È tempo di ascoltare davvero

Una valigia di primo settembre, in barba alle stringenti incombenze burocratiche, non l’avevo fatta mai.
Chissà che serva a scrollarsi di dosso la definizione di mese spreferito che settembre ha per me. Mi piace quando cambio le definizioni.
Da domani sarò in un luogo che mai avrei detto con persone che mai avrei incontrato a fare cose che mai avrei saputo.
E non che ora lo sappia, ma vuoi mettere il tentare?
Settembre, capodanno dei professori.
Settembre quando “andiamo” e migrano i pastori.
L’armatura non l’avrò, a settembre partirò.

Stavolta invece a settembre si cambia musica.
Di questa fanciulla qua, dolce voce, a breve esce il nuovo album.

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La regione più bella

La prima volta, quando il padrone del campeggio quasi adottò me e mia sorella invitandoci poi a cena a mangiare la pecora bollita; ora che siamo alla enne volte, abbiamo messo una crocetta sull’ultimo sfizio, un calice di pecorino sul trabocco e la vista vertiginosa sulla rocca che da ragazzina colorava di azzurro il francobollo che spiaccicavo sulle lettere ai miei amici di penna; insomma senza alcun dubbio, per me, la regione più bella di Italia è l’Abruzzo.
Il mare, la collina, la montagna, il nevaio, i borghi medievali, la campagna, vigneti, uliveti, la città d’arte. Ha tutto. E tutto insieme. Che il mare lo puoi vedere da una vigna su una collina ai bordi di un borgo.

Scegliendo, è qui che andrei a rifugiarmi.
Transumanza d’anima.

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Forse è proprio per questo che hanno inventato la radio

È stato divertente aiutarla, a tempo perso, a filare la trama delle trasmissioni. Scegliere i brani, spiegarli e piegarli alle intenzioni.
È stato emozionante vederla di là dal vetro, in diretta, trasformare i fogli, anche i miei, scritti a mano, i miei, “ma scrivi ancora a mano?” dicevo, trasformarli in voce e narrazione.

Attraversare la città ancor deserta in auto, in scooter, parlarne, mentre Roma ride. “Ma non sei male, ti assumo”, lei dice scherzando. E risponderle, certo, mi piacerebbe il lavoro ma solo redazionale, non certo quello al microfono. “Ma è al microfono che quella traccia diventa cosa tua, la trasformi, la vivifichi”, afferma lei. Vero, ma forse cercare e studiacchiare perché siano gli altri a vivificare e far proprie le cose deve avere a che vedere col mio vero, di mestiere.

E così, per caso, il vento dell’est mi ha portato per caso a continuare questo agosto dalla valigia ballerina, fatta per disperazione climatica oltretutto, dentro a una passione di sempre. Da sempre le mie notti estive ma, da studente, anche quelle invernali, sono notti di radio, di voci la cui raggiunta familiarità è sempre un piacevole mistero. E così, agosto di radio.

Fare radio è fascino. La conduttrice, ad un certo punto, fa un gesto consueto; il suo regista in piedi, dietro il vetro, le indica i secondi, con le dita, il conto alla rovescia. Lei, in modo superbamente professionale, modifica la frase, sceglie le parole, aggiunge o ne toglie. E lo sfumato è perfetto.

Sto vivendo così, da mesi. Guardo di là dal vetro anche io, seguo una traccia scritta da me e solo da me, la trasformo, la vivifico, il regista mi dice quanti secondi all’ingresso. E anche la regista sono io. La pleilist è perfetta per lo still on the road, ho tolto i pezzi di rimpianto e i singer piagnistei. E sono felice.

Sì malcostume?

Che l’unico giorno di sole pieno me l’ero passato al lago dalle nove del mattino alle ventitré della sera, ed era stato un giorno bellissimo, iniziato dalla colazione nella pasticceria buona buona nella quale Bromur mi promise mi avrebbe offerto il croissant migliore della provincia quando mi avesse incontrato e non fossi stata più la prof. E infatti, meraviglioso Bromur, lui, la colazione, il croissant, il lago, il sole.
Poi il pomeriggio era precipitato in spiaggia tra incontri noti, non noti, telefonate e interviste che andranno anche su programmi radio.
Ma a dirla bene la stimmata cioè lo sbrego che campeggia sul ginocchio destro e non guarisce, eterno segno, è la prova di quando tenti di fare il bagno e ci sono le rocce. Ero lì, scivola piede a destra, sbrega polpaccio a sinistra, quando appare il ragazzo più bello del mondo che si avvicina e mi dice “così non ce la fai, te lo dico per esperienza, in questo punto l’unica è sederti su quel sasso lì piatto e buttarti in mezzo sennò ti fai male”. Io male me l’ero già fatta ma non abbastanza da guardarlo e dire però. Soprattutto quando si è rivestito, ha rimesso sul braccio la fascia profescional dell’aifon che conta quanto corri. E mi ha detto “ciao, buon bagno”. Fanbagno se era carino, il barbettino castano, mentre io lì col costume vecchio dell’anno scorso, quello col volant tipo gonnellino da jenni la tennista dei tempi che furono. A dirmi che mal costume.

La mattina dopo ero in negozio, voglio un costume a fascia un po’ fescion, prova la quarta prova la quinta riprova la quarta, vada per la quinta, mi raccomando controlli la quinta, eh. Bikini rosso smerlettato nel sacchetto, bimba felice, da lì pioggia e diluvio, addio lago, addio barbetta castano.
Nel frattempo sono riuscita a metter la crocetta sbagliata sul modulo giusto e mi son giocata il posto all’istituto durocome. Vabbé, questa è una nota di costume.

Ok. Siamo al costume italiano. Tirem innanz sta storia.

Poi al trentacinquestimo giorno di dacci oggi il temporale quotidiano, per sfinimento si prende l’auto nuova, la si riempie di sediolina, tenda, sdraietta, ombrellone, fornellino, materasso gonfiabile e si va a campeggiare in Francia, mica in albergo dove sei dentro e fuori è solo pioggia e francia. Bensì in campeggio, così fuori è solo sole e francia. Che va bene. Fino a quando mi infilo il costume e dico che strano, sul cartellino c’è scritto quarta. Gò sbajà ancora, maledizione. Non messo. Rimesso nel sacchetto. Scostumata.

Allora si entra in un negozio di costumi francesi, belli belli. E le due madamuaselle “uh la bell puatrin de chi la belle puatrine de là” compro un costume il contrario che adamitico, un po’ musulmanico, un tankini che ora so cos’è un tankini, un coso che così non prendo il sole sui segni, che a sen tropé tutti van con il sen al vent, io fo controtendenza. Che poi infatti la mattina però cambio idea e dico “ma poi a casa o l’anno prossimo se incontro il barbetta castano che ci faccio co sta muta fiorellonata”, torno dalle mademuaselle molto meno gentili del giorno prima, sarà che la cartdecreditt nulavon deja striscié, chiedo il cambio da tankini a bikini ma bien sur rispondono, fingono di controllare la taglia, la vedo bene che c’è, mi dicono “jesuìdesolé” nu lavonvendiù. Non è vero peggnente, putains de madamuaselle, e mi tengo il brutto costume restandoci un po’ mal.
E questo è il costume francese.

Oggi che son tornata da quell’inondazione azzurra di nuovo qua, con 18 gradi son tornata a cambiare il costume italiano. Le dico sciura, controlla ti controlla mi, alla fine abbiam messo nel sacchetto quello sbagliato. La sciura dice impossibol che ne aveva solo due e la quarta l’ha venduta ieri, è sicura. Sciura, il cartellino dice così. Sciura, povera mi guarda. “Lei non ricorda, le ho invertito i cartellini per poter darle la mutanda più piccina”. Che culo. E mi apre la fascetta della taglia della fascia e c’è un numero romano inequivocabile. Una grossa V di vaffanchiù va come sto esaurita.

Urge giornata di sole, se ritrovo il barbetta faccio voto che lo seguo di corsa, in kayak, a nuoto, nel pentatlon, al decatlon. Magari a comprare un buon costume.

Meno

Alla fine ci arrivi con la cistite, con quell’altra sintomatologia che è indecoroso dire ma capisci che il duemilaecredici l’hai finito proprio col culo, ci arrivi con il primo treno soppresso, il secondo in ritardo di 70 minuti, ci arrivi che nevicherà la mattina che andrai via, che non puoi berti lo spritz con china e rabarbaro e nemmeno mangiarti l’asiago piccante, ci arrivi che a mercante in fiera ti pelano il culo (ancora lui protagonista) con la carta che avevi scambiato al penultimo giro.

Ci arrivi che stai leggendo il tuo poeta paesologo preferito che merita post a parte, ci arrivi che pensi al motto, aspettando il motto di un’amica cui tieni mott, molto.

Il motto è “meno”
Voglio un 2014 di meno. Di meno tuttologia, di meno negatività, di meno menate, di meno faccia triste quando mi guardo allo specchio e mi vedo più vecchia. Di meno mie presunzioni, un anno dove tutti facciano con gioia quel che preferiscono fare e io a giudicare meno. Meno scassacazzi, anche, vi auguro, come i due che mi fan sentire tutti i loro film di merda col dolby surround. Meno pigrizia, meno disamore, meno disordine emotivo meno di tutto quello con cui ho ammorbato il mondo per la perdita del nido primigenio. Meno pausa, ecco questa è la battuta cretina del giorno, meno battute cretine. Meno intimismo cortocircuitale, meno paure, meno elenchi come questi di cui fare davvero a meno.
Prevale la sottrazione nel mio approccio all’anno nuovo.
Voglio un anno nudo, tornare a esser nuda senza vergognarmi.
E poi meno, a chi mi sfracana i maroni, je meno davvero, nel 2014.

Meno anche a voi, se vi va.

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Pratica di mare

La prima cosa è avere in valigia una maglietta con le maniche corte, parti a sette gradi prendi freddo, arrivi a ventisette, sudi. Questa escursione termica si chiama ottobrata, termine tecnico romano per dire che a san lorenzo pranzi fuori in trattoria, con cicerone d’eccezione, un aeroplanino! Questo qui. Liquido, io, perché il sole squaglia. Accoglienza d’eccezione, grazie.
Non so vestirmi, non sono pratica.

La seconda cosa è l’accoglienza del clima di festa della radio nazionale che fatico a spiegare di quale modo sia, questo stare insieme bene. Amici fermi poi di notte a dire dove andiamo, tra scioperi proclamati interrotti, Pigneti lontanissimi e nomentane e casiline che chissà dove sono, troppi taxi. Una città maxxi, sempre poche ore per non capirla mai.
Non so orientarmi, non sono pratica.

La terza cosa è una famiglia. Che senza saperlo se ne uniscono dei pezzi, fratelli e cugini. Una famiglia. La mia.

Un uomo che dice di si a tutti, tranne alla figlia di 9 anni, una donna pelata segnata dalla chemioterapia,
una ragazza bella, piena di vita, che ama tutto ciò che fa, una bambina capricciosa, petulante, snervante e una
donna con accento del nord che ama il mare d’inverno…….e una passeggiata tra la gente che vedendoci si sarà chiesta
da che pianeta arriviamo……io adoro gli extraterrestri

Anch’io li adoro, Esperanza, anche se di famiglia non sono pratica.

La quarta è un obbligato ritorno, superando un aeroporto militare, quell’aeroporto militare, una questione di cui son poco pratica, il rispetto da una vita a una morte. ‘A morte ‘o ssaje ched”e?… è una livella.

Ma poi un treno, due bambine sedile di fronte che arrivate a Centrale cantilenavano “aromaerestate aromaeraestate”.
Aromaerestate.
E io son quella sempre poco pratica. Di mare.

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Mettiti in moto

Dai, mettiti in moto, è il 21 solstizio anzi no equinozio. Infatti le notti non sono eque affatto. Terminano in fretta.

Ho preso male il rientro a scuola, forse perché pensavo di non doverlo fare, forse perché era palese che in alto ne avrebbero fatto poi a meno del mio ritorno, forse perché il caos che regna all’istituto durocome mi opprime, forse perché della fatal quiete sono inquieta.

Dai, mettiti in moto, la quarta, la nuova terza, la prima più numerosa. Dai, prof, alla prima settimana già una defaillance alla prima ora, cattivo esempio che sei, nel caos. Però la prima settimana, versione in terza, versione in quarta, ingresso di logica in prima e Ventodi(sup)ponente, sempre più carino sempre meno in vena di studiare chiede se a questo ritmo coi voti a metà novembre possiamo stare già tutti a casa. Mettiti in moto, bellezza, anche tu.

Dai, mettiti in moto. L’ho goduta fino all’ultimo secondo sta estate sorniona, fino all’ultimo mercoledì.

Mi sono messa in moto, la moto si sa rende liberi, imparare a liberare bene il mercoledì è un’arte. Mi son messa in moto per raggiungere le mete dell’Italia che io chiamo minore e minore non è. Regala scorci di grande bellezza.
A me dona sognare di vivere ovunque, col lago negli occhi. Che è uno dei due sogni che posso anche da sveglia. L’altro…ah l’altro…

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