Olive Kitteridge

Recensire libri non è il mio mestiere. Premessa.

Ci ho messo due mesi e dico due mesi a finire il libro di Elizabeth Strout. Inizialmente avrei potuto pensare che non mi piacesse, è un libro di racconti e io coi racconti faccio fatica, non ci vo d’accordo. Poi quella mania che se inizio un libro di giorno lo devo portare avanti con la luce del giorno e se lo inizio di sera non riesco a leggerlo se c’è il sole.

E le giornate al lago finiva che non ero mai sola e la chiacchiera prevaleva sulla lettura, di quei racconti così tristi. Costruiti però in modo che la protagonista, antipatica un bel po’, quasi più di me, secca e di indole appuntita, fosse il fulcro della narrazione anche quando la narrazione avvolgeva altri personaggi.

Tutti a muoversi tra le maree e le stagioni di un luogo molto charmant, un Maine che conosco bene, avendolo girato anni fa in lungo e largo.

Poi a rallentare sono arrivati i giorni broccolinesi con altre doverose letture in altra lingua.

E poi l’incidente diciamo così alla gamba, che mi ha tenuta in castigo senza lago e insieme a Olive Kitteridge, centellinata un poco al dì, luce del sole.

Quando ho chiuso il libro è stato come non averlo chiuso mai, ci sono rimasta intrappolata dentro. Una sensazione quasi mai provata prima. Non di immedesimazione, impossibile con l’austera  Olive Kitteridge; più di essere il personaggio di seguito del racconto mancante, in una casa, in un’età, in un fervore che non se ne vogliono andare.

Il finale del libro è straordinario, quasi commovente.

Mentre leggevo, due mesi quindi a centellinare, ho scoperto che è già pronta una serie tv per la HBO voluta e recitata dall’attrice che apprezzo di più, Frances McDormand. Non è la Olive Kitteridge che ho immaginato io (ovvio) e non ho mai seguito una serie tivù in vita mia, non avendone nemmeno i mezzi.

Sarà interessante fare un’eccezione.

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Diciotto giorni fa

Diciotto giorni fa più o meno atterravo a Malpensa col cuore pieno di riconoscenza verso Brenda e verso un’esperienza unica, vivere newyorchese tra i newyorchesi, abitare quella benedetta città che avrebbe meritato almeno due post sul blog e chissà mai non succeda, adesso, tra breve, let it marinate – ha detto un amico – e scrivi.

Diciotto giorni fa col cuore pieno di riconoscenza e una gamba che mi faceva male più o meno dal decollo, e mi faceva cantare “e nave porca nave vai, la gamba mi fa male sai, le luci di Marsiglia non arrivan mai” anche se le luci non eran di Marsiglia né a San Siro neanche ad esser precisa, e senza rimpianto, evviva,  le luci della prima volta quando scendeva il tramonto sula vetrata del River Café e io disegnavo grattacieli d’amore.

Diciotto giorni fa mentre tutti attendevano anche sulle insegne di qualche libreria a Ny l’uscita di un libro, uscivo io, nella pioggia e festeggiavo l’uscita di 44 anni fa tra le vetrine domenicali delle pedicule manicule cinesi tutte e due 24 dollari, tra le vetrine di altissime cheesecake, col desiderio che il mostro uscito tutta energia, malgrado il mal di gamba, non se ne andasse subito in autunno.

Poi ci si è messa simpaticamente quella che avrà cambiato blog e nome di piuma almeno tre volte più di me quasi a chiedere ma quindi “trombi?”. No, non trombo, certo la linea L era comodissima tra la 14 strada sulla 8 avenue e Williamsburg ma no, dai non è quel trombo lì.

e invece, maledizione…

la regola del sandaletto vintage e di come tutto torna e dove.

C’è un negozio di scarpe che mia sorella dice sempre “ci trovi tutto quel che cerchi solo te” aggiungendo che le scarpe me le sogno disegnate di notte e poi vado lì e qualcuno la mattina me le fa trovare fatte. E questo ancora prima di leggere l’Amica Geniale, per dire.

Ci passo anche tanto così per passare e ieri non lo sapevo che facesse orario continuato, c’ero solo io alle prese con un sandaletto vintage e con il proprietario. Il quale cominciommi a parlare di leggi fatte da Prodi e da Bersani (ah, già, i comunisti) per le quali leggi ci sono extracomunitari che riceveranno per sempre una pensione anche se sono tornati là (là dove). Ma sa, dico io, non ne sarei così sicura di tali leggi. Allora visto che l’extracomunitario non attaccava, è passato ad altro argomento più sicuro (no beh dai, guardami in viso prima, che di Bolzano non paio mica) ovvero dell’assistenzialismo a sud (ah, già i terroni).

Non paio di Bolzano, ma vuoi o non vuoi il paio di sandaletti vintage, un amore, marroni, bianchi, piattissimi, li metterebbe Audrey Hepburn se Audrey Hepburn portasse sandaletti, li ho lasciati lì. Un po’ perché non mi spuntano le dita dalla fascia e paio sì la bambina che ha rubato le scarpe a mammà, un po’ perché ho pensato ma va a cagare commerciante lombardo.

Poi apro sto povero blog tanto così per passare e spiegare a me stessa che ci sono coincidenze in cui mai avrei pensato di imbattermi, tipo quella di dove passerò il compleanno, che ci passerà di lì stesse date uno degli affezionati dei Latintristi, Brenda che mi dice che sarà un undicesimo piano, e poi mi dice a un chilometro a piedi da quel concerto, e tutto sta un po’ tornando quando apro wordpress oggi per caso e mi dice “compleanno”, oggi cinque anni fa hai aperto questo blog.

Per andare là aprii.

Tutto torna, torno là. E dopo il compleanno, torno.

 

Tutte le altre regole, qua

Sfilacciare

Si sta sfilacciando.
Il blog, il bisogno di narrare.
Uno dei matrimoni che mai avrei pensato fragile. Ma che ne so io, forse lo sono per definizione.
Si sfilacciano un po’ le cose, penso a colazione, girando il miele nello yogurt e l’antibiotico, pure.
L’avete mai sentita quella che la colazione è il pasto più importante della giornata?

O avete una colazione indimenticabile? Io sì. Di cui restano tracce sfilacciate e bellissime, nella memoria.
Quando uscii dalla tenda di quell’incredibile campeggio in cui le francesine si snudavano i tedeschi si ubriacavano e tutti e dico tutti tende teen ager e motorini facevano notte a ballare con la musica a palla. Quando uscii dalla tenda di prima mattina, nel silenzio assoluto delle francesine nude, dei tedeschi che smaltivano la sbornia e andai a colazione.
Un locale disadorno, un self service, l’abusato yogurt denso col miele, io da sola col ragazzo della colazione, il mare di quella spiaggia nera, famosa, e una musica solenne.
Solenne uguale a quel silenzio e alla beata solitudo di cui evidentemente facevo esercizio già allora. Fu un attimo chiedere al ragazzo della colazione che musica fosse, lui a scrivermi il nome su un biglietto che sarebbe entrato in un negozio di dischi ad Atene per uscirne una musicassetta. Secondo me ce l’ho ancora. E la musicassetta, e il bigliettino, pure.

La mia prima colazione indimenticabile, la seconda fu un’altra ma quasi non me la ricordo più.
Era il 1993 e sì, facevo parte degli italiani partiti tutti di corsa tutti quanti per il Mess, per le isole greche. Spostati dal film di Salvatores.
Che poté a lungo e più di qualsiasi spottone turistico a venire di cupole blu, casine blu.

Che l’arte muove di più, messaggio ottimistico della colazione.
Come quando mi è stato chiesto “come facciamo a far venire gente al Durocome” e ho sentito spottoni turistici, quasi.
Quando basterebbe l’arte. O insegnare ad arte.

Con quella faccia un po’ così

Assonnata la faccia mentre salivo in auto di amici che chiesero vieni con noi da un’amica? Per la proprietà sacra e transitiva e antipigrizia del “les amis des amis sont tous mes amis” che, sentite bene, è un franco meneghino, salivo in auto sull’autostrada più bella d’Italia priva di traffico e di autogrill e all’uscita dal Turchino che nessuno mai spianò  la nebbia Piemonte diventa ligure sole.
E vento. Tra Ovada e Masone.
E l’amica da raggiungere è una donna splendida che si occupa di una cosa bellissima, la casa dei cantautori, in via del Campo. Cioé mica una Genova a caso.
Che io poi la conoscessi già questa città ma camminarla insieme a chi te la racconta parola di Faber dopo parola di Faber sotto una sua chitarra, anche, è stata tutta un’altra storia.
Camminare Genova tra le sue scritte sui muri, con chi lavora in libreria davanti al mare, chi lavora sull’ascensore di Renzo Piano, chi in un bugigattolo dove formano dei superlativi cioccolatini, con chi lavora a che il centro storico non venga abbandonato del tutto all’illegalità, con chi cucina il merluzzo fritto secondo tradizione ma ha gli occhi a mandorla.
Camminare fino a calpestare e capire per la prima volta davvero com’è acciottolato un creusa de ma’, camminare fino alle sinestesie di campopisano.

Con quella faccia un po’ così e un vestitino nuovo comprato lì (ah, i ricorsi; anche un’altra volta accadde di restare attaccata a una vetrina di vicolo e tornare con un pomeriggio di Genova vestito addosso), quell’espressione un po’ così, la professoressa roceresale se ne è tornata a scuola seminando complimenti per quanto è carina ultimamente coi vestitini della befana e un ciuffo di mare tra i capelli.

Nemmeno poi parlassero di me.

Ps. Pare che su Rai1 alle 11.00 del 23 gennaio la tivù abbia a mostrare un po’ del cuore di questo post.

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Insubre e salubre

In poche settimane l’attesa di un tempo per riposare e lavorare, insieme, che è già una contraddizione di per sé, ma fattibile, fatta di compiti, penne rosse, tisane, finestre, cose color arancio.

Poi succede qualcosa (di bello e inaspettato, e va bene) e niente riposo e quasi niente lavoro; il quasi è solo compiti e penna rossa, fattibile, fatto senza tisane, finestre, cose color meno calma.

Da quando lei non c’è più, vedere arrivare gli altri e parlarsi è semplicemente più importante.

Il resto è un vivere insubre e poco più che salubre, attraversare confini, dichiarare dogane, ascoltare storie altrui.

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Superare

Tra quattro ore suonerà la sveglia.
La temperatura stimata nella citta di arrivo oscillerà tra i meno cinque e i meno dieci.
Ottimo, no?, per quella che imperterrita fa buchi nel ghiaccio.

Andrò a stappare una bella bottiglia di bollicine insieme a un gruppo di sconosciuti, che è cosa buffa assai ma a me porta fortuna.

Se l’anno scorso ce la siamo cavata così, con il motto “meno”, quando torno a gennaio, mi supero.

Giuro che mi supero.

A chi è solito passare di qua, un augurio comodo, una specie di generatore automatico di auguri, ciascuno si faccia il proprio, con la cosuccia che va aggiustata subito o il sassolino nella scarpa da scuoterci la scarpa due minuti e via e poi fottersene a vita, con la frase restata impigliata in qualche strozza, con il bacio che è ora di dare, con quello di cui scordare il sapore, con il mutuo da estinguere, insomma, mi ci avete capito.

E un augurio musicale, con quello che per me è stato disco dell’anno.