‘cause I try and I try and I try

Quando due anni fa accettai di candidarmi a tale carica, non sapevo minimamente, gnuranta che sono, a cosa sarei andata incontro, di cosa si trattasse, bastava una tessera perché venissero a cercarti. E la tessera c’era e c’è.

Due anni di rappresentanza sindacale; ad ogni assemblea sono due anni di vita che consumo. Roceresindacale.

Lo dico in ufficio, mi rispondono “non ho necessità alcuna di sviolinarti, sai, ma lo fai proprio bene” E ancora il buon Netto “sono contento, le persone cominciano a conoscerti ed apprezzarti in questo ruolo, apprezzano le tue capacità di mediazione”

Mediache? ahahahahahaha

Dovrei dire a Netto che durante le lunghissime riunioni di contrattazione l’unica cosa intelligente che a tratti penso, in mezzo a quei numeri, è “baciami stupido”.

Intanto la scuola va, l’inverno procede, il gatto si stiracchia, la simulazione di mutuo mi ha depresso, sabato andrò da un parrucchiere e a casa han detto “addio piangerà tutto sabato sera”, il pensiero è continuamente materia.

Tranne per lo stupido, che non bacia.

Muta

Ci sono parole che mi conquistano, mi prendono, spesso con forza, giocano con me, non se ne vanno mai. Le parole.

Quanto ci vuole per esempio per completare una muta?

A quali temperature risalendo, è rinunciabile la muta?

E si può festeggiare un compleanno restando muta?

 

So rispondere inevitabilmente solo alla terza domanda.

Eri diventata la mia migliore lettrice, il messaggio di posta elettronica più caldo, cui rispondere fu sempre più difficile fino ai giorni della nessuna risposta. Oggi che non ci sei più, il dono, come capita, di compleanno, muta me lo fai tu. Lasciandomi novembre che poi per uno strano gioco di parole che non han tradito mai, è rimasto più che no, sìvembre.

 

Ciao, Esperanza

that’s no way to say goodbye

Quattro anni fa tu che ti amavo tanto non c’eri già più, c’era solo un albergo a Venezia.

E c’era tenersi le mani con quegli amici; qualcuno anche di loro, lo è meno, da tanto.

I0 c’ero qui: e sono commossa solo a ricordarlo, trovassi il video in cui si sente solo la voce tonata su quel lalalalala lala lala lala lalalalalala laa la laaa

Oggi non c’è più nemmeno quel distinto signore col cappello che ci ha uniti tutti tu, me, loro.

Solo un errore, errare, potrebbe farvi passare di qua.

Nel caso, è per voi:

 

 

 

può nascere un fiore nel nostro giardino

I figli già non li si vuole quando li si vuole, e i figli li si vuole anche se e quando non li si vuole.

E codesto chiaro – neh? – pensiero è tutto ciò che ho da rispondere a una domanda che ti accorgi è talmente fuori luogo che ora davvero nessuno te la fa finalmente più ma se davvero ancora me lo chiedessero, sarebbe solo un sorriso.

A mano a mano ti accorgi che il vento ti soffia sul viso e ti ruba un sorriso…

 

Strade

Il pacchetto agognato, per un errore di calcolo arrivò alle 17 del lunedì che mi vide in aeroporto alle 16 per cui l’agognato contenuto del pacchetto resto lì. Poi lì ci andò in vacanza uno dei tre del trio Archie, Eno e il terzo appunto che si è offerto di conoscere Brenda e andare a prendermi il pacchetto per portarlo in Italia non senza portare dall’Italia un dono per Brenda. Così questa estate si è prolungata di continuo sulle vene cariche della mia gamba, cariche di strade.

Che collegano tutti quelli cui voglio bene a coloro cui voglio bene.

Per il pacchetto agognato va saputa una mia manìa anzi due anzi tre:

le spedizioni

i profumi

e questa cosa qui.

L’autunno è iniziato timido ma quando timidezza mi spinge il naso nel collo dei primi dolcevita si sprigiona una dolcezza, una voglia di essere svolta e addentata come una rotella della Haribo.

La regola del bacio sul pavimento e della gente che passa dentro casa

Alla fine Netto è entrato nei miei sogni, si è seduto insieme a me sul povero parquet di pino chiaro della mia stanza, seduta pure io, sotto la finestra, ha fatto un’eccezione (così diceva) e mi ha baciato.

La sera dopo nel sogno c’era una colonna di gente che per andare dove doveva andare passava da un corridoio che mi attraversava casa, con mio certo disappunto.

Com’è come non è, è ora che chi ha voglia di passare o addirittura sedersi sul pavimento, trovi meno confusione, dopo anni, è doveroso.

Le altre regole, qui

Mezzaluna

Guidando nella sera già oscura, che scende all’equinozio, pensieri quieti, spazi di introspezione. La sera in cui chissà quanti bambini, piccoli, dormiranno leggermente agitati, per andare incontro a quella cosa nuova che tutti gli hanno chiamato addosso scuola.
Anche PonciPonci sarà tra loro, Ponci che ha visto il grembiule e ha detto “io quel coso non me lo metto o me lo metto per andare a pescare”.
Silenzio, da sola, un’emozione presa a prestito la mia.

Non mi dimentico di me, mi è stato chiesto se talvolta mi sento sola, da sola. No. La mia paura, al limite, per indole, è quella di perdere di tenerezza, spiegavo a Namica, giorni fa, che a mancarmi è solo l’esercizio della tenerezza.

Nella notte prima del primo giorno di scuola, per i bimbi della parte salva del mondo, e per me.
Silenzio e la canzone che spesso dimentico essere per me la scoperta della tenerezza.
Mi riaddormenterò e ricomincerò a sognare.

Bonus

Dal 25 agosto calpesto i corridoi dell’Istituto Durocome che non amo più. Alla faccia di chi ti dice “finita la pacchia eh?” la sera prima, come se tu fossi uno studente e non un docente.

Tra riunioni, esami di idoneità, debiti, scrutini, dipartimenti, ne ho di aver capito già la rotta. Mi son già anche rotta. Anche se poi la sera mi trovo al pc con entusiasmo a preparare la nuova sfida dell’animatrice del villaggio duepuntozero che di duepuntozero non ha alcuna velleità.

Al collegio mi è stato annunciato che ho vinto, evviva, il bonus dei docenti. Che lo abbiano concesso a chiunque abbia compilato la domanda, passa in secondo piano. Che alcuni non abbiano voluto compilare la domanda perché il denaro è vile e cotali non lavorano certo per denaro, mi scivola senza attrito invece in terzo piano, il piano inclinato della mia indifferenza e di anche un vaffanculo.

Insomma ho vinto ma non so ancora che cifra mi spetti perché la cifra lo Stato ce l’ha solo indicata ma stanziata no. Insomma non c’è. Insomma è virtuale. Insomma prenderò un bonus di merito che somiglia tanto al bigliettone da un milione del signor Bonaventura, di mia bambina memoria. Ho vinto!

Ho vinto anche la rottura da caldo e ho ricominciato a portare la zampa fasciata dai 200 den microfibra bellamente sugli aperitivi in spiaggia, lago pane e salame e il lago che sparisce e lascia il posto a spiagge perdute.

Ho vinto perfino a biliardino, gol al primo minuto, poi basta, giù a ridere.

Poi, la solita canzone.

 

Olive Kitteridge

Recensire libri non è il mio mestiere. Premessa.

Ci ho messo due mesi e dico due mesi a finire il libro di Elizabeth Strout. Inizialmente avrei potuto pensare che non mi piacesse, è un libro di racconti e io coi racconti faccio fatica, non ci vo d’accordo. Poi quella mania che se inizio un libro di giorno lo devo portare avanti con la luce del giorno e se lo inizio di sera non riesco a leggerlo se c’è il sole.

E le giornate al lago finiva che non ero mai sola e la chiacchiera prevaleva sulla lettura, di quei racconti così tristi. Costruiti però in modo che la protagonista, antipatica un bel po’, quasi più di me, secca e di indole appuntita, fosse il fulcro della narrazione anche quando la narrazione avvolgeva altri personaggi.

Tutti a muoversi tra le maree e le stagioni di un luogo molto charmant, un Maine che conosco bene, avendolo girato anni fa in lungo e largo.

Poi a rallentare sono arrivati i giorni broccolinesi con altre doverose letture in altra lingua.

E poi l’incidente diciamo così alla gamba, che mi ha tenuta in castigo senza lago e insieme a Olive Kitteridge, centellinata un poco al dì, luce del sole.

Quando ho chiuso il libro è stato come non averlo chiuso mai, ci sono rimasta intrappolata dentro. Una sensazione quasi mai provata prima. Non di immedesimazione, impossibile con l’austera  Olive Kitteridge; più di essere il personaggio di seguito del racconto mancante, in una casa, in un’età, in un fervore che non se ne vogliono andare.

Il finale del libro è straordinario, quasi commovente.

Mentre leggevo, due mesi quindi a centellinare, ho scoperto che è già pronta una serie tv per la HBO voluta e recitata dall’attrice che apprezzo di più, Frances McDormand. Non è la Olive Kitteridge che ho immaginato io (ovvio) e non ho mai seguito una serie tivù in vita mia, non avendone nemmeno i mezzi.

Sarà interessante fare un’eccezione.

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