la mattina leoni

La prima settimana del rientro, entusiasmo, argomenti nuovi, scrutini da farsi.

C’è quella in terza che somiglia perennemente a Pippicalzelunghe, non per le trecce né per le calze, solo per quell’aria di vivere a casa sua da sola, ottima proprietà lessicale, buona la relazione con l’adulto, studio la prossima volta, però.

Le dico “Astrid, però, se fosse giugno e non gennaio, saresti già restata sul terreno sdrucciolo, su fai qualcosa che puoi”. Mi dice “so la situazione, prof, i miei genitori me la apparecchiano tutti i dì, registro elettronico alla mano” Rispondo ” Beh Astrid, faccio dunque a meno di far da terza genitrice”.

Astrid mi aspetta alla fine dell’ora, posso parlarle, mi aspetto che si dispiaccia del mio intervento coram populo e me lo faccia notare, farebbe bene o è troppa coda di paglia la mia, invece la senti “prof, io avrei un dubbio che mi attanaglia e vorrei poterlo sciogliere con lei”

Prego, Astrid, tra il contento e l’allarmato.

“lei è del segno del leone?”  “???? beh, sì”

“lo sapevo lo sapevo, tutta eccitata urlicchia, evviva ci ho preso, comunque prof, si vede eh, lei le ha tutte le caratteristiche del leone”.

Ci fosse il voto in astridologia…

Trivial pursuit

L’ho scoperta due mesi fa, la versione solo “letteraria” di trivial pursuit. Regole del gioco invariate, con la pedina cerchio da riempire di triangolini colorati ad ogni cosiddetta laurea. Domande di letteratura italiana, letteratura straniera, sul genere giallo, su opera e musica, su cinema, su lettere classiche.
Ecco, lettere classiche. La prima partita natalizia con il gruppo ristretto dei Comeback che si avviano ad essere gli affezionati. Una figura di cacca (la mia) appositamente registrata da Ventodi(sup)ponente che vado a riguardare quando ho forte desiderio di ridere di me. Lettere classiche, ne azzeccassi una.

Seconda partita, ierisera, le diamo la rivincita, prof.

Ventodi(sup)ponente non c’era, impegnato nello studio di un esame. Ma gli altri tre sì, stavolta ha vinto giustamente, prof. Lei sa certe cose che non si capisce come fa a saperle (?) di tutti i generi tranne quello che ha studiato lei all’università.

Che la prima volta fosse il caso delle domande casuali più difficili già io lo sapevo che non era così. È che io sbagliai indirizzo di studi, punto e basta. E l’errore mi costò parecchio, in autostima, anni di tristezze, di una milano da fuggire, la amavo solo qualche giorno a primavera quando le giornate si allungavano segnando luce sul rosso di via festa del perdono. Che bella quella via, che peccato non esserci stata felice.

C’è un’altra cosa che ho perso di quegli anni, oltre alle nozioni e agli studi sterili. Le persone, io che faccio amicizia con la facilità di un motivetto sanremese, coi muri, coi passanti. Le persone. Di quei quattro anni diventati sei mi porto nel cuore un paio di nomi, nella vita niente.

Una ragazza che non vado mai a trovare e ne sarà pure dispiaciuta a pieno titolo, dal tempo che ci chiamiamo a vicenda Culodipietra; e mi manca ma forse lei non ci crede più, alle mancanze mai riempite.
Poi, un’altra, donnasorriso il soprannome, che ho lasciato andare da secoli, dall’ultima volta sedute sui gradini del Forum al concerto di Guccini “guarda quante stelle” chissà come sta, chissà che fa.
Non siamo nemmeno più propriamente ragazze.

Quand’ecco che la partita a trivial e la curiosità affettuosa dei Comeback mi fanno pensare oggi che CDP e donnasorriso avrebbero meritato di più da me. E io meriterei di più da me stessa se solo la piantassi di essere non laureata in lettere classiche.
Quand’ecco che a CDP gliel’ho scritto che tutto mi sta a cuore.

Quand’ecco che oggi sfogliando la rivista online di cucina più conosciuta in Italia, mi imbatto in un articolo, in un nome e cognome. Resto sotto choc qualche minuto. Donnasorriso mi sorride da quelle pagine, proprio oggi, senza saperlo.
Le ho scritto, a Donnasorriso. Che qualcosa mi sta a cuore.

Il pensiero è materia. È quasi primavera, le giornate si allungheranno segnando luce sul rosso di via festa del perdono. Che bella quella via, non sarà poi male ricordare di non esserci stata felice.

Di venerdì

Non sai bene come stiano precipitando le settimane, è sempre venerdì.

Il venerdì poi ci sono quelle tre ore consecutive in quinta.

Questa quinta bistrattata, chiamati bifidi attivi in terza e poi quasi mai narrati, questa terza e quarta e quinta di zavorrette corte, faticose, tristi, tenaci, dure, non fatte proprio per le arti.

Son partita a razzo, di venerdì, con loro e con Baudelaire e Verlaine e avete mai ascoltato almeno Rimbaud di Vecchioni? E poi Carducci che non c’entra molto e che mi piace, sapete, io voglio io voglio adagiarmi in un tedio che duri infinito. Sì, vero, poverini, ho detto che non lo avrei fatto Carducci e ora come faccio, ne scelgo poco, dai. E poi su Pascoli, sapete, chiù, e su quell’altro capace di starci mesi, sarei. E quest’anno niente pioggia nel pineto, chi vi interrogherà agli esami, s’arrangi, si studi il meglio. Eh, ma ho dimenticato Campana. Chi è Campana, ridevano i porelli, di venerdì. Ma Campana non posso non farlo Campana.

Tullìolo mi guarda e dice “prof, quando fa così, è buffa sembra una mamma di quelle in negozio che vedono una cosa e dicono beeeelllla ma subito ne vedono un’altra e dicono beeeellla”

Tullìolo ma come? La mia passione per i poeti trasformata nello shopping compulsivo della media casalinga?

Tullìolo ride, io anche, qualcuno dice “prof, è un abbassamento comico”.

In questa quinta bistrattata, chiamati bifidi attivi in terza e poi quasi mai narrati, questa terza e quarta e ora quinta di molte zavorrette corte, faticose, tristi, tenaci, dure, non fatte proprio per le arti. Lo so, si saranno sentiti sprezzati terzogeniti dopo i due figli belli e grandi.

Lo so, uno splendido venerdì, e danno quel che dai.

 

 

 

La giovane favolosa

Miliardi di anni prima, al liceo del lago e al liceo del monte, c’erano state le visite d’istruzione in cui mi buttai a pesce perché l’esperienza fosse mia; com’ero giovane, giovane davvero, affaticata dal non sapermi mischiare a loro con la coscienza della diversità di ruolo.
Ed era dura risolvere episodi di trasgressione spicciola, il bere, la stanza che odorava di lattice consunto. Cose più piccole più grandi di me.

Accompagnare gli alunni divenne un no reiterato alla tipica frase d’assalto “ci porta in gita prof”. No.

Un no che si è lenito anche grazie alla stabilità nello stesso istituto, al Durocome, dopo otto anni, sono diversamente giovane e tanto fa.

Sapevo, stavolta, come si sanno solo cose d’amore, che sarebbe stata la classe giusta.
Perché se è vero che i Latintristi come loro nessuno mai, me li ricordo, quella mattina di neve fitta fitta, io a guardare fuori e dirgli all’improvviso “mettete i guanti, vi porto in gita”. E il piazzale del parcheggio era tutto un sorriso, un correre, un fare a palle di neve.
Ho ancora la foto di gruppo in quella neve, io e i Latintristi, un amore infinito. Ma, nemmeno per loro, più di un piazzale.

C’erano stati ancora prima gli Indeponenti, quelli che mi avevano tradito su tutta la linea. Che portarli in Europa forse fu un modo scemo per comprarli all’ultimo e quanto ci si sbaglia

E oggi, nel 2014, i Comeback. Tutt’altra storia, altra epica di classe (cit.), scolasticamente impareggiabili (col segno meno) ma simpatici e uniti. E così adesso le foto di gruppo sono tante. E non dal piazzale, ma da una città europea in cui li ho portati per gioco e per punizione, in treno, di notte, fatti scendere addormentati alle 4 per raggiungere mete in cui evitare scioperi, in ostello, abbandonati quattro alla volta alla stazione del metro, a dirgli “addio, l’ultimo che arriva a kazzenplazzen paga la colazione domani”, per insegnare loro ad usare una mappa dei trasporti.

Hanno giocato, accettato, capito, apprezzato, semplificato, ammirato, studiato, corso, dormito, mangiato e bevuto (tutta roba buona; me ne è sfuggito solo uno da Mac Donald ma ci sarà tutto il tempo perché da solo rimpianga l’ultimo Schweinshaxe).

Hanno fatto tante foto. E come quella del parcheggio nella neve, mi si sgomitola davanti agli occhi tutto quell’essere una cosa sola, per qualche mese, li ami, li ami proprio tanto ed è un amore a chi lo spieghi, questo amore. Ti fa saltare anche il purismo musicale, questo amore. Per quattro giorni sei come loro, ora che sai benissimo che non lo sarai più, se mai lo sei stata, come loro, va bene anche una canzone qualsiasi alla radio, un motivetto che pare gli sia entrato il futuro tra le note.

Ora le guardo, poi smetto e torno a correggere, quelle foto.
Favolose.

Il rientro

Rientrare a scuola dopo due mesi senza sapere bene quanto e come volessi rientrare. Chiedere a un’amica, cosa mi metto. Sapendo che il vestito scelto aveva due significati, uno per alleggerire, l’altro per alleggerire.
Rientrare a scuola dopo essermi sentita vecchia perché una volta ero io la giovane supplente e adesso era lei la giovane supplente a dirmi “ho imparato di più in un pomeriggio a lavorare insieme che in due anni di TFA”. Rientrare a scuola dopo aver constatato che la mia supplente ha fatto cose belle che io non so fare più, che all’entusiasmo dei primi anni ho sostituito un più veloce spendibile pallore metodologico.

Rientrare. Essere accolta dai colleghi che mi vogliono bene che in due mesi si sono fatti sentire e vedere ed essere abbracciata, bentornata. Essere accolta da colleghi che non mi vogliono nulla e correvano a baciarmi con l’odioso bacio a guancia lunga senza guardarmi negli occhi ma dove la curiosità morbosa li guidava. Faccedachiulo.

Rientrare nelle classi. Quelli di terza, che finalmente, posso ribattezzare i Bifidi Attivi, a guardarli come sempre, cercando di capire come fare che questi non li prendo. In prima, indifferenza un po’ sì un po’ no, segno che al biennio metto meno, di anno in anno, e me ne duole.
E poi prendere la strada dell’aula dei Comeback, essere fermata sulla porta dal bidello Coca “perché non ci sono tutti in classe”, non rispondere il tanto ovvio “embé?quando mai?” E, per aver subdorato qualcosa, fingere di avere una cosa importante da fare in segreteria così da arrivare in ritardo.
E rientrare. Con loro in piedi, una pianta sulla cattedra, un cuore rosso disegnato sulla Lim e uno scroscio di applausi.
“Dunque, gli applausi aspettate di farli davanti al feretro, per la pianta ho il pollice nero mi spiace, se volevate commuovermi no, davvero, ho avuto cose più serie per cui piangere”. Il tutto detto sardonico. Così Ventodi(sup)Ponente ha potuto dire “adesso sì davvero Bentornata! Le piace il carciofo rosa pungente che abbiamo scelto per lei?”

Roceresale la mattina dopo si è destata roceresale, pareva già di non essermi assentata mai.

Oggi il pomeriggio è passato al vivaio a scegliere il vaso giusto, il bastoncino giusto, il nastro adatto per salvare Ryan, il carciofo rosa. Ché Svanito, chi altri mai, quando ho rischiato di entrare in classe e non eran pronti, ha fatto scatto felino per coprirla col suo corpo e l’ha quasi rotta, la pianta del carciofo rosa.

Salviamo il carciofo Ryan

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I vitelli dei romani sono belli. I miei alunni di più.

Le feste appena passate hanno visto, rispetto agli anni scorsi, un calare di sms e auguri virtuali da parte degli amici e dei parenti, forse perché deve essere per forza terminata l’abbuffata mediatica degli inizi, quando era divertente nascondersi sotto il tavolo per la paura che ti entrasse in un occhio il tappo dello spumante e mentre ti acquattavi mandavi e ricevevi quei messaggini uguali per tutti e asettici che Diocenescàmpi e gamberetti, anche.
Ricordo, anche se non c’entra un piffero con quello che volevo scrivere stasera quando ho aperto il post, un collega che evitavo come la peste, sempre rosso in viso, che mi dava del lei, uno di quei bonaccioni che a quaranta anni suonati non ne hanno mai vista una da vicino, che vivon con la mamma anziana, che te lo trovavi alle spalle senza sapere da dove sbucasse, ecco lo ricordo, per molti anni dopo la supplenza comparata, scrivermi alle 00.01 di ogni natale di ogni pasqua, lo stesso sms. Auguri auguri auguri!
Insomma né lui né parenti né molti amici si son ricordati di me a queste feste (leggersi con tono di sollievo). È stato l’anno degli ex-alunni e sta cosa mi ha scaldato il cuore.
Tanti, mail, sms, visite, regalini, incontri, ricordi. Roba che mi sono detta “ammori!” Roba che mi sono detta “forse stai trascurando qualcosa nella tua vita, nevvero?, dov’è il tuo privato, scioccherella?”

Non poteva mancarne uno. Il più bello. Nel senso che c’e sempre l’ex alunno bello. Ma bello bello eh. Quello che ora se ne sta a fare il phd in Hyundailandia, che ti scrive una volta l’anno, da quando lo bocciasti, in seconda. (Che ti scrisse per ringraziarti, della bocciatura). Circa dodici anni fa. Poi è diventato grande, e si esce per una pizza una volta l’anno, soprattutto se deve partire per Hyundailandia. E soprattutto se da lì ritorna, una volta l’anno. E onora l’impegno, col suo impeccabile pronome di cortesia, quel “lei” finissimo vicino al sentirmi chiamare per nome.

E ti scrive per confermare la passeggiata di domani, complice il tempo stranamente dolce, ti scrive mentre stai correggendo i testi descrittivi del compito in classe dei trenta primini. Organizzo l’incontro e intanto leggo l’ultimo compito, spossata. La consegna era di scegliere una persona che si conosce bene e descriverla in due modi diversi, differenziando approccio soggettivo/oggettivo scopo espressivo/informativo e punto di vista avversario/neutro.

E leggo: “la professoressa Roceresale quando arriva in classe è già arrabbiata. Sfoga la sua ira sugli interrogati. Alcune volte fa delle battute che solo lei riesce a capire, se facciamo cadere qualcosa inizia a schlerare (con la acca)…” Poi, per amore invece di neutralità e oggettività, leggo “la professoressa Roceresale non è tanto alta e neanche tanto grassa…”

Non sono neanche tanto grassa…
Io mi sono messa a dieta. E chissà come saranno le professoresse in Hyundailandia.
I miei alunni invece sono belli. Altroché.

Leggere scrivere fare di conto

Non ho più uno straccio di idea su come vorrei che il mondo, almeno il mio, fosse.
Non trovo alcun senso a scrivere, a leggere di gente che scrive che scrivere si fa così e leggere si fa cosà, e pure io sono brava assai ad essere una di quelle che strega comanda color e il color è cosa leggere e cosa scrivere. Che ne capisco. Ehhhh.
Se non ne capisco, invece, le mie competenze (presunte) sono opinioni? Nulla? E va espresso? Un caffé, grazie.
Non ho una macchina fotografica, mi ostino a usare un telefono cellulare che l’unica cosa che sa fare (pure lui, che limitato) sono belle foto. Ma poi qualcuno dice da facebook che non se ne può più di tramonti su instagram e poi dice su facebook “poveri scemini tutti massificati” e al sette di dicembre, l’ho visto, va su instagram a mettere il suo albero di Natale. No, va bene, dai. Puoi. Per me, puoi.
Se continuo così, anche sul lavoro, intorno a me non avrò terra bruciata ma provate a recuperare nella mente l’ispettore Clouseau che cerca di valicare il fossato intorno al castello e salire sul ponte levatoio. Ecco. Lui. Sono così.
Un personaggio perso dentro una satira. Una burla.
Si è ritrovata un paio d’ore perché due Latintristi si son presentati a chiedere della loro docente con dieci pasticcini in mano. E lo sguardo di chi la vita, vuole viverla in coscienza (cit.)
Si è persa nei siti dei licei di montagna, dove spera che il progetto meno gratuito sia quello di spalare la neve all’ingresso, scema, che hai anche fuori uso il braccio destro.
Non so come si misuri la solitudine autoindotta, quella del cuore, se in giorni in mesi in anni.
In minuti primi.
Sentire i primi. Sentirsi i secondi.
Stare bene se a grattare la brina dal vetro si fa, con la sinistra.

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