Modern love

Quattro ore di corso di formazione su un argomento di cui nulla ti frega, una collega cui non sai dire di no per un rapido pranzo quando avevi già detto sì agli amici dell’ufficio con Netto in testa. Per cui ci ho perso. Forse.

Esco dal buio del corso, c’è ancora la luce, potenza dell’Alma Venus e di quel cacca di Zephiro che torna e il bel tempo rimena, firmo la presenza, passo per il corridoio e dico “adesso entro in ufficio, di nuovo, sarai ancora lì Netto, così ti dico che lo so come stai, che però se non trovi una strategia di sopravvivenza affondi e mandi all’aria le doti e i doni che colui in cui tanto credi ti ha dato a profusione”

E invece tiro dritto, all’auto, accendo, si accende l’autoradio e perfetta precisa precisa, parte quella che è una delle mie canzoni preferite tra quelle che appunto devo ballare e ci arrivo quasi a casa ballando nell’abitacolo. Se mi fossi fermata, non sarei stata così felice, seppur di poco.

Perché lo so, quella rottura di palle di storia che la felicità è tale solo se condivisa, lo so che sono ansie da infinito, sinestesie per sfuggire ciascuno alle proprie morti ma.

Ma fregnacce. Se questa felicità non la divido faticosamente a metà, me la godo solo e sola tutta intera. Mia. Di chi la vuole davvero e ha lottato per volerla perché

I know when to go out
And when to stay in
Get things done

 

that’s no way to say goodbye

Quattro anni fa tu che ti amavo tanto non c’eri già più, c’era solo un albergo a Venezia.

E c’era tenersi le mani con quegli amici; qualcuno anche di loro, lo è meno, da tanto.

I0 c’ero qui: e sono commossa solo a ricordarlo, trovassi il video in cui si sente solo la voce tonata su quel lalalalala lala lala lala lalalalalala laa la laaa

Oggi non c’è più nemmeno quel distinto signore col cappello che ci ha uniti tutti tu, me, loro.

Solo un errore, errare, potrebbe farvi passare di qua.

Nel caso, è per voi:

 

 

 

può nascere un fiore nel nostro giardino

I figli già non li si vuole quando li si vuole, e i figli li si vuole anche se e quando non li si vuole.

E codesto chiaro – neh? – pensiero è tutto ciò che ho da rispondere a una domanda che ti accorgi è talmente fuori luogo che ora davvero nessuno te la fa finalmente più ma se davvero ancora me lo chiedessero, sarebbe solo un sorriso.

A mano a mano ti accorgi che il vento ti soffia sul viso e ti ruba un sorriso…

 

Mezzaluna

Guidando nella sera già oscura, che scende all’equinozio, pensieri quieti, spazi di introspezione. La sera in cui chissà quanti bambini, piccoli, dormiranno leggermente agitati, per andare incontro a quella cosa nuova che tutti gli hanno chiamato addosso scuola.
Anche PonciPonci sarà tra loro, Ponci che ha visto il grembiule e ha detto “io quel coso non me lo metto o me lo metto per andare a pescare”.
Silenzio, da sola, un’emozione presa a prestito la mia.

Non mi dimentico di me, mi è stato chiesto se talvolta mi sento sola, da sola. No. La mia paura, al limite, per indole, è quella di perdere di tenerezza, spiegavo a Namica, giorni fa, che a mancarmi è solo l’esercizio della tenerezza.

Nella notte prima del primo giorno di scuola, per i bimbi della parte salva del mondo, e per me.
Silenzio e la canzone che spesso dimentico essere per me la scoperta della tenerezza.
Mi riaddormenterò e ricomincerò a sognare.

Bonus

Dal 25 agosto calpesto i corridoi dell’Istituto Durocome che non amo più. Alla faccia di chi ti dice “finita la pacchia eh?” la sera prima, come se tu fossi uno studente e non un docente.

Tra riunioni, esami di idoneità, debiti, scrutini, dipartimenti, ne ho di aver capito già la rotta. Mi son già anche rotta. Anche se poi la sera mi trovo al pc con entusiasmo a preparare la nuova sfida dell’animatrice del villaggio duepuntozero che di duepuntozero non ha alcuna velleità.

Al collegio mi è stato annunciato che ho vinto, evviva, il bonus dei docenti. Che lo abbiano concesso a chiunque abbia compilato la domanda, passa in secondo piano. Che alcuni non abbiano voluto compilare la domanda perché il denaro è vile e cotali non lavorano certo per denaro, mi scivola senza attrito invece in terzo piano, il piano inclinato della mia indifferenza e di anche un vaffanculo.

Insomma ho vinto ma non so ancora che cifra mi spetti perché la cifra lo Stato ce l’ha solo indicata ma stanziata no. Insomma non c’è. Insomma è virtuale. Insomma prenderò un bonus di merito che somiglia tanto al bigliettone da un milione del signor Bonaventura, di mia bambina memoria. Ho vinto!

Ho vinto anche la rottura da caldo e ho ricominciato a portare la zampa fasciata dai 200 den microfibra bellamente sugli aperitivi in spiaggia, lago pane e salame e il lago che sparisce e lascia il posto a spiagge perdute.

Ho vinto perfino a biliardino, gol al primo minuto, poi basta, giù a ridere.

Poi, la solita canzone.

 

Perfect

C’era una canzoncina allegra molto 80’s dentro cui una tipa con la permanente cantava sopra una chiatta lungo fiume malgrado piovesse lei aveva l’ombrello e cantava “peeeerfect” con una pronuncia che per anni è stata la parola più bella da pronunciare.

La canzone la associo (perché associo troppo a chi non c’è),  a una compagna di liceo non esattamente la stessa che stasera mi ha accolto e mi ha ascoltato. 

Senza che io mi fermassi un po’a chiedere di lei. Cosa che spesso con facilità rimprovero al mondo.

Con facilità spesso di perfect in me non sento più nulla e scusarsi a che serve, dopo.

Eppure stasera accolta guardavo oltre la siepe della casa, già al buio, si stagliava una casa accarezzata dall’ultima luce salente delle notti di luglio. Quasi accolta in un quadro.

Della tizia eighties che se ne fotte che piove sotto l’ombrello sulla chiatta lungo fiume non ho niente. O forse sì.

Ringrazio in silenzio chi sempre mi accoglie. Poi tornerò evidentemente a dare. Perfect.

O document

Credo che poche persone esterne alla scuola sappiano in cosa davvero consiste il flagello del “documento del 15 maggio” ovvero quel faldone di informazioni sulle classi quinte da approntare con la storia scolastica della classe, la presentazione e le singole parti di ogni docente e disciplina.
Un modello che ogni scuola ha in certo qual modo codificato; scuola che vai grafica del modello che trovi.
Dove per grafica si intende il testo giustificato questo sconosciuto, l’impaginazione omogena su Rai 3 a chi l’ha visto e cose buone di pessimo gusto.
Un modello che nel 2016 con il registro elettronico, se fossimo furbi a pagare quelli migliori e ad usare comunque bene quelli così cosà, comporterebbe fatica di meno. Un documento che si smazzano i coordinatori delle classi quinte e i colleghi te lo mandano via e-mail e poi “fai tu vero l’assemblamento?”.
Cavoli, certo, 15 maggio su coraggio.
Questa la premessa.
Quest’anno ho condiviso una cartella su Drive. Ho spiegato come si fa, mandato l’invito, aspettato la prima protesta, puntuale “perché imparare una cosa nuova così ora alla fine dell’anno?”. Certo facciamo l’anno prossimo. Così imparo.
Gli altri nicchiano, la cartella è vuota.
Stamattina l’apoteosi. Il collega della materia quella che se ne dovrebbe fare a meno di averla, la materia e pure il collega, mi avvicina e dice ” senti io sono molto imbranato con la tecnologia non ho un account gmail quindi non riesco quindi te lo mando via email il documento”
Quindi vaaaa beeeeene.
Apro la mail che non contiene alcun file allegato.
Perché lui il documento lui lo ha scritto direttamente nel corpus del messaggio.

Io non posso vivere incazzata, gente, vi è rimasto un zichinin di napalm in cantina?

Damme o document; damme o document o document tu me l’ à dà…

Sfilacciare

Si sta sfilacciando.
Il blog, il bisogno di narrare.
Uno dei matrimoni che mai avrei pensato fragile. Ma che ne so io, forse lo sono per definizione.
Si sfilacciano un po’ le cose, penso a colazione, girando il miele nello yogurt e l’antibiotico, pure.
L’avete mai sentita quella che la colazione è il pasto più importante della giornata?

O avete una colazione indimenticabile? Io sì. Di cui restano tracce sfilacciate e bellissime, nella memoria.
Quando uscii dalla tenda di quell’incredibile campeggio in cui le francesine si snudavano i tedeschi si ubriacavano e tutti e dico tutti tende teen ager e motorini facevano notte a ballare con la musica a palla. Quando uscii dalla tenda di prima mattina, nel silenzio assoluto delle francesine nude, dei tedeschi che smaltivano la sbornia e andai a colazione.
Un locale disadorno, un self service, l’abusato yogurt denso col miele, io da sola col ragazzo della colazione, il mare di quella spiaggia nera, famosa, e una musica solenne.
Solenne uguale a quel silenzio e alla beata solitudo di cui evidentemente facevo esercizio già allora. Fu un attimo chiedere al ragazzo della colazione che musica fosse, lui a scrivermi il nome su un biglietto che sarebbe entrato in un negozio di dischi ad Atene per uscirne una musicassetta. Secondo me ce l’ho ancora. E la musicassetta, e il bigliettino, pure.

La mia prima colazione indimenticabile, la seconda fu un’altra ma quasi non me la ricordo più.
Era il 1993 e sì, facevo parte degli italiani partiti tutti di corsa tutti quanti per il Mess, per le isole greche. Spostati dal film di Salvatores.
Che poté a lungo e più di qualsiasi spottone turistico a venire di cupole blu, casine blu.

Che l’arte muove di più, messaggio ottimistico della colazione.
Come quando mi è stato chiesto “come facciamo a far venire gente al Durocome” e ho sentito spottoni turistici, quasi.
Quando basterebbe l’arte. O insegnare ad arte.

Marta e il lago

Intanto, nelle settimane che si rincorrono, c’è stata anche questa nuova esperienza, nuova, prima, ultima e data per fallimentare nell’agenzia delle mie personali scommesse 44:1

Lo sapeva solo una persona che l’avrei fatto, almeno fino al giorno prima, quando poi i più vicini tutti a dirmi “che bello, brava”. Che bello brava un paio di palle non lo potevo dire, che non è sempre peccato andare sentendosi laudare benignamente di quel che l’è vestuta. Ma sapevo che l’unico a capire sarebbe stato giusto Silvestro che prima domanda “a che ora è posso venire e poi dice no no, lo so, ok non ci sarò” seconda domanda è “ma sei sicura”. No, che importa.

Che non è stato scrivere la storia, ci sono voluti sei minuti e mezzo, la storia è come se ce l’avessi avuta lì da sempre. Premeva per uscire. Forse per il sorriso, per i capelli fermi come il lago. Anche provarla, registrarla su un file audio, modularla, immaginarmi le espressioni, i gesti, in particolare quello a indicare la vena, la varice sulla gamba.

Sapevo chi avrei portato sul palcoscenico; una che al limite faceva la suggeritrice da dietro le quinte alla sorella timida che sul palco era un leone, una che al saggio di canto “bella voce ma non puoi cantare con la testa incassata nel collo con la voglia di sparire”, una che alle assemblee sindacali piuttosto che il microfono usa il pennarello sulla lavagna di carta, una che di timido non ha nulla, strano, però.

Il file audio più carino si è inviato alle “ragazze della cucin Continua a leggere “Marta e il lago”

Con quella faccia un po’ così

Assonnata la faccia mentre salivo in auto di amici che chiesero vieni con noi da un’amica? Per la proprietà sacra e transitiva e antipigrizia del “les amis des amis sont tous mes amis” che, sentite bene, è un franco meneghino, salivo in auto sull’autostrada più bella d’Italia priva di traffico e di autogrill e all’uscita dal Turchino che nessuno mai spianò  la nebbia Piemonte diventa ligure sole.
E vento. Tra Ovada e Masone.
E l’amica da raggiungere è una donna splendida che si occupa di una cosa bellissima, la casa dei cantautori, in via del Campo. Cioé mica una Genova a caso.
Che io poi la conoscessi già questa città ma camminarla insieme a chi te la racconta parola di Faber dopo parola di Faber sotto una sua chitarra, anche, è stata tutta un’altra storia.
Camminare Genova tra le sue scritte sui muri, con chi lavora in libreria davanti al mare, chi lavora sull’ascensore di Renzo Piano, chi in un bugigattolo dove formano dei superlativi cioccolatini, con chi lavora a che il centro storico non venga abbandonato del tutto all’illegalità, con chi cucina il merluzzo fritto secondo tradizione ma ha gli occhi a mandorla.
Camminare fino a calpestare e capire per la prima volta davvero com’è acciottolato un creusa de ma’, camminare fino alle sinestesie di campopisano.

Con quella faccia un po’ così e un vestitino nuovo comprato lì (ah, i ricorsi; anche un’altra volta accadde di restare attaccata a una vetrina di vicolo e tornare con un pomeriggio di Genova vestito addosso), quell’espressione un po’ così, la professoressa roceresale se ne è tornata a scuola seminando complimenti per quanto è carina ultimamente coi vestitini della befana e un ciuffo di mare tra i capelli.

Nemmeno poi parlassero di me.

Ps. Pare che su Rai1 alle 11.00 del 23 gennaio la tivù abbia a mostrare un po’ del cuore di questo post.

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