla capovolta.

Sta foodblogger del caco vi abbraccia

Ogni anno la stessa storia

Sto impacchettando il regalo per Silvestro. I biscotti son pronti da ierisera. La confezione  mi metterà alla prova, è grande, io con carta e forbici son imbranata come quando alle elementari la maestra diceva beh, lascia stare, roceresalina, leggi e basta, te. La confezione è grande, il regalo lo abbiam pensato in due, io e Namica. Io e Namica che si è gentilmente invitato Silvestro ad organizzarsela da solo la festa, stavolta. Certo, la dritta per dove andare a cena son finita a mettercela io. Ci sarà una nota teutonica.

Nel biglietto che accompagnerà il regalo, insieme anche ad un libro in tema, ci sarà scritto, se entro le otto riuscirò a finire di impacchettare quel santantuono di regalo che il commesso mi guardava impietosito mentre uscivo dal negozio, e mi metterò a scriverlo sto biglietto, ecco ci scrivo

“Con gli anni, ancora, dirsi spesso che pizza che siamo, come pane quotidiano”

Ma son passata a fare gli auguri anche a delle blogger speciali

A Pendolante

e anche a lei e leiovunque siano là fuori dalla blogosfera.

Per loro un biscotto!

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Non fatemi pressione

Questo post può contenere nomi di prodotti a scopo pubblicitario.
(Se gentilmente le ditte ci incappassero, sarò lieta di fornire il mio IBAN)

Hai presente la Lagostina, non per far réclame alla famosa marca di pentole, ma proprio quella.
Quella che hai voluto a tutti i costi, si dimezzano i tempi, si cuoce meglio. Ci hai pure litigato con mammà, tu la solita petulante, che a caval donato magari in bocca, no, ma sì, si scassano le palle.

Non l’ho quasi mai usata. Io ho paura della pentola a pressione. Peraltro non è l’unico elettrodomestico di cui ho paura, temo discretamente anche il forno a microonde – che ho regalato-, la caldaia, la centogradi, l’accendigas. Ma la regina delle fobie è lei, la pentola con tutte quelle valvole, almeno tre, che ad ogni tentativo, ripasso in rassegna come Cesare con i superstiti tra i suoi soldati davanti alla battaglia decisiva.
Ora, la mia pentola a pressione non fischia. Ci ho provato, eh, col ricettario “a dieci minuti dal fischio, tre minuti dopo il fischio”. Non fischia. E sbarbotta aria dalla qualunque valvola.
Così un paio di volte, preda di chissà quale temuta catastrofe, spengo, sfiato, sono pronta a giurare che non si riaprisse.

Qui parte il complottismo familiare “è normale” “ah boh” “ah no sarà rotta” “uh, pericolo” “sei scema te”.
Pur propendendo nettamente per la sesta ipotesi, “Eureka” Chiedo ancora no? Al Durocome vivo in una congrega di comarelle cuciniere. Una dopo l’altra, la risposta “no, io non la uso” “ah no, io ne ho paura”. Un esercito.

Ma io stasera volevo la zuppa di mele e sedano, il piatto di questo ottobre maldestro, ed era una questione di puntiglio. Ho fatto così

Pelato, detorsolato e fatto a tocchi due golden (delicious, non retriever)
Lavato e rondellato due gambi di sedano bianco
Inserito le verdure in un litro e mezzo di brodo vegetale homemade dell’altro giorno
Condito con curcuma e pepe, un zichinin a piacere.

Il tutto nella pentola a pressione. Ho alzato il fuoco.
Ci ho pensato bene. Troppo. Ho tolto dal fuoco, alzato la valvola (tanto per far scena) tolto il coperchio, e rimesso sul fuoco normalmente.
Quando (quando???) il tutto è cotto, un cucchiaio di maizena per addensare, frullate col mixer a immersione e vualà, fanchiul a la pression, bonn aptìt

La regola del botulino, del fico d’India e dei piaceri della vita

Ci si è accordati, io e Glauco da Hyundayland, per cenare da me, di fretta, cucino io. Lui ha dei tratti caratteristici: si nutre pressoché di fagioli – ce ne sono varietà incredibili -, indulge nell’aglio e nella cipolla, ha un olfatto poco sviluppato (ah, ecco), non beve, sacrilegio!; ha una teoria doppia sull’arte (no, Glauco da Hyundayland, neanche stavolta mi interessa sentirla), oscilla tra darmi del lei e volermi del tu, non è stato spesso a scuola di ironia, è cerebrale, ansiosissssssssimo, a sedici anni aveva dei capelli bellissimi (ora meno assai), forse devo averlo bocciato ma lui dice no, che è stato l’anno dopo; sta facendo un PHD in una cosa che non gli interessa più in una lingua che non era quella che gli interessò all’inizio.
C’è trippa di seitan per psicanalisi, insomma (e dove non ce ne sarebbe, poi).

Io ho dei tratti caratteristici: da due mesi tento di essere vegetariana, complicandomi intestino ed esistenza, semmai siano state separate le due cose, a casa mia; mi scoccio quando gli uomini parlano, mi annoio; avevo dei capelli bellissimi (ora meno assai); sono stata solo a scuola di ironia intensiva, non è rimasto che questo; ho eccessi di coerenza fino alla noia e sensi di colpa a go go quando non mi quadra chi sono, dove sono arrivata, dove ho messo gli occhiali.
C’è trippa di seitan per psicanalisi, insomma (e dove non ce ne sarebbe, poi).

La cena, affrettata, per impegni, prevedeva nel menu
– pasta col pesto fatto in casa con basilico arrivato da un balcone napoletano
– frittatine di ceci senza uova con zucchine farcite alle lenticchie

Allo scolare le linguine e gettarle nel pesto fatto il giorno prima, pronuncio la frase “ma le conserve fatte in casa possono sviluppare botulino” che, attraverso sms di chiarimenti con mamma di Glauco, di cerchiamolo su google, di io che rido, lui che ansia, vabbé mi lasci morire da sola, io mangio, finisce che io mangio e lui no.

Alle frittatine di ceci, nulla da dire, sono buonissime, lui mi aiuta a grattugiare nell’impasto la zucchina, tira il pippone sulla soia, la soia no, con tutti i fagioli che ci sono perché proprio il peggiore, la soia. Ma lei è vegana di qua, lei ora diventa vegana di là, io che sto ancora pensando al cosa c’entrino i fagioli con la soia, pensa, buone con le lenticchie ste frittatine e poi dal frigo esce un pezzettino di salmone norvegese. “Cavolo, lo adoro il salmone”.
Sic transit gloria veganorum.

Alla frutta, perché è da tempo che lo sono, metto in tavola dei fichi di India, li apro e mentre lui grida “no, non li tocchi” io spaff ne avevo già afferrato uno e dico “va là lo vedi che son già puliti” “guardi che han spine invisibili” “guarda che sei proprio noioso”
E comunque la letteratura è fuffa, la linguistica importante. Esci da casa mia, subbito.

…ahiiii…ahiaaaa…cerchiamo su google come si tolgono le spinette invisibili del fico d’India dalle mani. Alla frutta, Glauco mi stende del nastro adesivo sul palmo della mano e nell’incavo tra pollice e indice e strappa. “Come la ceretta, suppongo”. “Eh, ahi”

Al dolce, lui non mangia dolci, la pasticceria era chiusa, ripiega su una sacherina e due cannoli da supermercato. Lui di solito non mangia niente che contenga zucchero e che sia fritto, a me non piacciono i cannoli siciliani. Guarda Glauco che la pasta dei cannoli è pure fritta. Ma davvero? Tempo totale per una sacherina e due cannoli: minuti quattro.

Al caffé io bevo un torbato, uno dei piaceri della vita. Cerchiamo su google quali siano i piaceri della vita, ah l’odore del fieno appena tagliato, ma se soffri di anosmia?, scrivi su sto post-it i piaceri della vita allora, forza. Non arriva a due e protesta. Lo faccia lei, allora. Va bene, basta, ha finito o no di scrivere?



L’indomani un sms a Glauco racconta che il botulino risparmiommi la vita e che mi sarei mangiata pure la sua porzione di linguine col pesto fatto in casa, tié.
La risposta alla prof recitava di pentimento in corso per non aver almeno assaggiato il whisky torbato.

Siano benedette le divinità del focolare e degli ex alunni o come dice la collega e amica di sempre (forse l’aveva bocciato lei o forse è stato davvero l’anno dopo) “come te li cresci bene questi ometti” e detto da una che ti ha consegnato suo figlio al biennio…è un piacere della vita.

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Polentìadi

Succede che non è un gennaio dei miei, pieni di freddo e sole, pioviccica, neviccica, si appiccicano pensieri di ottimismo tra tisane odorose, compiti in classe di fine quadrimestre, desideri di maggiori lucentezze.

E allora il processore non ha quiete, piango e rido in antitesi, declamo pascoli come fosse il primo dei poeti, faccio l’acida, la bambina stupida, la femmina leoparda, la maliarda, la beffarda, e tutte insieme stanno bene. Pare. Anche la lombarda.

Che a gennaio tira fuori il suo paiolo profescional e scrive sms dal sapido invito “polenta?” cui si risponde portando parrozzi (che non tengono botta) o lagrein da tredici e mezzo e tanta salute! Prosit!

Poi, siccome complice l’europa mai così vicina come qua, a cena puoi essere insieme a una spagnola sposata a un tirolese incinta al nono mese col pupo che avrà un simpatico doppio cognome (e che ha gradito la taragna) e con amico austriaco, cinefilo che mentre gli chiedi allora il tuo film preferito, dimmene almeno tre, tu spari un wenders, un kubrick, un kar wai, lui dice “la meglio gioventù”. E ti dici, bene l’europa, l’italia, però. E ami i film francesi di haneke e haneke è austriaco, però. Però. Santa polenta!

il menù amicale delle cene di gennaio vede polenta taragna con costine al miele di castagno (e birra e granella di nocciole) e soprattutto vede il dolce al cucchiaio, pezzo forte stagione 2012-2013: la crema di cognac e caffé.

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Che, volendo, per 4 persone si fa così:

In una ciotola metto 4 tuorli d’uovo con 4 cucchiai colmi di zucchero mascobado e sbatto fino ad avere composto spumoso. Metto la ciotola a bagnomaria; aggiungo circa 80 grammi di caffé e 80 grammi di cognac (io uso Hennessy) e continuo a spumare. Unisco panna liquida (200 grammi) e 3 cucchiai rasi di maizena. Da pappare calda e spolverata di cannella!

Amo gennaio, ma devo averlo già detto da qualche parte.

Dolci di nome e di fatto

Tutto oggi chiedeva di ripartire da qui.

Stamattina l’improvviso azzurro, una volta tolto il ghiaccio dal vetro, non ha deluso il numero venti. Venti inverni.

Poi ho aperto una statistica e ci ho fatto numerologia, guarda qui, sembravano dirmi i numeri “dedicagli spazio” (e l’ossigeno che rincari al fuoco cede al mero inverno)

E così Silvestro, Silvestro che c’è sempre, Silvestro che corre senza tregua, Silvestro che se a luglio sono viva a lui lo devo, Silvestro che non è uno scherzo, Silvestro che lo sa quanti disastri, Silvestro che mi dice abbi però cura di ciò che hai, Silvestro che distingue bene e male, Silvestro che c’era quando non era lui a dover tenere il soffitto prima che crollasse, Silvestro e il sorriso certo dei miei dopo e dei durante.

Io sono stata una frana nelle dichiarazioni d’amore e di guerra ma grazie al cielo le dichiarazioni d’amicizia non abbisognano di troppo: è sufficiente un ingrediente alternativo, del cioccolato bianco, fioretto di mais, nocciole intere. Per fare la torta Silvestro, che spicca per segnare i miei primi passi di decorazione (con la famosa PDZ).

Che c’è un dolce per ogni amicale occasione e ierisera io entravo con amici vecchi e amici nuovi nell’amato solito locale e sulla lavagna del menù ho capito che non solo i numeri incrociano emozioni. Io sono il mio nome, una birra corsa e due marroni (la seconda però in molti la pensavano già).

E di musica non posso mancare che il 29 ottobre di sempre giovani ne nascon tanti; eccone uno dei grandi.

Tutto sto casino, eh, per dirti auguri.

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Impastare

verbo con un che di onomatopeico, se pensi alle mani, le unisci, i, i polsi spingono, mp, si allungano, àst, e si rigirano, àre.

verbo con un che di tenerezza, se lo fa il micetto sulle tue gambe, nei giorni d’inverno coperti da un plaid

verbo che toglie le ansie, che racconta di qualcosa che sai fare, in una domenica in cui dici “non m’incazzo nemmeno” e tiri dritta sopra la bruttezza dell’ignoranza, del questo è mio.

verbo che mi ricorda l’amore. e qui fatevela da voi, la metaforina. ché siete meglio di me.

verbo che ha una dedica, a due ragazze, non le conosco, ma accadrà. Non sono propriamente ragazze, come me, ma da dentro un barattolo vedo che sono di quelle che saprebbero passare notti a chiacchierare e a impastare. Con me. Ci scommetto.

Ad una perché sa, all’altra perché vuole sapere, e c’ho già il barattolino pronto a staccarsi, JetFlag è pronto a scostolarsi e darsi altro nome… A buona intenditrice…

La ricetta del pane al melograno e cioccolato ve la posto domani, quando sarò sicura del dopo la cottura. A volte val la pena tentare, senza niuna certezza. E’ il bello dell’impastare.

Dove si compra un mappamondo?

Che ti chiedi 21 settembre, autunno sei arrivato, apriti cielo e portati via i milanesi, le cacche di cane in cortile, la tipa che nega sia stato il cane (no, certo le faccio io di notte), fai, o 21 settembre, una botta di freddo cane (appunto) così spariscono i croccantini sparsi sulle scale con quella che dice “ma tu le dai da mangiare al tuo gatto” “no, solo da bere, tento l’esperimento di vedere quanto vive digiuno un certosino”. Fanculo. Che per quanti me ne tengo di fanculi al giorno mi dovrebbero incoronare santa pazienza, santa polenta che l’amica di Palermo al telefono rideva da matti sentendomi santopazientare e rideva affermando “come se noi dicessimo santo sfincione o santa sarda a beccafico”. Eh beh.

Che ti chiedi 21 settembre, hai già un coordinamento di classe, uno di dipartimento, uno di asse, hai ancora i tuoi quattro assi bada bene a non capirci niente, hai un solo impegno fissato da mesi quel prossimo lunedì di settembre. Allora chiedi un permesso; fai anticamera perché sul permesso non sono chiare le ragioni del permesso (io però dico se lo chiedo per motivi personali perché devo autocertificare i motivi personali? e soprattutto come si fa?) e in un botto scopri che a cavallo di quel giorno hai tutti i consigli, un collegio, una riunione dall’altra parte della provincia e poi scopri che hai anche la comunione del tuo figlioccio e allora capisci che sarà una settimana in cui starai a casa un’ora forse e tutto il resto treni auto treni autotreni? E che alla fine ti aiutano tutti, ti spostano lo spostabile, ti esentano dall’esentabile e tu pensi vah che bello?

E ora ditemi, dove si compra un mappamondo? Perché io al mio figlioccio gli voglio proprio comprare un mappamondo, lo avrei sempre voluto da piccina io, a giocare col ditino “qua”, che è un gioco che mi è pure costato, qui e là.

Che ti chiedi 21 settembre sai oggi pomeriggio cosa faccio, leggo l’oroscopo quello famoso, quello bello in inglese, e mi dice “Roceresale Roceresale: Domande, sempre domande! Un piacevole diversivo ti lancerà in quella che ti sembrerà un’impresa impossibile, almeno fino a quando non ti porterà a un indizio che non sapevi nemmeno di cercare? Un incontro romantico in un luogo sconsacrato darà un impulso imprevisto alle tue fortune future? Nelle prossime settimane troverai le risposte a domande come queste”

Dove si compra un mappamondo? Questa è la domanda, e ho una sola settimana, signor Brezny (poi magari ritorniamo su quella del luogo sconsacrato e dell’incontro romantico, mo’ non ciòttémpo)

Che ti chiedi 21 settembre dopo aver letto l’oroscopo ed essermi chiesta dove si compra un mappamondo, che faccio, faccio un plumcheic. E lo faccio così. A mappamondo, che punto il ditino e voilà gli ingredienti.

PLUMCAKE DEL MAPPAMONDO

Ho sbattuto 3 uova con 120 ml di latte e 60 gr burro fuso già freddo; ho aggiunto e impastato la parte in polvere costituita da 170 gr farina 0, 50 gr farina integrale, 100 gr zucchero mascobado, 2 cucchiaini di cannella, 1 cucchiaino di lievito. A impasto morbido ne ho versato metà in uno stampo da plumcake imburrato e infarinato. Sopra la prima metà -affinché sembri una farcitura- ho inserito gocce di cioccolato fondente, scaglie sottilissime di pera Abate affettate con la mandolina. ancora gocce di cioccolato e trito di mandorle. Ho coperto con la seconda metà dell’impasto e fatto cuocere in forno preriscaldato a 160° per circa 55 minuti. L’ho portato a cena dal collega Golìa Ardò. L’ho fatto a fette e ce lo siamo scofanato con pallina di gelato fatta senza il coso per fare le palline (voi ce l’avete il coso per fare la palline di gelato? e il mappamondo, ce l’avete?). Ah: il gelato al gusto fico e al gusto cannella.

l’eco-pollo

scrive il mio amico metereologo sul famoso social network che “oggi eguagliato il record (del 2012 e degli ultimi 5 anni) di temperatura massima di 35,6°C fatto registrare ieri
vedremo se sarà anche la giornata più calda (cioè quella con temperatura media più alta) ma OCCHIO – da domani notte primi temporali possibili – rischio di grandinate e forti raffiche di vento!! più a rischio i rilievi e le valli”

in queste condizioni io sto da tre giorni chiusa in casa con le persiane accostate e come è facile immaginare mi nutro di bacche, di funghi muffe e licheni che nemmeno il ragazzotto di into the wild in Alaska (che però stava in Alaska il fortunello e mica sudava anche solo ad aprire il frigorifero).

tanto anche ad aprirlo le cose si presentavano così (mi preme come fossimo al Tiggì dirvi che le immagini sono di archivio e repertorio):

trattasi quindi di frigo con l’eco, per praticità da adesso in poi eco-frigo. a far la spesa andateci voi, miei prodi (per par condicio, anche miei maroni) con sto caldo che scioglie l’asfalto, io mi faccio il pollo, il petto di pollo secondo ricetta frigo con l’eco.

Tirate fuori dal freezer l’ultimo triste petto di pollo, tanto si è scongelato nello stesso tempo in cui mi asciugava il costume sul balcone, e prendete quello che avete nel frigo. Io ci avevo un lime semivivo, un pezzo di parmigiano, un pezzo di burro che però viene dall’Alpe, un burro coi fiocchi; mettete dei fiocchi di burro in padella a dorare, dorate i petti di pollo, aggiungere tutto il succo del lime, una manciata abbondante di parmigiano precedentemente grattugiato, lasciate cuocere fino all’addensarsi della salsina. Andate sul balcone, prendete la menta sudamericana di cui il perché si diceva tempo fa ma che non è mica una mentuccia qualsiasi, trituratela ed aggiungetela. Ahò, era ottimo sto pollo creato col frigo coll’eco. Un eco-pollo. Quasi un moijto se ci mettevo lo zucchero di canna.

Ora, per contraddizione e per consolazione, qualche foto di piatti molto meno eco, preparati da un amico (anche con il mio umile umile aiuto di portapiatti, pelapatate, girarisotti) in un adorabile localino milanese che adoro e che mi ha ospitato per la seconda volta in cucina, la sera del mio compleanno con il solito calore (spero però mi ospiti con freschezza, nei prossimi giorni, se esco):

Resto in attesa di quei temporali, quando farò la spesa e non avrò più velleità cuochiste. Promesso!