la regola del sandaletto vintage e di come tutto torna e dove.

C’è un negozio di scarpe che mia sorella dice sempre “ci trovi tutto quel che cerchi solo te” aggiungendo che le scarpe me le sogno disegnate di notte e poi vado lì e qualcuno la mattina me le fa trovare fatte. E questo ancora prima di leggere l’Amica Geniale, per dire.

Ci passo anche tanto così per passare e ieri non lo sapevo che facesse orario continuato, c’ero solo io alle prese con un sandaletto vintage e con il proprietario. Il quale cominciommi a parlare di leggi fatte da Prodi e da Bersani (ah, già, i comunisti) per le quali leggi ci sono extracomunitari che riceveranno per sempre una pensione anche se sono tornati là (là dove). Ma sa, dico io, non ne sarei così sicura di tali leggi. Allora visto che l’extracomunitario non attaccava, è passato ad altro argomento più sicuro (no beh dai, guardami in viso prima, che di Bolzano non paio mica) ovvero dell’assistenzialismo a sud (ah, già i terroni).

Non paio di Bolzano, ma vuoi o non vuoi il paio di sandaletti vintage, un amore, marroni, bianchi, piattissimi, li metterebbe Audrey Hepburn se Audrey Hepburn portasse sandaletti, li ho lasciati lì. Un po’ perché non mi spuntano le dita dalla fascia e paio sì la bambina che ha rubato le scarpe a mammà, un po’ perché ho pensato ma va a cagare commerciante lombardo.

Poi apro sto povero blog tanto così per passare e spiegare a me stessa che ci sono coincidenze in cui mai avrei pensato di imbattermi, tipo quella di dove passerò il compleanno, che ci passerà di lì stesse date uno degli affezionati dei Latintristi, Brenda che mi dice che sarà un undicesimo piano, e poi mi dice a un chilometro a piedi da quel concerto, e tutto sta un po’ tornando quando apro wordpress oggi per caso e mi dice “compleanno”, oggi cinque anni fa hai aperto questo blog.

Per andare là aprii.

Tutto torna, torno là. E dopo il compleanno, torno.

 

Tutte le altre regole, qua

La regola del botulino, del fico d’India e dei piaceri della vita

Ci si è accordati, io e Glauco da Hyundayland, per cenare da me, di fretta, cucino io. Lui ha dei tratti caratteristici: si nutre pressoché di fagioli – ce ne sono varietà incredibili -, indulge nell’aglio e nella cipolla, ha un olfatto poco sviluppato (ah, ecco), non beve, sacrilegio!; ha una teoria doppia sull’arte (no, Glauco da Hyundayland, neanche stavolta mi interessa sentirla), oscilla tra darmi del lei e volermi del tu, non è stato spesso a scuola di ironia, è cerebrale, ansiosissssssssimo, a sedici anni aveva dei capelli bellissimi (ora meno assai), forse devo averlo bocciato ma lui dice no, che è stato l’anno dopo; sta facendo un PHD in una cosa che non gli interessa più in una lingua che non era quella che gli interessò all’inizio.
C’è trippa di seitan per psicanalisi, insomma (e dove non ce ne sarebbe, poi).

Io ho dei tratti caratteristici: da due mesi tento di essere vegetariana, complicandomi intestino ed esistenza, semmai siano state separate le due cose, a casa mia; mi scoccio quando gli uomini parlano, mi annoio; avevo dei capelli bellissimi (ora meno assai); sono stata solo a scuola di ironia intensiva, non è rimasto che questo; ho eccessi di coerenza fino alla noia e sensi di colpa a go go quando non mi quadra chi sono, dove sono arrivata, dove ho messo gli occhiali.
C’è trippa di seitan per psicanalisi, insomma (e dove non ce ne sarebbe, poi).

La cena, affrettata, per impegni, prevedeva nel menu
– pasta col pesto fatto in casa con basilico arrivato da un balcone napoletano
– frittatine di ceci senza uova con zucchine farcite alle lenticchie

Allo scolare le linguine e gettarle nel pesto fatto il giorno prima, pronuncio la frase “ma le conserve fatte in casa possono sviluppare botulino” che, attraverso sms di chiarimenti con mamma di Glauco, di cerchiamolo su google, di io che rido, lui che ansia, vabbé mi lasci morire da sola, io mangio, finisce che io mangio e lui no.

Alle frittatine di ceci, nulla da dire, sono buonissime, lui mi aiuta a grattugiare nell’impasto la zucchina, tira il pippone sulla soia, la soia no, con tutti i fagioli che ci sono perché proprio il peggiore, la soia. Ma lei è vegana di qua, lei ora diventa vegana di là, io che sto ancora pensando al cosa c’entrino i fagioli con la soia, pensa, buone con le lenticchie ste frittatine e poi dal frigo esce un pezzettino di salmone norvegese. “Cavolo, lo adoro il salmone”.
Sic transit gloria veganorum.

Alla frutta, perché è da tempo che lo sono, metto in tavola dei fichi di India, li apro e mentre lui grida “no, non li tocchi” io spaff ne avevo già afferrato uno e dico “va là lo vedi che son già puliti” “guardi che han spine invisibili” “guarda che sei proprio noioso”
E comunque la letteratura è fuffa, la linguistica importante. Esci da casa mia, subbito.

…ahiiii…ahiaaaa…cerchiamo su google come si tolgono le spinette invisibili del fico d’India dalle mani. Alla frutta, Glauco mi stende del nastro adesivo sul palmo della mano e nell’incavo tra pollice e indice e strappa. “Come la ceretta, suppongo”. “Eh, ahi”

Al dolce, lui non mangia dolci, la pasticceria era chiusa, ripiega su una sacherina e due cannoli da supermercato. Lui di solito non mangia niente che contenga zucchero e che sia fritto, a me non piacciono i cannoli siciliani. Guarda Glauco che la pasta dei cannoli è pure fritta. Ma davvero? Tempo totale per una sacherina e due cannoli: minuti quattro.

Al caffé io bevo un torbato, uno dei piaceri della vita. Cerchiamo su google quali siano i piaceri della vita, ah l’odore del fieno appena tagliato, ma se soffri di anosmia?, scrivi su sto post-it i piaceri della vita allora, forza. Non arriva a due e protesta. Lo faccia lei, allora. Va bene, basta, ha finito o no di scrivere?



L’indomani un sms a Glauco racconta che il botulino risparmiommi la vita e che mi sarei mangiata pure la sua porzione di linguine col pesto fatto in casa, tié.
La risposta alla prof recitava di pentimento in corso per non aver almeno assaggiato il whisky torbato.

Siano benedette le divinità del focolare e degli ex alunni o come dice la collega e amica di sempre (forse l’aveva bocciato lei o forse è stato davvero l’anno dopo) “come te li cresci bene questi ometti” e detto da una che ti ha consegnato suo figlio al biennio…è un piacere della vita.

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La regola delle citazioni, delle riunioni e del jazz

“Se vuoi far piovere in questo posto basta accendere un barbecue” (cit. Papà Pig, babbo di Peppa Pig)
Strane citazioni eh, certo, non come quelle prese da libri mai letti, da canzoni mai ascoltate, da paesi mai visitati. Ma posso migliorare.

Il mese dei ponti è finito, alla riunione per materie che era il momento preposto a scegliere nuovi libri di testo dopo aver avuto due mesi per guardarli, studiarli, analizzarli, mi son sentita dire dal solito fronte di chi resiste ai cambiamenti, “direi che la scelta più oculata è quella di non fare una scelta che sia un salto nel buio, prenderci del tempo per valutare altri libri, e magari l’anno prossimo scegliere a ragione veduta”.
Non ci ho visto granché molto più, e ho detto con tono sottile “care colleghe, è la stessa vostra frase dell’anno scorso, quanto dite è quello che avreste dovuto fare entro oggi, LAVORARE, valutare altri libri per scegliere OGGI a ragione veduta”. Ma si sa, se cambi loro il libro che usavano loro all’università, poverine, come fanno.
Al che, a mezza voce dico a CrazyChild “oh se comandassi io, sta gente”. E lui mi chiosa “sì diceva così anche Mussolini, del resto leone come te”. “Non è bello che mi paragoni a Mussolini, però.” E lui chiosa ” il paragone è un complimento che faccio a Mussolini, non a te” … Ah, allora…

Oggi, 30 aprile è la giornata internazionale Unesco del jazz.
E io il jazz lo amo, anche se di solito si canta che le donne odino e non capiscano il jazz. Per questa giornata sto sfoderando disimpolverando i ricordi di un ovviamente caldo luglio a New York. Appena arrivata, un jet lag da farmi cadere la testa nel piatto della cena, che a New York c’era il ginger dappertutto, anche nelle cozze, e prima di New York ginger era un bicchiere con una bevanda rossa e pizzicosa di zucchero sulle labbra. Appena arrivata, uno dei sacri templi di quella musica da uomini, quasi spingersi in bus verso Harlem, quasi la sera sapeva di sciroppo d’amarena sulla pelle e sulle note.
A New York tutto fu bello e vissuto, prova ne è che non ho foto perché spesso quando vivevo non fermavo immagini, anche i ricordi, oggi, sono belli e vissuti.

Perché a farci pace col passato si ha la testa piena di sax che spingono, e spazzole spazzole sui piatti.
Del resto “la vita è un po’ come il jazz, viene meglio se si improvvisa” (cit. George Gershwin).
Strane citazioni eh, certo, non come quelle prese da libri mai letti, da canzoni mai ascoltate, da paesi mai visitati. Non ho alcuna intenzione di migliorare.

La regola dell’avere smalto e della fissità del latino

Ecco vedi, dico alla ragazzina, brava eh, che viene a lezione di latino da me, le declinazioni devi saperle cantando, mica così, mentre lei conta sulle dita di una mano a, ae, ae, am, a, a.
Sulle dita, come faccio di conto io coi punteggi delle prove strutturate.
E sulle dita ogni settimana ha uno smalto diverso, la ragazza.
Io son settimane che non ho tempo di metterne uno. Da giorni che non ho più smalto.
È lì che conta is, is, i, em, is, e, quando vado, prendo la lima e limo quella del pollice mentre conta abam, abas, abat.
Mi dice la ragazza che lo cambia tutti i giorni ma che nervi quando le si rovina subito per qualche movimento, mentre asciuga.
E tocca a is, ea, id, eius eius eius quando io prendo la base trasparente e via, la prima mano.

Ecco, vedi, le dico, metti lo smalto tutti i giorni, ti si rovina subito. Invece tu fai così, apri il quaderno o il libro, stendi lo smalto, hai davanti la tabella delle declinazioni, le ripassi, cinque minuti ciascuna, vedrai che lo smalto si fissa e non ti si rovina.
Intanto passo la base trasparente per la seconda volta, e voilà stasera unghie da figa.

Questo al pomeriggio…

Al mattino, la quinta ora di un giorno di fuoco, la terza degli Infidi, e Cesare che sempre attacca, marcia, sprona i soldati; si erge una vocina che dice “Prof…ma bellum…?
Prof… ma castra…?”

“Sì, in effetti, lo faccio, qualche volta”

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La regola della sorellanza e della torta di mele

Che il primo marzo nevichi sulle prealpi lo so dal primo marzo di quell’anno lì, che ho provato a fare i conti e mi sono spaventata. I conti non tornano (e nemmeno lo farà il marchese, di questo passo) quando hai una sorella di sette anni minore. Calcoli sulle dita e dici “azz” eppure ricordi bene quando la facevi giocare caricandola sulle gambe e facendola volare, la ricordi bene che ti si appiccicava un po’ appresso, così diversa da te, così affettuosa e dentro le cose malgrado la timidezza e gli occhi grigi. Tanto più bella di me, primula di neve. 20140301-173048.jpg
Nevica anche oggi, nevicava anche l’anno scorso. Questa è la prima sorellanza, primo marzo, buon compleanno.

La seconda sorellanza, ci spostiamo di poco, stesso cognome, e sono tre giorni che cerco le parole, e non le trovo. E non le scrivo. E non posso nemmeno farle una torta di mele, che lei preferisce. Lei, una donna bellissima.

La terza sorellanza è atipica, è sorella per proprietà transitiva, per chi l’ha persa una sorella. Un’amica che non glielo dico spesso ma la sua cucina, quando riesco a rintanarmici, è meglio di stare a casa. Le ho rubato la torta di mele, per farla alla prima sorellanza, pensare alla seconda, omaggiare lei. Lei che tra gli albicocchi e le balle di fieno mi ha insegnato quanto possiamo essere bio, bio bone.

Questa la torta, di tutte e tre.

Ho preso 800 gr di mele bio le ho tagliate e fatte a fettine sottili con la mandolina, messe in una ciotola bagnate con il succo di un’arancia, il succo di mezzo limone non trattato, più la buccia grattugiata.
Ho fatto rinvenire nel liquore Strega 100 gr di uvetta bio
In altra ciotola ho lavorato 50 gr di farina integrale di segale biologica, 50 gr di farina 0, 1 uovo, 1 pizzico di bicarbonato, aggiungendo poi latte di soia in quantità tale da avere una pastella di consistenza un po’ collosa
Ho unito alla pastella le mele incluso il succo e l’uvetta invece strizzata.
Ho girato bene l’impasto, aggiungendo cannella, curcuma a piacimento.
Ho versato il tutto in una teglia rotonda a forma di fiore precedentemente imburrata e cosparsa di pangrattato
Ho inserito con le dita nell’impasto dei bastoncini di zenzero candito, cosparso di zucchero mascobado e polvere di liquirizia (poca).
Infornato a 160′ gradi per 75 minuti.

Tutti gli ingredienti biologici provenivano da un cesto, dono speciale di un altro compleanno, il mio. Perché sorellanza e torta di mele chiudano il cerchio.

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La regola della nebbia, della palla freudiana e dell’arbre magique

Che dieci giorni di nebbiolina grigio topo vanno bene, somigliano al tuo modo di percepire le cose, coperto, latteo, in lontananza.
Che appena dici va bene, voglio solo una casa dove il materasso non sembri ad acqua perché umido ma per il rotolarsi daffianco a didosso, ritorna il raggio di sole, pure l’autunno mi contraddice il tempo
Che appena un omeopata ti dice niente latticini vorresti fondare una gelateria, niente cioccolato vorresti visitare vienna e tutte le palle di mozart del tempio e va bene. Ma poi ti dice niente carne di maiale e a te che della carne di maiale te ne è sempre fregata una cippa ora vorresti uno stinco, e nemmeno di santo.
Che la nebbiolina di prima era pure pioggerella e due volte su due ti sei accorta che hai portato a pranzo fuori amici, in posti sempre più inaccessibili, boschivi, sterrati, inculoailupi. E che solo questa è la bellezza.
Che la persona che ha dormito vicino a me ha sognato che i grandi alberghi, quelli più alti, a svettare su una spiaggia che conosce, ad uno ad uno si piegavano a crollare e tu non hai il coraggio di scomodargli il dottore viennese, ah, vienna, sticaxxi alle palle di mozart che manco te le puoi mangiare, le palle. Tu.
Che il ragazzo della pompa di benzina (quanto è importante a volte un complemento di specificazione) è riuscito a intrattenerti tre minuti su quanto sia il meglio il gusto menta glaciale dell’arbre magique. Forse non è adatto all’inverno però lo prendo, ho perfino risposto.
Che non ho uno straccio di nube e nemmeno un’idea di cosa farò nella vita. Credo finalmente pulire, lavare la macchina. Che mi pare sprecato sennò, l’arbre magique.

La regola del sesso forte e dell’anguria

Uomini forti, di spiccata personalità. Eccessiva. Diciamo narcisi, diciamo sicuri.

Diciamo come me, che uomo non sono. Me. Che non sono nemmeno in vena di subire, per un quarto d’ora di celebrità, nel quarto d’ora che potete noverare di mia conoscenza (lavorativa) (non biblica, che la bibliografia è cosa seria) l’elenchino di tutto quello che avete capito di me.

Che stiamo lavorando, e se non lavoro bene, ditemelo, che aggiusto il tiro. Se invece non vi piace il mio carattere, (ma sì che vi piace, altrimenti le vostre battute le fareste anche a quella di inglese, no?) ( oh, non ditemi che la leggerezza la attirano le tette, non vi fo così dappoco, voi, oh grandi uomini). Se non vi piace come sono, imparate a fare come gli adulti, che quando si incontrano a una festa non vanno da tizio e caio a dire “ma tu mi sembri un cretino, oppure sai a prima vista mi pari un coglione”. E da Caia a dirle “te lo metterei subito dietro, oppure non ti bomberei mai, sai hai i baffi”.

Un mio compagno delle medie, cui chiedevo coi bigliettini di diventare il mio moroso (l’errore, gennara, l’errore, non scrivere, non scrivere, leggi, impara a leggere), che proprio non ci voleva diventarlo, mio moroso, mi rispondeva canticchiando sadico “hai la barba hai la barba” ed era pur vero. Ah, dispensatori di verità, i grandi uomini.

Si entra nella vita di una donna schietta e che vi tiene testa con la stessa giusta distanza con cui si entra nella vita di una donna con la fede al dito, madre di famiglia. Cosa c’entra? Dai. Perché poi, a girarla bene, uomini di forte carattere, finiamo qua. Che non volete cacciare, non potete cacciare, non vi interessa la caccia, ma la savana l’annusate sempre, iene.

O è un problema mio? Vuoi vedere che è un mio senso di inferiorità (il figlio, l’aver usato la patata in modo sacro per farci uscire e non solo entrare, l’anello al dito e bla bla bla?) Ammettiamolo pure, vada, ho scompensi ormonali, perdonatela questa signorina, di ovulare a vuoto smetterà, pazientate, amen.

E quegli schezi di intesa, quell’ironia che mi fa male attira anche l’invidia di chi non ce l’ha. Di a chi non gliela date? Incastrata tra la piacioneria e il volitivo maschile ci lascerei volentieri qualche altra. E per una volta capire il meccanismo mio, il click che scatta che faccio scattare ad attirare il maschio modello domatore di cavalla di razza. Che li attiro io. Fino a che la cavalla di razza non è stremata a terra e sempre più cretina, la tenta di rialzarsi.

Se è di lavoro che stiamo parlando. Se no, sappiate che fare le scale con le borse della spesa in mano, la borsa della scuola sul collo, mi è difficile. Faccio la spesa in più tornate settimanali, spese parziali e guardo l’anguria. La guardo con desiderio, fresca, colorata, appetitosa. Ma da sola, quell’anguria peserebbe troppo, con le scale, la borsa dell’altra spesa, le bottiglie dell’acqua, la borsa del pc e la borsa della scuola. Troppo, per me.
Allora rinuncio, all’anguria.

Se solo lo capiste, come fanno la spesa, da sola, certe donne.
Se solo indovinaste.

Una domenica in piena regola

Che tu prendi i biglietti per l’opera lirica con quattro mesi di anticipo e l’amica ti dice che sogno sarebbe, vieni anche tu, non esci da tempo, la bimba per una sera la tengono i tuoi. Tanto è febbraio, il 3 febbraio, aivoglia fino a febbraio. (la regola del dai prenotiamo)

Che ti dicono “ma quando te lo smollo il tuo regalo di natale, e dicembre finisce e gennaio finisce e ci viene da ridere che il corriere l’ha portato sto regalo ma sì dai tanto ci vediamo il 3 febbraio, ormai. (la regola del tanto dai ci vediamo)

Che magari ci scappa l’aperitivo e la pizza prima della lirica, e al pomeriggio l’amica dice la bimba ha la febbre, la pizza forse non ci sta. (la regola dei bambini e della febbre)

Che all’uscita dell’autostrada precedente a quella giusta l’auto decida di singhiozzare puzzare infocarsi ricordandoti che forse il meccanico no, non l’ha capito cos’hanno sti freni alla macchina, no, la pizza non ci sta, prelevate al parcheggio dieci minuti più in là. (la regola della panda, p’andaffanc…)

Che il panino del bar del teatro insomma è un sostituto un po’ come il baritono, preso dal coro parrocchilale all’ultimo momento e la soprana che mi arrota la “erre”, crrrrrrroce e delizia che il gre-gre di ranelle del pascoli è un suono dolce, al confronto. Che dire del tenore, il tenore dei commenti. (la regola del credersi Julia Roberts al San Francisco Opera House)

Che Violetta era lì lì né felice né più eterea quando alle ventitré la bambina arriva a quaranta di febbre e il nonno chiamava spaventato così c’é stato da provare l’ebbrezza di prendere un taxi visto che l’auto era in panne e sparire nella notte, che erano tre mesi che non uscivi di sera.  (la regola dei bambini e della febbre che la tachipirina non fa effetto quella sera lì)

Che per evitare altri strascichi e arrivare al lavoro per le otto, mi si accompagni seguendomi a bassa velocità per tutto il tragitto dell’autostrada e l’auto va bene, comincia a sfrigolare appena prima di casa che così in tre si è fatto il doppio chilometraggio per tutti. (la regola della panda, in estinzione)

Che io abbia sognato di precedere Silvestro e mostragli la strada in un percorso avventuroso tra liane, foreste, ponti di legno e negozietti di alimentari in una qualche toscana insulsa ed ero fiera di non incespicare ma anzi quanto lieta e avventurosa fossi. (la regola del questo c’entra poco ma è funzionale allo svolgimento della narrazione)

Che io abbia aperto gli occhi e la luce non era quella delle sette ma cazzocazzarola le otto e trentacinque e nessuna delle tre sveglie gennariche abbiano dato segno di adempiere al compito e che niente canto quindicesimo del Paradiso nemmeno questo lunedì. (la regola del chissà com’eran contenti i Latintristi)

Che però ricevere un regalo di natale al tre febbraio e scoprirci dentro un bell’oggetto, immeritato, che mi permetterà di non fingere e smettere di dissimulare che con l’ipad ci posso continuare a fare solo candy crush saga. (la regola bellissima degli amici e del loro pensiero)

Eh, son soddisfazioni, della domenica.

 

La regola della gatta inopportuna e del doppio musicista

Perché quando cominciano i primi freddi, cominciano i gatti a starsene in casa, perfino la mia che è nu poch zoccol. In realtà va così, si passa fuori tutte le notti (‘a zuccolella) poi alle sette sente suonare la sveglia, arriva alle finestre, bussa ed entra. Lei entra e io esco. Tutte le sere tranne il martedì. Perché al martedì sera, puntuale, nemmeno fosse che s’avess veré a ballarò, la zoccolella si acciambella ai miei piedi, ai piedi del letto e si rilassa fino a mattina. La mattina del mercoledì. Il giorno libero della sua proprietaria. La mattina alle cinque. Pare che lo sappia che volevo dormire ierimattina alle cinque quando e la gatta vuol mangiare e la gatta vuole bere e la gatta vuole uscire.

Mannaggia gatta sei inopportuna che sto anche leggendo la casa del sonno di Coe la sera e tra gente che è insonne e gente che confonde i sogni con la realtà, mannaggia gatta inopportuna, che pure stamattina alle cinque hai fatto la gatta che vuol mangiare e la gatta vuole bere e la gatta vuole uscire. Io volevo solo dormire, che alla prima ora in terza mi pareva di non aver chiuso occhio per ore, poi invece la seconda ora in quinta ho ricordato, se ho sognato, ho dormito, alla casa del sonno. Gatta inopportuna lo fa per i miei REM.

E sognavo due maestri di musica, uno vecchio e uno giovane. Ad entrambi avevo dato appuntamento in un salone comunale, immenso, in una stanza piena di mamme con bambini e uno di questi non lo sopportavo proprio da quanto era fastidioso e gli mollavo un pizzicotto tutta soddisfatta ma l’importante era che stavo lì a piedi e mi preoccupavo di come tornare a casa col buio ma poi una telefonata del musicista vecchio mi faceva comprendere di aver sbagliato qualcosa nell’orario, li avevo sovrapposti i due maestri di musica e quello più vecchio dalla bella voce non sarebbe venuto più e pazienza che gli confessavo che forse le note sul pentagramma nemmeno le conoscevo più, non potevo far lezione a quei bambini (di cui uno, che gran scassauallera era eh, con le mamme a bersi l’aperitivo). Ah ma il maestro di musica, il secondo, il doppio, il più giovane, uno coi capelli da violoncellista, quello arrivava, e lì sì che nel sogno cominciava tutta e dico tutta un’altra musica. Una musica ma una musica mi faceva, quel virtuoso dello strumento, il doppio musicista.

La favola insegna che “Sonno di meno, musica più”

Altre regole del gioco, più regolari sono apparse a partire da qui.

la regola del ciclista inatteso, dell’harley davidson a pedali, del girasole pigro

Mettersi in discussione, di continuo. Sentirsi bravi e nello stesso tempo accorgersi di quante cose da imparare ogni giorno ho. Intelligenza emotiva: vedere le persone sprecare energie per contrastarsi, constatare che i capponi di Renzo, nemmen quelli sono il grado dell’evoluzione raggiunto in sala professori. Sbagliare a sentirsi bravi, restare in bilico tra bisogno di approvazione e il plauso altrui e snobismo accumulato di punta negli anni. Contare gli anni da settembre ed esser sfasata col mondo che lo fa dopo, lo fai dopo anche tu e son due capodanni, due momenti del cazzo-mi-metto anche se nell’armadio hai tale roba da dirle “puah, principiante” a quella magra e bassina di Secsendesìti.

Non sapere chi sei e saperlo meglio di altri, provare fastidio per gli sms, alcuni, attenderne altri, avere la soglia dell’invadenza bassissima, ai minimi storici e temere senza sosta di esserlo tu, invadente, se chiedi, se ci sei, se respiri. Posare davanti alla cam del computer, truccata, non truccata, canuta, ritinta, per cercare di scorgere i lineamenti che vedevano gli altri, chi ti amava soprattutto e ti specchiava bella. Vedere muso di ragazza e rughe di femmina. Crucciarsene (delle rughe) ma tentare di credere ad Anna Magnani.

Avere paura che gli amici vecchi non ti siano più amici, che quelli nuovi non vogliano continuare a esserlo, non sentirti amica tu di nessuno, incapace. Sdraiarsi per l’ultima volta (almeno quest’anno) sulla ghiaia di mare e su un lettino da psicanalista. Sentirsi bene, entrambe le volte, di aver conosciuto un male.
Dare sfogo all’ipocondria più selvaggia, indovinando il cuore; pressione 105 su 68 alle due del pomeriggio dopo mangiato, è bassa dice la mamma, ma è sbagliata la macchinetta dice il babbo. Diverse misure di pragmatismo, come somiglio.

Questo il mio caos, qui appuntato con doveroso narcisismo. Ora le regole:

1) Puoi salire in bicicletta verso casa tornando da scuola, incontrare un ciclista con gli occhi azzurri che visto così perfino ti piace, un bel tipo, che ti incrocia, e nel secondo dei vaievieni delle due ruote per due che fan quattro ti apre un sorrisone e ti dice “ma ciao”. Può succedere, me l’hanno garantito, sorridendo.

2) Puoi sognare che devi andare ad un appuntamento con l’estetista ma tu possiedi e non sai da dove essa arrivi, una Harley Davidson nuova di zecca, che la gente si ferma a fotografarne il viola sfolgorante, ce l’hai ed è a pedali. La guidi come puoi, mentre cerchi di telefonare per disdire l’appuntamento dall’estetista perché degli amici ti han chiesto di andar con loro a giro; e ti chiedi come mai si accenderà il motore, poi trovi una chiavetta uguale sputata a quelle delle macchinine a pedali dei bambini. La giri la chiavetta e pensi che non sarai capace di portarla, un’Harley Davidson vera. Invece scorazzi felice. L’Harley Davidson a pedali da bambina la guida una donna, da sola, con tranquillità. E va.

3) Puoi, a quello che rideva una settimana fa quando gli dicevo che stavan fiorendo i girasoli sul balcone, rideva perché i girasoli non si sarebbero mai aperti così tardi, ormai è cosa fatta, voleva rinunciassi, ecco a quello puoi dirglielo che non bisogna mai pensare sempre ingegneristicamente calendario alla mano perché due di quei striminziti girasoli diventati altissimi hanno aperto la corolla. Sono girasoli, dai, soltanto un po’ pigri.

Settembre non sarà mai il mio mese (cit.) ma mo’ le posso queste regole.