Sabato, domenica e lunedì

Sabato c’è la poesia, Sereni, la Pozzi, la grandissima Menicanti, la linea lombarda, per dirla come si dice. E di sera un teatro, sostenibile, leggero, dell’essere.

Domenica c’è l’amicizia, che ti provi i miei trucchi, i trucchi dell’amica sono sempre meno verdi, del resto lo meriti, due ore con me a girare la città per trovare il giusto fard. L’amicizia del risotto, della neve che scende sui vestiti a 39 ma prima costava 93, gli sconti palindromi, i nostri, l’amicizia dell’a votare c’è tempo, domani. I lupini preelettorali, roba da naufragi della Provvidenza.

Lunedì c’è la domanda, mammaseiandataavotare, babboseiandatoavotare, sì, io no, ci vado alle due. C’è Ponci che escluso dalla domanda mi guarda dal seggiolone e impettito risponde “gììa io tono andato a votare eh”. Bravissimo Ponci, e mi dice “ora posso metterlo il tuo burrocatarro?”.

E così, momenti di essere. Mi godo la sequenza prima che lo spoglio mi spogli del sincero sentire che questa (mia) regione, neve o non neve, cambi colore

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Amour (de terre lointaine)

Riconoscersi.

In una domenica in cui il tramonto è grigio ma profuma; in un pigiama tenuto addosso dalle dieci; in un gatto che ti fa aprir la porta alla campagna sei, sette volte; in uno schermo del pc che brilla tutto il pomeriggio coi libri a fianco, perfetta integrazione; negli alunni incastrati in classi virtuali dove adesso non possono fingere di non aver visualizzato; in un telefono che per fortuna è stato muto; in un’assenza che pareva da un momento all’altro aprire finestrella di skipe e sentire una voce che è sparita da un anno ma saprei rimodularla su audacity, con audacity e non me ne pento. Riconoscersi è sapersi. A memoria, contro la propria di memoria.

La domenica sera che porta verso il cine e stasera è il turno di Virzì. Ma che un ponte festivo ha fatto raddoppiare l’appuntamento e anche giovedì era domenica (come per il burattino che vive dentro me). E giovedì mi sono seduta davanti al film di Haneke con i grandiosi Jean-Louis Trintignant e Emmanuelle Riva.

E ho tremato dall’ inizio alla fine. Davanti a un capolavoro fatto di tempo, di visi, di gesti, fatto solo di realtà. Di respiri, di figli che per amore hanno risposte più sicure, di pianoforti toccati da dita malsicure. Sono uscita che non sapevo più parlare, convinta della durezza di questo film. La durezza di argomenti, quali la malattia e la vecchiezza, che vorresti solo  spostare, spostare da te. Non si è spostata di un millimetro l’angoscia che pervade l’appartamento borghese parigino fino sentire il nastro isolante sugli stipiti del mio cuore; non si è spostata ma è diventata amore. Il titolo è tutto quello che resta. E non è poco.

Se ne avessi mai la forza (una forza d’umiliarsi, eh) spedirei il dvd in terre lointaine con una dedica che suggello qua, per evitarlo e per conservarlo, l’amore. La dedica sarebbe a un uomo per cui l’amore è senza chiedere e senza condizioni. Povero. Povero uomo senza l’amore.

La regola della gatta inopportuna e del doppio musicista

Perché quando cominciano i primi freddi, cominciano i gatti a starsene in casa, perfino la mia che è nu poch zoccol. In realtà va così, si passa fuori tutte le notti (‘a zuccolella) poi alle sette sente suonare la sveglia, arriva alle finestre, bussa ed entra. Lei entra e io esco. Tutte le sere tranne il martedì. Perché al martedì sera, puntuale, nemmeno fosse che s’avess veré a ballarò, la zoccolella si acciambella ai miei piedi, ai piedi del letto e si rilassa fino a mattina. La mattina del mercoledì. Il giorno libero della sua proprietaria. La mattina alle cinque. Pare che lo sappia che volevo dormire ierimattina alle cinque quando e la gatta vuol mangiare e la gatta vuole bere e la gatta vuole uscire.

Mannaggia gatta sei inopportuna che sto anche leggendo la casa del sonno di Coe la sera e tra gente che è insonne e gente che confonde i sogni con la realtà, mannaggia gatta inopportuna, che pure stamattina alle cinque hai fatto la gatta che vuol mangiare e la gatta vuole bere e la gatta vuole uscire. Io volevo solo dormire, che alla prima ora in terza mi pareva di non aver chiuso occhio per ore, poi invece la seconda ora in quinta ho ricordato, se ho sognato, ho dormito, alla casa del sonno. Gatta inopportuna lo fa per i miei REM.

E sognavo due maestri di musica, uno vecchio e uno giovane. Ad entrambi avevo dato appuntamento in un salone comunale, immenso, in una stanza piena di mamme con bambini e uno di questi non lo sopportavo proprio da quanto era fastidioso e gli mollavo un pizzicotto tutta soddisfatta ma l’importante era che stavo lì a piedi e mi preoccupavo di come tornare a casa col buio ma poi una telefonata del musicista vecchio mi faceva comprendere di aver sbagliato qualcosa nell’orario, li avevo sovrapposti i due maestri di musica e quello più vecchio dalla bella voce non sarebbe venuto più e pazienza che gli confessavo che forse le note sul pentagramma nemmeno le conoscevo più, non potevo far lezione a quei bambini (di cui uno, che gran scassauallera era eh, con le mamme a bersi l’aperitivo). Ah ma il maestro di musica, il secondo, il doppio, il più giovane, uno coi capelli da violoncellista, quello arrivava, e lì sì che nel sogno cominciava tutta e dico tutta un’altra musica. Una musica ma una musica mi faceva, quel virtuoso dello strumento, il doppio musicista.

La favola insegna che “Sonno di meno, musica più”

Altre regole del gioco, più regolari sono apparse a partire da qui.

QuBì

“Ma è normale che mi sembri di conoscervi da una vita?” chiedo io.

Loro ci sono abituate e mi dicono sì, e poi Chiacchiere-pranzo-chiacchiere-eremo-chiacchiere-spiaggia-chiacchierealquadrato.
L’avevo promesso, acqueemente che non mente mai, birre, libri che spuntano da ogni sponda, insalate pret à balconer, pankeics al cioccolato, buchi nel ghiaccio che son buchi nel ghiacciolo, le guardo e dico da quanto vi conosco, da sempre, da oggi, da sogni di passare a piedi nel granturco ma mi dicono no, guida, andiam dai coccodrilli che la ‘povna li vuole vedere. Poi vede solo il padre del figlio del trota.

Poi torna anche la quarta; così, sul ferry-boat e sull’altra sponda, complice l’amica reale, dove reale significa realizzare che tra reale e virtuale é sufficiente un tavolo, l’accoglienza, l’idromele (pare sia propizio alle novelle spose). Un goccio anche di quello; le chiacchiere diventano al cubo, QuBì. Solo cubiche sembrano bastare. Così ad un certo punto si fa notte, perché a contar coincidenze, si sa, non si finisce mai.

La notte in viadellago è di brezza serena, il balcone va seduto di culo a piedi nudi, chi accende sigari svizzeri chi finge di fumarli, chi versa due dita di torbato. QuBì.

Il giorno dopo si ricomincia. Il sentire ora è un polinomio, qualunque cosa diamine io ricordi che sia. E ora come faccio a salutarvi, ditemi che mi viene il magone e ora mi sentirò sola? Facile: ci si rivede presto. Mandatemi sms appena arrivate eh.

Ore 20.41 una scrive grazie di tutto, arrivata, a prestissimo
ore 20.42 l’altra scrive grazie di tutto, arrivata, a prestissimo

ore 20.43 sono tuoi gli occhiali rimasti in bagno? questo lo scrivo io al quadrato, ovviamente.

PS. Ho conosciuto La ‘Povna e la Noisette. Sono contenta. Han portato del sapore qui. Un po’ di sale. QuBì. Anzi molto di più.

ah sì, quel pezzo di M.

perché te ne devi andare qualche giorno, hai le occhiaie, pari un panda che ce l’hai pure la panda e frigni anche p’andà al mare. campeggio. gli amici servono a questo, soprattutto quelli che la sera prima ti dicono campeggio, porta le lenzuola che se fa freddo. e tu stai ancora frignando che ti sei truccata come un soccolone da sbarco proprio perchè così giuri di non frignare ancora, e ti portano al jazz che a Stresa c’è Mehldau mica pizza e fichi, uno bravo bravo bravo ma però devi fare la sacca per il campeggio.

E ci arrivi in campeggio, con il lenzuolo appunto. E le federe? aehm. e il sacco a pelo? ma io non ce l’ho più il sacco a pelo, lo regalai. e la carta igienica? aehm. e l’accappatoio? aehm. Gennà t’ho detto campeggio, cazzo. Ma la tenda è nuova, è più grande, c’ha la veranda che il mio sguardo è una veranda, e metti l’asta blu nel buco blu, e gonfia il materassone e i tedeschini davanti in metà tempo han messo su tutta la Doicland e te mi stai ancora all’asta rossa nel picchetto giallo. Li battiamo quattro a tre? La tenda è storta, io sono storta più che mai. Ah, il campeggio. Fin da quando mi ci portavi che non dovevi asciugare le lacrime ma solo il costume, per me era la libertà. Ah, il campeggio.

Le mattine al campeggio, nei bagni, rotolo in mano, fila alla porta e poi eccoti. Apri la porta e dici lo sapevo lo sapevo che non c’era il wc. Accucciata in quella posizione così, così naturale, a vedere dallo spiraglio i piedi delle campeggiatrici che passano che pensi ecco ora mi schizzo tutte le birkenstock di pipì poi come faccio ma la questione è mica la pipì, è l’atto grosso e pensi se cado se cado appoggi una mano al muro santa campeggiatrice protettrice di tutti i batteri da campeggio, se cado in questo buco, che ora avrei bisogno di un’interiezione da fumetto per significarvi lo sforzo, avete capito, no? e con tutti i piedi che passano dici ma sì chissenefrega, lo devo fare. E senti suonare la musica degli angeli che dici, è andata anche stavolta, al campeggio.

Che in campeggio sei costretta pure a voltarti, in bagno, e dici dove l’ho già visto io questo? ah, sì era solo un gran pezzo di m.

di naturalità possente

alle 6.28 come scrivevo a qualcuno, tipo che alle 6.28 la gatta fa la curva chicane sulla tua testa, ti salta in testa e sulla schiena. che alle 6.28 lei ha fame non è procrastinabile. e tu alle 6.29 versi i croccantini nella ciotola e tu che tipo dalle 15 alle 18 hai circumnavigato a piedi un lago e dopo 12 chilometri e la doccia hai fatto paf sul letto e quando ti sei svegliata sei andata al cinema a vedere la prima gran cagata di film come non la beccavi da dieci anni e durava quasi tre ore che per una cagata sono davvero tante e ora sono le 6.30 se non mi riaddormento subito mi cucino la gatta di sabato santo. Che poi alle 6.30 fuori dalla finestra ci sia il coro di tutti i più strani versi di volatili, riaddorméntati eh.

alle 10.10 capisci che ti sei riaddormentata perchè rispondi allo smerdphone alla collega spanata che ti chiede vieni a fare un giro in centro ma tu dici quale centro io abito a 40 minuti da quello che tu chiami centro e lei risponde ah ma dove abiti tu, io pensavo qui. Ma sono solo tre anni che lavoriamo insieme, non fa niente, allora buona pasqua, vado in centro che non fai a tempo a dirle sì auguri che squilla il fisso, la telefonata dell’amica triste di sabato perché il sabato santo è comunque sabato che lei deve fare quella cosa che detesta per quella persona che detesta. Poi le citofonano, io dico son le 11.05 vado a fare la pipì di nuovo lo smerdphone, e ora chiedo una tregua per il caffé, lui lo sa. Apri la finestra sui ciliegi, ti congratuli per il tempo semibrutto che terrà lontane le orde milanesiche vogliose di picchinicchi. Io anche, di picchi. Di picchi di ostilità. La gatta che dalle 6.40 acquietata la fame se ne sta sulla sedia Poang dell’Ikea in quella posizione invidiabile che è la ciambella completa con zampa sulla testa viene sfrattata per disonestà e vendetta. Ma lei è un attimo, sul davanzale che vede i passerotti nel ciliegio e salta giù per naturalità possente.

Per naturalità possente. Non so quale spazio ci sia tra oggi e domani per una non-praticante ma non-atea anti-clericale ma lettrice convinta di riviste gesuite, che la pasqua e la morte e la resurrezione non ti lasciano indifferenti se credi all’uomo e metà alla filosofia, che la forza per addobbare la casa di pulcini e ovetti e rami gialli per se stessa sola, non l’ha trovata, che è americana dentro per questi addobbi di facciata ma solo dentro che fuori fu tutta menzogna. Per naturalità possente. Che arranca davanti (dietro?) le feste comandate. Com’andate, dov’andate?

Eniuei, a voi sinceri auguri.

p.s. non andate al cinema, quello sì, a vedere “piccole bugie tra amici”. I francesi devono fare i francesi, non devono imitare il grande freddo, i personaggi tutti tipizzati, viziati ricchi borghesi e trionfanti quando il pescatore di ostriche li chiama tutti bugiardi e al funerale dell’amico sorridono sbofonchiando retorica e le parigine abitano tutte sopra i bistrot e le irrequietine non sanno amare ma poi rimangono incinte e tutto cambia e si versa la sabbia del mare del nord e gli omofobi si abbracciano e insomma tutte ste cagate qua. Ché in ordine io detesto le smorfiose cannabinensi con gli occhi da cerbiatta che restano incinte, le ostriche, i viziati ricchi borghesi, e i francesi (nonché italiani) che voglion far gli americani.

nulla a Aosta

Fasi di isituto gare di sci. Ma io non scio, devo proprio? Posso ciaspolare? Dice il collega sì tu farai l’addetta alle pettorine, vai all’arrivo della pista, 20 minuti di ciaspolata, “ragazzi all’arrivo voi trovate la Gennara e le riconsegnate i suoi pettorali” (ah, ah, ah).

Com’è come non è, nulla osta che io alle 5 e mezza del mattino sono pronta di tutto punto, per affrontare il freddo siberiano ignorando il favonio della sera prima ed esco che tra doppia canottiera, felpa termica, calzamaglia, cappello con falde di pelo e scaldacollo,  l’omino della Michelin mi fa un baffon.

Com’è come non è, nulla osta che alla stazione giù -aosta- affitto le ciaspole chcosasonoquellecoseprof rosa shocking prendo gli impianti e salgo su -pila- . Su significa che con le ciaspole per arrivare alla gara bisogna fare 4km a piedi nel tunnel delle auto o prendere la seggiovia e la Gennara, in quanto addetta ai pettorali, lo skipass  non ce l’ha e su non glielo fanno più a prezzo scuola.

Com’è come non è, nulla osta che senta sopravanzarle della idrofobia e degli acciderboloni a quelli di ed.fisica, categoria da lei acciderbolata da sempre ma che da sempre ormai le han probato il carattere. Così riscendo giù -aosta- abbandonando gara e pettorine (come faranno anche un po’ di ragazzi furbacchioni), vado al noleggio dove in cambio di ciaspole mi mollano sci e scarponi (e se penso che li ho pure tirati giù dall’armadio iersera gli scarponi miei, lucidi e nuovi), spiego tutto alla cassa, mi danno un giornaliero prezzo scuola, risalgo su -pila- e crepi l’avarizia nulla osta che mi affitto pure il maestro per un’ora.

Funziona come la biciclettta o come il sesso che non te lo dimentichi? mah, nulla osta che scio fino a quando le gambe mi reggono (poco), le rinforzo con un piatto di polenta conscia, conscia pure io dei miei limiti, scendo piano piano senza guanti, siamo a 7 gradi di sole eccezionale. Quando di nuovo giù, mi tolgo gli scarponi, mi pare di volare. Una Pila di piacevolezze.

E poi mi lamento che non mi accade mai nulla. Sì, oggi nulla a Aosta.

ogni gatta ha il suo gennaio 3 (e di alcune prove)

Prove dell’esistenza del narratore onnisciente

che se non esistesse:

1) ora non sarei sul balcone a gennaio con quattordici gradi a correggere compiti in classe con gli occhi assolati di lago


2) MimmanonMimma non avrebbe telefonato qualche giorno fa dicendo “ti va se prendo l’auto e arrivo con una cassa di radicchio, non ho voglia di fare un cazzo, ce ne stiamo a casa, io e te e il radicchio. E così Treviso-Viadellago 355 km di sincera amicizia.

3) io e MimmanonMimma non avremmo iniziato la mattina del suo compleanno (una vera gatta di gennaio) saltando sul letto come bambine e io cantavo paolo conte e cuanta pasiòn nella vita e poi non avremmo pianto a turno ridendo delle battute dell’altra a turno che si ride e si piange in un’intera vita. Che poi non è vero che non abbiamo fatto niente.

4) Morettino de’ Latintristi  non avrebbe preso 7 in un saggio breve sul ruolo della donna tra il Medioevo e il Rinascimento e ci ha capito ché ora abbiamo un probabile ometto intelligente di donne in più.

5) mia sorella non mi avrebbe invitato a mangiare il risotto stasera con il MIO radicchio eh eh

6) non avrei per esempio incrociato la blogger Maggie in giorni incerti d’autunno, diventando invece certo che dove si taglia altro si cuce altro e anche lei ora da ieri ha la sua meravigliosa gattina di gennaio e io le invio una carezza anche se non sono là

7) mio padre al mio “non voglio tornare a scuola domani, non ne ho voooogliaaa” non avrebbe risposto ridendo “vieni che ti firmo la giustificazione, bambina”

8) la caprara vicina di casa non farebbe sempre fuoco che farei fuoco io su di lei ma oggi no ché nel prato quel profilo di scialle, grembiule, fazzoletto in testa, passo gobbo e malfermo mi è sembrato di Sud e famiglia, mi è parso nonna, quindi perdono

Prove della NON esistenza del narratore onnisciente

che se esistesse:

1) forse e dico forse ad ascoltare questa canzone del boss (http://www.youtube.com/watch?v=UIu-1rIZp0o) proprio ora non sarei sola, il sole sui cuscini si allagherebbe doppio e sarebbe una domenica come le nostre,  svegli dopo abluzioni di baci a dirci su quale lago andiamo a mangiare e invece non è così. Smettere di amare mi è tossico come per lui è salvifico. Roba brutta. Coglione di gennaio. Coglioni. Quelli che ho sempre avuto, io.

Ehllosò che le prove a favore sono di più di quelle contro. Ehllòcapito, mica son scema.

Il ponte sugli stretti (geografia degli affetti)

Il ponte inizia sabato con un’amica che arriva e il bel fanciullone Giuseppe (che pare il Garibaldi) che canta

Se ne volete vedere delle altre dovete andare dalla brava Nadia, qui:

Il ponte prosegue domenica a cavallo tra Piemonte e Liguria ché dovevamo conoscere miss sorriso e ci siamo messi sulla Picasso tutti a cantare “per fare un albero ci vuole un fiore” con la piccola Verdena cascante di sonno, che cantava a palpebre chiuse, ed era tenerissima che mi ha fatto capire come starei ora, e quanta piccola Verdena sarebbe giusto giustissimo ci fosse ora qui, insieme a me.

 

Il ponte va avanti lunedì, quando risalgo in auto con l’amica che se ne va e arrivo dritta dritta a spaventarle il gatto e a iniziarle il pane. Per cui mi siedo a tavola davanti a un piatto di culaccia con frittelle di parmigiano. Poesia.

E lunedì sera sono in teatro e stavolta ascolto cantare Giuseppe Battiston insieme al trio Sidoti (nientedimeno che Marangolo al sax). Il precario e il professore. Ascoltatene un assaggio qui. Come la Silvia mi accoglie merita un post a parte, il prossimo, sul pieno martedì.

E così, mercoledì, perché io il ponte lo faccio lungo (altro che Calatrava, una pippa quel Verrazzano) mi trovo dal coiffeur e ci faccio salotto con Sara e Gabriella (un’amica di oggi e una di sempre).

E ora la notizia che aspettavate tutti (ahò): ci ho dato un taglio!!!

PERSONAGGI E INTERPRETI (GLI STRETTI), in ordine di apparizione: Kat, Dente, lo Ste che non vedevo da 5 anni e l’ho incontrato fuori dal locale e mi ha dato un’informazione preziosissima (come nei film in cui ti appare il santo, insomma), Sa’ con Cinzia e le splendide Sibilla e Verdena e donna Floris, Dora, Edi, Silvia con Pà e lo sparso, Ivano Marescotti e il suo teatro, Massimo il norcinaro (abbisognava la menzione), Fabrizio e le sue magiche forbici, Gabriella senza Maddalena (che però me la porta a novembre, quasi 4 anni e i 100 cm come traguardo), Sara che non le ho nemmeno bevuto il té e il treno l’ho perso comunque.

Geografia del ponte degli stretti: casa – Alessandria – Novi LIgure – Reggio Emilia – Faenza – Bologna – casa  circa1026 chilometri di amicizia dice Gugol

Si è mangiato assai e bene qui:  http://www.cascinadegliulivi.it/                  http://www.trattorialapieve.com/la-trattoria

Morale della favola: grazie di starmi stretti, sempre.