Cambiare versetto

a volte cambiare verso può sembrare facile, così:

“Le cimici assalirono tutto il paese e vennero a posarsi in tutto il territorio. Fu una cosa molto grave: tante non ve n’erano mai state prima, né vi furono in seguito” (cit.)

Di conseguenza, però ce lo vedete poi John Belushi, alla biondona armata:

“Non ti ho tradito. Dico sul serio. Ero… rimasto senza benzina. Avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi aveva portato il tight. C’era il funerale di mia madre! Era crollata la casa! C’è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Le cimici! Non è stata colpa mia! Lo giuro su Dio” (cit.)

a volte cambiare verso è un’esigenza ironica, così:

Le trovo ovunque. Nel bicchiere, sul pavimento, in classe, nel letto, neeeel leetto alle due di notte, nella manica del maglione. Stamattina nel tirare giù la zanzariera, una ventina mi sorridevano e mi facevan puzzetta. E io lì, a spostarle con un foglio A4 per non ammazzarle, le cimici. Giorni interi di A4, questi.

Tutto il giorno sto con una scimmietta e un cavallo bianco

Tra quelli che poi ieri han scelto il telefono per farmi gli auguri, e devo dire che c’è stata questa carezzevole inversione di tendenza per cui no feisbuc, no solo uazzapp ma tantissimi che dicono “che diamine, la voce” tra cui quelli splendidi che proprio non ti aspettavi quanto bene, allora se sta inversione di tendenza fosse un must un trend, dai va bene e tra questi a un certo punto mi sembra di riconoscere il numero della filiale della mia banca. Mia in senso improprio, eh. E mi dico “carini vah la banca che carini pure loro mi dicono magari non solo auguri ma un regalo, che so, un mese gratis di servizi” e invece no, il compassato impiegato dice “son pronte le sterline”
Già, son pronte le sterline.

Che io da mesi la mattina ascolto in streaming una radio londinese di notizie, giusto per avere nell’orecchia i barbarismi e due giorni fa sta radio diceva “dentist” e “minnesota”. Ora, va bene che io quando ho imparato l’inglese, semmai sia davvero successo, due delle prime parole eran proprio “minnesota” e “dentist” e sto blog ne fa fede, ma mi son detta tre cose mentre ascoltavo, 1) che sono scema 2) che non capisco l’inglese 3) che c’ho un’ossessione. Fatte salve tutte e tre che son vere, era vero pure che dicevano “dentist” e “minnesota” e poi anche “lion” ho capito e che non dicevano al mio segno zodiacale. Meno male che c’è feisbuk quindi, quando non in inglese, ho capito tutta la storia. Del cacciatore e degli articoli in cui tutti ora cacciano e vogliono linciare e sfanculare un dentista del minnesota. 
Ehh, ci siete arrivati tardi, ma join the club. 

Certo, quello che ho in mente io al limite era un cacciatore di sgnappera e non ancora a pagamento, però, poarell.

Ma quel telefilm datato quasi quanto chi vi scrive, con l’orfanella petulante e lentigginosa, con quella luce a picco, pieno di pirati, bambini soli, a voi non inquietava? Brrrrrrr, a me sì.
La gatta, gatta semianaffettiva sostenuta e pure nu poc zoccola ieri notte ringhia da dietro le persiane, si fa aprire, salta sul letto, si aggancia alla coscia e un minuto esatto la fine dell’impasto al copriletto sento tic, tichetic, tichetichetac e arriva la grandine e il diluvio universale. Beati quelli che capiscono cosa sta succedendo con almeno un minuto di anticipo. 
Da villa Villacolle è tutto. Baci.

Ricevere

Due mamme in coda al ricevimento in un’altra classe “Professoressa, la stavamo aspettando, volevamo solo salutarla, abbiamo i figli minori adesso in prima, peccato non riaverla, magari in terza speriamo”
(Intanto penso che in una classe prima ne manca una oggi, manca al conteggio all’improvviso, manca alla vita, manca, maledizione e si leggeva sui visi e nella normalità forzata)

Al ricevimento, il mio. “Professoressa, grazie, Pierino è contentissimo di averle dato una mano col podcasting delle lezioni”
“Professoressa, Gigetto è cresciuto tanto in questi anni, è maturato, adesso mi fa certi discorsi che lo devo spegnere, quasi, e ci chiede di leggere i libri che legge con lei per poterne parlare con noi”
“Professoressa, Ventodi(sup)ponente sta matteggiando, provi a parlargli lei”
Alla fine del ricevimento, la collega, un buonumore ben assestato.
A casa penso “ora scrivo a Ventodi(sup)ponente” e non faccio in tempo a pensarlo che sul canale telematico un messaggio di Ventodi(sup)ponente mi chiede “prof posso parlarle un giorno di questi?” Sì.
E tra gli altri messaggi anche tre dei Latintristi “prof, allora per la nostra prima cena da lei, io (Bromur a nome di tutti) verrei prima ad aiutarla a preparare.
E tra gli altri messaggi i tre palindromi -di altra meravigliosa piramide- anche in una chat divertentissima in cui fissavano la cena edizione di dicembre senza nemmeno consultarmi “prof va bene anche un brunch”.

Auff nemmeno il tempo di stare a grattare il paiolo, qua. 🙂

Che strano mese di sìvembre, denso dentro ai no d’acqua.

La professoressa mo’ mo’ mentre scrive è sdraiata sul divano, ad intermittenza fissa il soffitto un po’ in fissa e vede qualcosa che si muove. Striscia. Sottile bianco. Se è un cagnotto, n’ata vota, devo rifare il giro delle farine e scovare il nuovo covo. O convincere il ragno nell’angolo opposto di andarselo a prendere lui.

Il casco di Marte

E l’edonismo di qua, e quant’è bella giovinezza di là, e l’allegoria a destra, e Botticelli a sinistra. E Marte abbandonato come solo dopo gorgoglii orgasmici si possa fare, vedetevelo là, a testa reclinata. E le armi, la cosa più importante per un guerriero, le armi, perderle è disonore, ma non vi sembrano meravigliosi quei puttini bruttarelli, a dirla tutta, che giocano con le armi abbandonate di Marte, guardate il casco dov’è… Ci giocano col casco…

…ma prof, perché lo chiama casco?
Del casco di Scipio s’è cinta la testa…

…lo raccontavo a Silvestro mentre appunto mi sfilavo il casco che ottobre ancora fa andare in motocicletta, e ridevo, ridevo, ridevo di me.

Sto rincoglionendo, parecchio. Va detto.

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from my small window

Se ne è andata una settimana al condizionale, non so se le sapete, di quelle settimane in cui l’indicativo salta ed è tutto un essere dove non si sarebbe (voluti) essere, un lasciare le salsiccette di norimberga a metà e correre dove non ci si sarebbe aspettati di correre, rimandare quello che si avrebbe voluto finire, pensare alle cose che non vorresti nemmeno immaginare, cancellare da trenitalia punto com il treno che ci avrebbe portato dove ci avrebbero accolto e passare infine da una farmacia di turno. Di domenica, che domenica la settimana al condizionale finisce.

La prossima si presenta con un paio di quelle belle. E un incontro misterioso, misterioso assai. E quella dopo ancora con un paio di quelle ancora più belle.

Sperando che l’indicativo si riprenda i suoi giorni.

La canzoncina è per il buona settimana a chi passa da qua

Sì malcostume?

Che l’unico giorno di sole pieno me l’ero passato al lago dalle nove del mattino alle ventitré della sera, ed era stato un giorno bellissimo, iniziato dalla colazione nella pasticceria buona buona nella quale Bromur mi promise mi avrebbe offerto il croissant migliore della provincia quando mi avesse incontrato e non fossi stata più la prof. E infatti, meraviglioso Bromur, lui, la colazione, il croissant, il lago, il sole.
Poi il pomeriggio era precipitato in spiaggia tra incontri noti, non noti, telefonate e interviste che andranno anche su programmi radio.
Ma a dirla bene la stimmata cioè lo sbrego che campeggia sul ginocchio destro e non guarisce, eterno segno, è la prova di quando tenti di fare il bagno e ci sono le rocce. Ero lì, scivola piede a destra, sbrega polpaccio a sinistra, quando appare il ragazzo più bello del mondo che si avvicina e mi dice “così non ce la fai, te lo dico per esperienza, in questo punto l’unica è sederti su quel sasso lì piatto e buttarti in mezzo sennò ti fai male”. Io male me l’ero già fatta ma non abbastanza da guardarlo e dire però. Soprattutto quando si è rivestito, ha rimesso sul braccio la fascia profescional dell’aifon che conta quanto corri. E mi ha detto “ciao, buon bagno”. Fanbagno se era carino, il barbettino castano, mentre io lì col costume vecchio dell’anno scorso, quello col volant tipo gonnellino da jenni la tennista dei tempi che furono. A dirmi che mal costume.

La mattina dopo ero in negozio, voglio un costume a fascia un po’ fescion, prova la quarta prova la quinta riprova la quarta, vada per la quinta, mi raccomando controlli la quinta, eh. Bikini rosso smerlettato nel sacchetto, bimba felice, da lì pioggia e diluvio, addio lago, addio barbetta castano.
Nel frattempo sono riuscita a metter la crocetta sbagliata sul modulo giusto e mi son giocata il posto all’istituto durocome. Vabbé, questa è una nota di costume.

Ok. Siamo al costume italiano. Tirem innanz sta storia.

Poi al trentacinquestimo giorno di dacci oggi il temporale quotidiano, per sfinimento si prende l’auto nuova, la si riempie di sediolina, tenda, sdraietta, ombrellone, fornellino, materasso gonfiabile e si va a campeggiare in Francia, mica in albergo dove sei dentro e fuori è solo pioggia e francia. Bensì in campeggio, così fuori è solo sole e francia. Che va bene. Fino a quando mi infilo il costume e dico che strano, sul cartellino c’è scritto quarta. Gò sbajà ancora, maledizione. Non messo. Rimesso nel sacchetto. Scostumata.

Allora si entra in un negozio di costumi francesi, belli belli. E le due madamuaselle “uh la bell puatrin de chi la belle puatrine de là” compro un costume il contrario che adamitico, un po’ musulmanico, un tankini che ora so cos’è un tankini, un coso che così non prendo il sole sui segni, che a sen tropé tutti van con il sen al vent, io fo controtendenza. Che poi infatti la mattina però cambio idea e dico “ma poi a casa o l’anno prossimo se incontro il barbetta castano che ci faccio co sta muta fiorellonata”, torno dalle mademuaselle molto meno gentili del giorno prima, sarà che la cartdecreditt nulavon deja striscié, chiedo il cambio da tankini a bikini ma bien sur rispondono, fingono di controllare la taglia, la vedo bene che c’è, mi dicono “jesuìdesolé” nu lavonvendiù. Non è vero peggnente, putains de madamuaselle, e mi tengo il brutto costume restandoci un po’ mal.
E questo è il costume francese.

Oggi che son tornata da quell’inondazione azzurra di nuovo qua, con 18 gradi son tornata a cambiare il costume italiano. Le dico sciura, controlla ti controlla mi, alla fine abbiam messo nel sacchetto quello sbagliato. La sciura dice impossibol che ne aveva solo due e la quarta l’ha venduta ieri, è sicura. Sciura, il cartellino dice così. Sciura, povera mi guarda. “Lei non ricorda, le ho invertito i cartellini per poter darle la mutanda più piccina”. Che culo. E mi apre la fascetta della taglia della fascia e c’è un numero romano inequivocabile. Una grossa V di vaffanchiù va come sto esaurita.

Urge giornata di sole, se ritrovo il barbetta faccio voto che lo seguo di corsa, in kayak, a nuoto, nel pentatlon, al decatlon. Magari a comprare un buon costume.

Il rientro

Rientrare a scuola dopo due mesi senza sapere bene quanto e come volessi rientrare. Chiedere a un’amica, cosa mi metto. Sapendo che il vestito scelto aveva due significati, uno per alleggerire, l’altro per alleggerire.
Rientrare a scuola dopo essermi sentita vecchia perché una volta ero io la giovane supplente e adesso era lei la giovane supplente a dirmi “ho imparato di più in un pomeriggio a lavorare insieme che in due anni di TFA”. Rientrare a scuola dopo aver constatato che la mia supplente ha fatto cose belle che io non so fare più, che all’entusiasmo dei primi anni ho sostituito un più veloce spendibile pallore metodologico.

Rientrare. Essere accolta dai colleghi che mi vogliono bene che in due mesi si sono fatti sentire e vedere ed essere abbracciata, bentornata. Essere accolta da colleghi che non mi vogliono nulla e correvano a baciarmi con l’odioso bacio a guancia lunga senza guardarmi negli occhi ma dove la curiosità morbosa li guidava. Faccedachiulo.

Rientrare nelle classi. Quelli di terza, che finalmente, posso ribattezzare i Bifidi Attivi, a guardarli come sempre, cercando di capire come fare che questi non li prendo. In prima, indifferenza un po’ sì un po’ no, segno che al biennio metto meno, di anno in anno, e me ne duole.
E poi prendere la strada dell’aula dei Comeback, essere fermata sulla porta dal bidello Coca “perché non ci sono tutti in classe”, non rispondere il tanto ovvio “embé?quando mai?” E, per aver subdorato qualcosa, fingere di avere una cosa importante da fare in segreteria così da arrivare in ritardo.
E rientrare. Con loro in piedi, una pianta sulla cattedra, un cuore rosso disegnato sulla Lim e uno scroscio di applausi.
“Dunque, gli applausi aspettate di farli davanti al feretro, per la pianta ho il pollice nero mi spiace, se volevate commuovermi no, davvero, ho avuto cose più serie per cui piangere”. Il tutto detto sardonico. Così Ventodi(sup)Ponente ha potuto dire “adesso sì davvero Bentornata! Le piace il carciofo rosa pungente che abbiamo scelto per lei?”

Roceresale la mattina dopo si è destata roceresale, pareva già di non essermi assentata mai.

Oggi il pomeriggio è passato al vivaio a scegliere il vaso giusto, il bastoncino giusto, il nastro adatto per salvare Ryan, il carciofo rosa. Ché Svanito, chi altri mai, quando ho rischiato di entrare in classe e non eran pronti, ha fatto scatto felino per coprirla col suo corpo e l’ha quasi rotta, la pianta del carciofo rosa.

Salviamo il carciofo Ryan

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L’allegro chirurgo

-Si è sfilato un tubicino nella notte. Corra. Le devo togliere l’altro, ora. Ah, ma qui c’è in corso un’infezione, la devo suturare senza anestesia. Ahi. Suvvia. Finga che sian zanzare. Di queste dimensioni? Sa, io vengo da Pavia. Perché è così preoccupata? Una strana formazione? Va là, vesciche, è allergica ai cerotti. Sciac! Ahi. Va tutto bene. Ah, qui c’è piccola necrosi-.
Necros dal greco vaffanculos.

Poi lo guardo bene, ho tempo. Da dietro. Alto, ampie spalle, gambe lunghe, non so quanto virile, di quella virilità che ti semberà sempre appena rubata all’odore di pane. (La cesta del pane, prova, oh chirurgo)

O è virile rubato ai profumi di giugno, quando sono le dieci, le strade son luci, poche ore e son baci e le zanzare un corollario nella storia, te ne freghi di zanzare mentre scopi.
Allora ho capito dove mi fa male. (Su, mano ferma, tocchi, sono all’osso del desiderio)

Desiderio. Vedersi, riconoscersi, guardarsi, capirsi, in vent’anni ogni volta stupirsi con stizza della propria immagine riflessa. Vent’anni cancellati in pochi giorni. La si può chiamare estetica? Aistanomai, dal greco vaffanculos, era ora.

Il crampo dello scrittore vedrò cosa fare; le farfalle nello stomaco, invece, lasciare lasciare!

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Del quarto piano e del ragù

Litigano, discutono, si acchiappano su una qualsiasi frase.
Son qui ad aiutarmi, mentre mi trascino addosso quelli che l’infermiera ha chiamato “i cagnolini”, tubicino a destra tubicino a sinistra, portati in un sacchetto fucsia (fuschias direbbe Ponci Ponci). Mi sfilano la felpa, mi portano il cellulare, il bicchiere d’acqua, mi toccano come fossi ancora una figlia. E lo sono, figlia, e misuro quanti gradi di separazione tocchino le vite adulte. Lui ierisera mi imboccava, con cura.
Lui smozzica una critica su qualsiasi cosa faccia lei, lei lo manda a cacarissimo ad ogni sillaba. Sai che circo.
Io sono tornata, stavo al quarto piano, pare nevicasse ma è destino che a questo giro d’inverno io non veda la signora bianca. Al quarto piano ero quasi in abbandono, c’ero solo io e quand’anche si mostrassero bianchi dai bordi blu, azzurri, bianchi dal bordo verde, quelli avevano aghi in mano per antibiotici per cui ho urlato.
Io urlo sempre per cose secondarie, a quanto pare.
Sarà perché lei sfrigolava cipolla e sedano per il ragù e lei lo sa che non mi piace il macinato nel sugo. Sarà perché lui tornava dalla farmacia con articoli due su quattro dicendo “mica me li avete detti agli altri due”. No detti no, ma urlati come solo per cose secondarie, nelle migliori famiglie.
Lei non sopporta i gatti e le scatolette del cibo dice che puzzano, ma forse sono io, mami, senza tanti forse che la prima doccia come cielo comanda la vedrò la sentirò per tra tre o quattro settimane. Eguaglierò in olezzo tepido e molle un cammello, un armadillo, un porcellino d’indie. (Fa tanto rock!). Lui lo abbiamo spedito di nuovo in farmacia, io ho rimesso i cuscini in verticale, la gatta si è installata come doverosa sul collo dei piedi, il paracetamolo 1000mg quasi non lo prendo.
Penso che sia famiglia d’origine e d’arrivo non ce l’ho e se anche l’avessi avuta non mi avrebbere accordato la fiducia o il benestare per questo piccolo viaggio al quarto piano dove non vedevo nevicare; i miei invece l’hanno un po’ subìta questa decisione. Lei; lui non l’avrà nemmen capita.
I miei nella stessa stanza, io che penso molte cose, penso che lei non è in forma, penso che lui è rimasto lui anche dopo la frattura di tre anni fa quando mi urlò la cattiveria della vita per cose (non) secondarie.
Penso che li ho, che è rocambolesco e scemo fare la conta su quanto e fino a quando. Non conta.

Conta che li guardo mentre battibeccano e io così vicina al silenzio assoluto secondo me stasera il paracetamolo me lo faran prendere davvero, per sfinimento.

Intanto piove, far del meteo è una certezza in sto paese, la scuola l’ho vista solo dai vetri dai fuori, laddove piove sulle solite favole belle e sulla solitaria verdura che quasi quasi ci preferisco il ragù

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