Di venerdì

Non sai bene come stiano precipitando le settimane, è sempre venerdì.

Il venerdì poi ci sono quelle tre ore consecutive in quinta.

Questa quinta bistrattata, chiamati bifidi attivi in terza e poi quasi mai narrati, questa terza e quarta e quinta di zavorrette corte, faticose, tristi, tenaci, dure, non fatte proprio per le arti.

Son partita a razzo, di venerdì, con loro e con Baudelaire e Verlaine e avete mai ascoltato almeno Rimbaud di Vecchioni? E poi Carducci che non c’entra molto e che mi piace, sapete, io voglio io voglio adagiarmi in un tedio che duri infinito. Sì, vero, poverini, ho detto che non lo avrei fatto Carducci e ora come faccio, ne scelgo poco, dai. E poi su Pascoli, sapete, chiù, e su quell’altro capace di starci mesi, sarei. E quest’anno niente pioggia nel pineto, chi vi interrogherà agli esami, s’arrangi, si studi il meglio. Eh, ma ho dimenticato Campana. Chi è Campana, ridevano i porelli, di venerdì. Ma Campana non posso non farlo Campana.

Tullìolo mi guarda e dice “prof, quando fa così, è buffa sembra una mamma di quelle in negozio che vedono una cosa e dicono beeeelllla ma subito ne vedono un’altra e dicono beeeellla”

Tullìolo ma come? La mia passione per i poeti trasformata nello shopping compulsivo della media casalinga?

Tullìolo ride, io anche, qualcuno dice “prof, è un abbassamento comico”.

In questa quinta bistrattata, chiamati bifidi attivi in terza e poi quasi mai narrati, questa terza e quarta e ora quinta di molte zavorrette corte, faticose, tristi, tenaci, dure, non fatte proprio per le arti. Lo so, si saranno sentiti sprezzati terzogeniti dopo i due figli belli e grandi.

Lo so, uno splendido venerdì, e danno quel che dai.

 

 

 

Il rientro

Rientrare a scuola dopo due mesi senza sapere bene quanto e come volessi rientrare. Chiedere a un’amica, cosa mi metto. Sapendo che il vestito scelto aveva due significati, uno per alleggerire, l’altro per alleggerire.
Rientrare a scuola dopo essermi sentita vecchia perché una volta ero io la giovane supplente e adesso era lei la giovane supplente a dirmi “ho imparato di più in un pomeriggio a lavorare insieme che in due anni di TFA”. Rientrare a scuola dopo aver constatato che la mia supplente ha fatto cose belle che io non so fare più, che all’entusiasmo dei primi anni ho sostituito un più veloce spendibile pallore metodologico.

Rientrare. Essere accolta dai colleghi che mi vogliono bene che in due mesi si sono fatti sentire e vedere ed essere abbracciata, bentornata. Essere accolta da colleghi che non mi vogliono nulla e correvano a baciarmi con l’odioso bacio a guancia lunga senza guardarmi negli occhi ma dove la curiosità morbosa li guidava. Faccedachiulo.

Rientrare nelle classi. Quelli di terza, che finalmente, posso ribattezzare i Bifidi Attivi, a guardarli come sempre, cercando di capire come fare che questi non li prendo. In prima, indifferenza un po’ sì un po’ no, segno che al biennio metto meno, di anno in anno, e me ne duole.
E poi prendere la strada dell’aula dei Comeback, essere fermata sulla porta dal bidello Coca “perché non ci sono tutti in classe”, non rispondere il tanto ovvio “embé?quando mai?” E, per aver subdorato qualcosa, fingere di avere una cosa importante da fare in segreteria così da arrivare in ritardo.
E rientrare. Con loro in piedi, una pianta sulla cattedra, un cuore rosso disegnato sulla Lim e uno scroscio di applausi.
“Dunque, gli applausi aspettate di farli davanti al feretro, per la pianta ho il pollice nero mi spiace, se volevate commuovermi no, davvero, ho avuto cose più serie per cui piangere”. Il tutto detto sardonico. Così Ventodi(sup)Ponente ha potuto dire “adesso sì davvero Bentornata! Le piace il carciofo rosa pungente che abbiamo scelto per lei?”

Roceresale la mattina dopo si è destata roceresale, pareva già di non essermi assentata mai.

Oggi il pomeriggio è passato al vivaio a scegliere il vaso giusto, il bastoncino giusto, il nastro adatto per salvare Ryan, il carciofo rosa. Ché Svanito, chi altri mai, quando ho rischiato di entrare in classe e non eran pronti, ha fatto scatto felino per coprirla col suo corpo e l’ha quasi rotta, la pianta del carciofo rosa.

Salviamo il carciofo Ryan

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Quindici anni fa

Li guardavo oggi, dalla cattedra, quindici anni loro, quindici anni scolastici io che insegno. Li guardavo con fatica, la fatica di un primo giorno che non volevo arrivasse stavolta, pesa. Li guardavo e mi sembrava, di alcuni, aver già visto quella faccia, non so in quale anno, in quale scuola. Ho gettato da poco, con rammarico, schede di presentazione e messaggi di alunni del passato. Non li ricordavo quei nomi, d’acchito ma a scorrerli, affioravano i visi. Ho gettato.
Ora i primi miei ex alunni, di quindici anni fa, hanno 31 anni, hanno mariti, mogli e figli. E io no. Io che la famiglia sono loro. Anche quest’anno. Li guardavo, mentre cercavo cosa dire di nuovo e non c’è molto da dire, sempre più piccoli e distanti.
Mentre li guardavo vedevo me, un punto fermo, il punto fermo e loro, la folla dei quindici anni camminare veloci e oltrepassarmi nell’altra direzione.
Come nella scena scontata di qualche film banale, sulla solita fifth avenue. Vedevo questo, piatto immaginario di metà settembre.

Una poesia di Antonia Pozzi di cui non ricordo il titolo, in cui lei, la piccola grande Antonia, ricorda i suoi libri del liceo tenuti insieme dalla cintura, un oggetto che a malapena ricordo di aver visto alle elementari. E rimpiange quel tenere unito negli anni slabbrati della sua appena toccata maturità.

l’amore fa l’acqua buona

Assente dagli schermi, mi sono sfilacciata poco poeticamente in tempo tra scartoffie, quelle che i colleghi sanno e anche quelle che i colleghi non sanno.

Mi sono sfilacciata anche alla cena coi Latintristi e l’ultimo sabato del loro liceo (il loro, roceré, non il tuo, lo capisci?) che quasi non passavo a salutarli tanto poi vi vedo, il diciannove, esce Pirandello, temo. Talmente sfilacciata che sto ancora leggendo la dedica su un libro, guardando le foto di chi l’ha voluta tenendomi in braccio. E in sala docenti che se vedo piangere la collega di fisica piango anche io. La campanella era suonata, l’orologio staccato dal muro (gli arredi, pure gli arredi se li portano i docenti da casa) e quello che con te, per vie traverse, s’è fatto cinque anni davanti a tutti dice che si ricorda com’eri vestita il primo giorno, e che dissi, come presentazione “guardate bene il vostro compagno di banco perché l’anno prossimo non ci sarà più”.

Esco dai corridoi con quell’idea che dopo i Latintristi, ora posso davvero cambiare lavoro. Senza di loro senso non ha. Dura mezz’ora la sensazione, che sui tabulati dei Comeback, lacrime e sangue, letture estive, saranno loro quelli di dopo.

Domani finisco lo scrutinio e prendo un treno che porta a ciottoli levigati. Lo faccio di straforo, sbaglio ma ci sono errori necessari.

Ponci mi spiega di una “pecca ffortunata che il galleggiante, zia, tirava dotto e io di trota ne ho preda una tola, perché l’altra di è dlamata ma in quel laghetto, zia, ci dono anche i lucci e i pettici che mamma fa il ridotto coi pessici, zia” A Ponci mancano solo le esse ma ha una buona presa e possesso del linguaggio specifico della disciplina. A me non manca nulla.

La commissione sulla carta sembra quella che farà un buon lavoro, un sabato di otto giorni fa che sembran mesi sono andata a dare il benritorno a una ragazza che tornava dalla città gemella, ci tornava con un cognome gemello, con un incorcio di sguardi sulla strada, non era un sabato qualunque, non era un sabato italiano. Ma il peggio sembra essere passato.

Infatti nella casella di posta elettronica trovo questo “ATTENTION! The travel authorization submitted on July 6, 2011 via ESTA will expire within the next 30 days. It is not possible to extend or renew a current ESTA. You will need to apply for a new ESTA. Please reapply at https://esta.cbp.dhs.gov if travel to the United States is intended in the near future. If there are 30 or more days left on the old authorization you will receive a warning message during the application and be asked if you wish to proceed.”

Quando ti scade l’ESTA, puoi estartene qui, Esta tié.

Insomma quasi quasi quando non scrivo vivo e metto della parole adeguate alle cose che poi somigliano di più all’amore che fa sagge le donne, perfino me. Tutto quello che ho, mentre lancio un ciottolo levigato a mare, per tutti quelli che incrocio nel male e nel bene. La seconda che hai detto.

Se ci siete, grazie, un calice.

maturità t’avessi preso prima

Fino a 30 secondi fa questo blog constava di 222 articoli. 222, non mi si può dire che non sia un numero affascinante. Scrivo rompendo un’armonia (chissà che scrivere non sia sempre farlo, però).

Sono appena andati via. Viadellago era un rumore di voci, un fiume di vene fervide, di adolescenti. Sei alla volta che sei sedie ho, sei bicchieri, sei piccoli spazi vitali. Faranno a gruppi, gli altri, che vorranno venire. In ordine, la mia voce per ciascuno di loro: idee e tesine, il titolo, l’idea ultima del trenta di maggio, le commissioni in severo ritardo, st’anno, battute al limite della licenza, un linguaggio informale, di più il loro che non il mio.
L’ordine del disordine.

L’ordine di un cimelio ritrovato, la bic blu della mia maturità, sempre che io l’abbia poi presa una maturità. La mostro loro, prof quanto ha preso di voto di laurea? Pochissimo, forse detengo un record negativo in quella facoltà. Voglio dimenticare, ma ormai non serve più. La bic non scrive più.

L’ordine dell’amore. A luglio sarò orfana dei miei Latintristi. Ragazzi che non lo sanno, e come possono saperlo quanto hanno lenito un dolore e di quale dolore. A luglio li saluto, sì lo so, ce ne saranno altri.
Di Bromur, forse no, anzi lo so, no.
Ragazzi che amo, che se ne vadano con quel pezzettino di amoremio per il mondo, mi han fatto da figli mentre ne perdevo. Son cresciuti bene. Diversi, pensanti. Belli.

In ordine, in senso antiorario, le loro voci, le tesine a posto, fetta di torta, che alla mezzanotte della sera precedente il forno andava, in viadellago, allora una ciambella e voci voci.

Ora restano i grilli, sono appena andati. I grilli che mi ubriacano. Saranno i finissimi sistri d’argento.
Sono felice, davvero.

“e poi magari la smetto e mi lascio
di nuovo amare anche io,
non so se da lui o da chi sarà. prima o poi.
Pensi che ci riuscirò presto? non ne sono
sicurissima però sto meglio
quando la pianto, di sapere
cosa ne so di me”

penna

Manifesto

Glielo spieghi ai Comeback cosa è un manifesto di poetica. Tutto bene, controlli che abbiano capito, tieni alto il morale della truppa (poveracci, autoflagellàntisi) e dici, farfugli cose come intenzioni programmatiche, cifre stilistiche, insomma se avete capito, papale papale, quale sia il mio manifesto di poetica potreste dirlo.
Si erge Ventodi(sup)ponente (per gli amici da oggi Ventodisup) che si erge e per intelligenza in quella classe e per svogliatezza e per averci messo sei mesi a non farmi più la guerra. E dice, bellino, il manifesto programmatico della prof. Roceresale è declinabile essenzialmente in tre punti 1) il turpiloquio 2) l’odio per windows condito da un po’ di femminismo 3) i gatti. Bontàssua. Rido.

A pomeriggio correggo le versioni di latino per il cosiddetto recupero in itinere (appunto, è latino) e una alla volta mi parte lo scoramento più grande del mondo, sette ore sui participi, brano non d’autore sui participi, sei sufficienze risicate, una marea di tre, la débacle di quelli bravi.
Annuncio in diretta nella classe virtuale on FB i risultati, con tono disperante. Il dialogo si fa serrato a colpi di notifica

VentodiSup: è la nostra poetica, prof, che possiamo fare
Io: niente solo che domattina all’atto della restituzione, chiedo il permesso di utilizzare il mio, di manifesto e stavolta i gatti non c’entrano nulla.
VentodiSup: rimangono l’odio per windows e il turpiloquio. Quale sarà? Possiamo votare?
Io: no
VentodiSup: prof, non si arrabbi troppo, se vuole le regalo il mio gatto


Sic transit gloria manifestantis. Et sobrietas professoressae Roceresalae.
Ah, per il punto due e tre, in rete ho trovato questo di carino, perché la retorica inutile dell’ottodimarzo piuttosto esigerebbe qualche esempio del punto uno.

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non saprei farne più a meno

Tre giorni di stacco, la fine settimana del Carnevale Ambrosiano, quello che lo devi spiegare a molti che cos’è. Bom, pare che Sant’Ambrogio arrivasse in ritardo a qualche festa, come me. A certe feste non ci arrivo proprio. Che io il Carnevale l’ho sempre amato, da studente era facile, fine degli esami, prendi e parti, venezia per esempio, Bellinzona anche, anche casa, dai giorni della merla in poi studiavo il cosa mettermi, compravo stoffe lucide, pensavo, a testimonio resta la carrellata di fotografie dai quattro anni ai trentanove. Damine, stagioni, topoline, draculine, fragoline, pulcinelle, perfino da scatola un anno. E ho tutto in una scatola, infatti. Da docente il carnevale ambrosiano è un po’ scocciante: hai ferie quando tutto è finito ovunque. Ho Basilea e Colonia irrealizzate, Rio de Janeiro ma quello è solo un sogno.

No, non è del carnevale che non saprei più fare a meno, perché quest’anno la scatola costumi è rimasta proprio chiusa, “la metamorfica strega soffre d’altra inquisizione”.

È di prendere un treno e sentirsi chiamare “prooof, prof roceresale?” da una ragazza di tanto tempo fa, che ci tiene a riconoscerti, a parlarti, te la ricordi che non parlava mai, non pare lei, uscita dal bozzolo dell’adolescenza, mi dice sì è vero, finalmente sono la vera me.

È di tornare a casa, aprire la casella di posta elettronica e trovare il messaggio di un alunno esaminando da me presidente che mi scrive dodecasillabi mettendomeli al vaglio; il messaggio di un’alunna mia solo per un anno, l’unica che dallo sguardo pativa l’abbandono in quinta (non da me voluto, per inciso) che chiede se ho del tempo, per lei, che a scuola non mi incrocia, un consiglio, altrimenti fa niente.

È di rispondere subito, di dirle certo, e darle il cellulare e il contatto skype, forse sbagliando, forse non si fa.

È di questo che non saprei più fare a meno; a volte lo so, è poco, non mi fa completa, non mi fa del tutto donna. Però è quello che ho saputo fare. Per molto, me lo farò bastare.

Se avessi uno scanner, bontàvvostra, posterei i miei travestimenti di carnevale. Tutti. Stagione 1976-2012. Bontammia che non ce l’ho, lo scanner.