Ora e livòra.

Sivembre corre a passi ben distesi verso la stagione; la prima volta che in radio ho sentito la pubblicità progresso (chiamiamola così) che chiede di usare internet senza violenza, i forum senza discriminare e i blog senza aggredire, ci sono rimasta secca. Non sorpresa ma secca.
Fanculo (ecco, appunto) ai residui negropontiani di quando ho iniziato a lavorare e ho pensato che in rete e nella rete ci saremmo caduti tutti democraticamente.
E ci avremmo fatto letteratura arte astrofisica e social di qua e sòccia di là.

Livore. Una delle mie parole spreferite. Intorno a me cresce vigorosa la radice del livore. A scuola, tra i colleghi, mentre guido, in fila alle poste, nel cortiletto di casa all’ennesimo sbuffo di agognato usucapione.

Il livore non è cosa da pigri perciò non fa per me. Per il livore non si è mai abbastanza on taim on lain, on mai maind, on anista. Il livore esonda all’improvviso, con un “imbecille”, un “ma chi si crede di essere”, un “come odio questo”, un “non capisci”, un “ma guarda com’è ridotto”.
La nonna di roceresale direbbe che il livore “è fatt a cuòppo e chi s”o piglia se schiatta ‘ncuòrpo”. Roceresale dice solo che la rete è gratuita mica costa ottanta euro cinquanta minuti. Che non è la tariffa del piacere, eh.

No alla violenza nei blog; infatti qui solo gattini e tanto ammore.

Ieri il postino pigro e pomeridiano mi consegna questo pacchetto qua:
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Questo è l’astuccio che da domani sostituirà l’unico astuccio avuto in questi diciassette anni da prof. C’è sempre un astuccio 2.0 e una persona che da dietro le parole, da dietro uno schermo spunta, diventa un volto, una prossima gita, un dono.

Grazie Stravagaria: del dono, di come fai rete.

Il sacrificio dell’Arte.

Che i blog possano creare legami splendidi non è una novità. L’estate scorsa, mentre scavalcavo in bus i colli irpini in direzione Napoli, un ragazzo via sms mi scrisse “sarò quello con la camicia lilla”. Quel ragazzo apparve in scooter salvandomi dal degrado sempre più impossibile e doloroso in cui versa la zona della stazione Garibaldi. E sempre in scooter mi scortò negli angoli magnifici, anche quelli trascurati, della sua città, non dimenticando una capatina a piazzetta Nilo, che io amo moltissimo, per rilassarci e mangiare la classica pizza verace. La promessa è stata quella di ripetere l’incontro ma quest’anno non s’è potuto fare. Non ho mai ringraziato Lois blog to blog per la sua lezione di arte a cielo aperto e per avere conosciuto lui, un altro dei tasselli preziosi che l’esperienza nella blogosfera mi ha donato. Per questo e anche perché credo profondamente alla causa, trascrivo interamente l’intervento di Lois che oggi rimbalzerà su numerosi (spero) diari della rete.

Scrive Lois:

Ormai è noto che nel nostro Paese quello che dovrebbe essere il petrolio è ridotto a poco più di una misera attrazione. Il Patrimonio Artistico dovrebbe costituire la leva principale della nostra economia, divenendo non solo fonte di guadagno ma anche di reclutamento di risorse umane per impieghi dignitosi legati all’intero mondo della cultura. Purtroppo però tutto questo non accade.

La nostra Costituzione all’articolo 9 cita:
La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Uno dei principi fondamentali sui quali si fonda l’Italia.

Allo stato attuale il Patrimonio è in uno stato di abbandono, vuoi per carenze economiche, vuoi per disaffezione (non solo politica e soprattutto popolare), vuoi perché negli ultimi decenni il livello culturale – al di là di quello che ci raccontano – è crollato precipitosamente, lasciando perdere di vista i veri valori e tra questi i beni culturali ed ambientali.
Di tanto in tanto, per ogni governo e spesso per ogni ministro (vedi le ultime proposte dell’ex ministro Bray e dell’attuale Franceschini) c’è qualche nuova idea o qualche rinnovata versione aggiornata di vecchi decreti mai del tutto attuati. Poi si decide di accorpamenti, poi di soppressioni (vedi la recente decisione di annullare la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria meridionale), poi di chiusure e poi tutto va in malora. In considerazione del fatto che le leggi fondamentali risalgono al 1939 (aggiornate da una serie di decreti e leggine successive) e che ad ogni nuovo tentativo valido poi mancano le risorse, diciamo che il sistema è pressoché invariato da decenni, con strutture organizzative ed uffici preposti invecchiati di secoli, senza mai un reale rinnovamento e svecchiamento con nuova leva per la quale circa due decenni fa furono istituiti i corsi di laurea in Conservazione dei Beni Culturali, senza prevedere per essi un reale punto di contatto e inserimento nel mondo delle soprintendenze.

Tutto questo (che credetemi è veramente poco rispetto a quanto ci sarebbe da dire sul malgoverno del nostro Patrimonio) per sottolineare che a monte dell’intero sistema c’è poi il singolo individuo, fruitore del bene ma anche e soprattutto suo tutore [dal lat. tutor -oris, der. di tueri «difendere, proteggere», part. pass. tutus]. Proprio così! Ciascuno di noi, per essere membro di una società civile deve sostenere il valore del bene ed aiutarlo a vivere (indenne) per mantenere lo status di “testimonianza” per i posteri, seguendo l’esempio che già qualcuno, prima di noi ha fatto.
Purtroppo poi il cambiamento repentino della società e la forte riduzione del valore culturale, ha inficiato questo rapporto, creando una nuova barbarie, il cui esito finale è proprio la devastazione di quelle testimonianze.

Qualcuno di voi potrà certamente contestarmi che non tutto lo sfacelo può essere di nostra responsabilità e che se dall’alto manca la mano operativa ed i finanziamenti, ben poco si può fare contro il degrado. Ci sono però alcune forme di degrado che possono essere limitate o evitate del tutto e poi c’è l’amore ed il rispetto che potremmo gratuitamente infondere agli altri al fine di allargare questa catena di attenzione verso il Patrimonio.

Ormai lo sapete tutti, vivo a Napoli da quarantanni, un luogo che amo et odio con tutte le mie forze per quello che accade e per come è stata resa invivibile. In questa città il cui centro storico è nella lista dei Siti Unesco (titolo sempre in bilico, vista la quotidiana devastazione che sta voracemente dissolvendo i parametri che ne sostengono l’appartenenza), non riuscite a fare quattro passi insieme senza trovarvi di fronte ad una chiesa o ad un palazzo o ad una galleria dove l’arte, la bellezza e la storia convivono in una mescolanza da lasciare stupiti anche i più avvezzi. Allo stesso modo però, non riuscirete a fare quattro passi insieme senza notare che uno di quei siti è inevitabilmente compromesso (vuoi dall’abbandono, vuoi dalla sporcizia o peggio, dagli atti vandalici), spesso già negato alla fruizione da decenni di incuria e di razzie. In questa città poi (un po’ come accade in tutte le grandi città italiane – perché è utile ricordarlo, questo sfacelo è solo nostrano) c’è gran confusione con le titolarità del Patrimonio che spesso si devono scontrare in intricati meccanismi che vedono coinvolte la curia (per gli edifici sacri), la soprintendenza e i privati, in un susseguirsi di rimandi e infelici ed improduttivi scaricabarile che stagnano il degrado fino a renderlo condizione stabile susseguita solo da crolli e conseguenti lacrime di coccodrillo.
Da queste parti, alla cronica carenza di fondi e all’indifferenza sociale, ha assestato un duro colpo il terremoto dell’Ottanta, rendendo inagibili moltissimi monumenti (tuttora interdetti), elementi di un patrimonio infinito e di grande ricchezza purtroppo persa perché depredata da balordi e da professionisti che non hanno risparmiato nulla, neppure i marmi di rivestimento.

E così se volessi ora stilare ora una lista delle opere napoletane che sono state negate alla fruizione, avrei bisogno di un tempo lunghissimo, se però solo emotivamente voglio qui ricordare quelle che mi stanno a cuore e quelle che incontro lungo il percorso delle mie giornate vi renderete conto della gravità dei fatti e dell’immenso Sacrificio dell’Arte compiuto in barba ad ogni etica civile e morale.

In ordine sparso segnalo alcuni nomi di monumenti che mi vengono in mente (tenendo conto che molti di essi non vengono aperti da tempo immemore e di cui spesso, per evitare il peggio – purtroppo già accaduto – i loro ingressi sono stati completamente murati):

• Chiesa di Gesù e Maria (murato l’ingresso dall’Ottanta e svuotata di tutto)
• Chiesa monumentale della Sapienza a Costantinopoli e sua gemella di fronte di cui mi sfugge il nome (da che ho memoria non l’ho mai viste aperte)
• Chiesa di Santa Maria della Scorziata (di cui vi ho parlato nel mio Sacrificio dell’Arte)
• Chiesa di Donnalbina al centro storico
• Chiesa di Sant’Agostino alla Zecca (vista solo sui libri di studio)
• Chiesa della Trinità alla Cesarea (portale murato)
• Museo Filangieri (in perenne stato di crisi e senza finanziamenti)
• Palazzo Doria D’Angri (di proprietà privata, in vendita a lotti e in stato di degrado, il Salone degli specchi ospitò tra gli altri Garibaldi)
• Santa Maria Vetercoeli (al centro storico)…

Per chi volesse farsene un’idea più chiara:
http://www.corriere.it/inchieste/scempio-chiese-napoli-duecento-chiuse-abbandonate/fa033946-55d0-11e2-8f89-e98d49fa0bf1.shtml

Per chi poi volesse sensibilizzare l’opinione pubblica, ci può segnalare casi, esempi e documenti di degrado della sua città, dei suoi posti del cuore. Magari inizieremo in piccolo a scalfire quel muro di indifferenza che sostiene ingiustamente il Sacrificio dell’Arte

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Per te bisogna sempre scrivere e lottare

Per sfuggire al torpore della non scrittura, come antidoto all’abbandono del blog, come uno sbloccare il meccanismo di perdita di una lettrice a me cara.
Era necessaria leggerezza.

Per intelligente leggerezza ricevo e accetto un premio, il Talento Innato. Lo ricevo da un’amica di blog (e non solo), ringraziando il suo essere “bastian contraria dentro”, per aver ottemperato al tutto a modo suo, aver scelto di coinvolgermi.

Poche le regole, parto dalla quarta, rispondere a domande sulla scrittura, che far le cose in disordine o alla rovescia è il mio unico Talento Innato.

1) quando ho capito di amare la scrittura?
Se per scrittura intendiamo i segni, quelli li volli decifrare in fretta. Mi parevano la chiave segreta del mondo degli adulti. Roba da sguazzarci. Se per scrittura intendiamo il desiderio di trasmettere il pensiero, non ricordo momenti precisi. Ricordo il quadernetto delle elementari con le mie prime rime. Ricordo i miei appunti sul primo Dostoiesvki.
2) mi ispiro mai alla mia realtà?
Su questo blog sì. E anche su qualsiasi stralcio di prosa che mi sia mai uscita dalle bic. Non sono una scrittrice, non so narrare di vicende altre, costruire finzioni. In poesia era tutto diverso. La poesia, ecco ciò che rivorrei volentieri per me.
3) Se potessi partecipare e vincere una competizione letteraria o fotografica importante, quale sarebbe?
Coerenza vuole che risponda qualcosa come “premio Montale” (la cui fondazione si deve a Maria Luisa Spaziani che ci ha lasciato ieri per l’ultimo viaggio). Poi c’è da dire che in Italia vincere un premio di poesia ha una visibilità diecimila volte inferiore a quella che si ottiene scrivendo qualche cacatina su facebook per cui non fo nemmeno la parte di quella ambiziosa 😉
4) In cambio di una ingente somma di denaro, riusciresti a realizzare qualcosa lontanissima dalle tue corde?
Potrei provare a intraprenderla una cosa lontana dalle mie corde. Che so, fare la preside, allenarmi per una maratona, visitare l’India, ascoltare un intero album di Ligabue. Ma non garantisco di riuscire a realizzare, ecco!
5) Ami sperimentare?
Sono un po’ rigidina, sto invecchiando. Scrivendo, no, non sperimento. Leggendo, sempre meno. Nell’ascolto di musica e nell’amore per i testi di canzoni, sperimento maggiormente.
6) Offri qualcosa di inedito alle persone che ti seguono e credono nelle tue capacità?
Ahahahahahahhahah. Un caffé o un giro di mojito, di solito, quando ho il piacere di conoscerle e incontrarle.

La regola terza prevede la nomina, tipica di questi premi a catena, di qualche altro blogger. Di sicuro preferisco essere curiosa di chi della scrittura non fa bandiere o mestiere. Se c’è una cosa che nella blogosfera mi dà quel tanto di noia che basta è il proliferare degli “autori” autoproclamantesi tali, auto prodotti, auto pubblicizzantisi. Ora che ho svelato il mio lato antipaticissimo, semmai ce ne fosse stato ancora bisogno, chiamo a raccolta i Talenti Innati di Lois, di Plus, di gattofebbraio, di edp.

Che rispondano alle domande, se vogliono, che mi mandino a quel paese, se vogliono altrettanto, che ignorino, che ricostruiscano l’ordine e la sequenza del gioco, che sappiano che li leggo sempre più che volentieri.

La seconda regola è: grazie ‘Povna. Per una cosa che non è il talento (non il mio, di certo) ma che ha a che vedere con “questo secondo giro estivo di cazzeggio e con la sua svolta letteraria”. Ho saltato il primo di giro, ma vabbé. Che casino. Resta sempre il terzo, di giro. Quello di mojito, appunto.

Questa vita è una catena

Stasera questo blog profitta dell’odore di bigné che attraversa l’aria di quasi giugno per andare in ritardo a prendersi due premi.
Malgrado la tenutaria del bord, del blog sia stata contraria ai premi e alle catene, un tempo. Ma il tuttodunpezzismo sparisce, prima o poi. E resta lo stupore, come già scritto qui.

La tenutaria di questo bordel blog ha giocato volentieri anche alle catene dei libri, delle poesie, dei quadri, e bla bla, perché evidentemente ai suoi contatti fa piacere.
E il piacere è meglio del tuttodunpezzismo.
Si può, si sa, usarlo in modi superiorerrimi, il noial network.
Ma del resto anche il coniglietto quello con le pile ha usi atti al tuttodunpezzismo ma se mi ci voglio togliere le caccole al naso, vibrando, col coniglietto, chissenefrega.
Insomma, come tenutaria di un bord blog vado a prendermi due premi.
Uno è del mio cineasta preferito, che mica si va a vedere un film se non so cosa ne pensa Dantès. Lui che mi premia “per il secondo anno consecutivo, non per mancanza di fantasia ma perché se lo merita”. Matto come un cavallo, vuole sapere che sto bene, che vorrei stare esattamente come sto, che su internet ci sto troppo, che al cinema ci son stata l’ultima volta prima di metà gennaio e ora ormai finisce la stagione, che non l’ultima vacanza ma alla prossima guardo con tripudio, Irlanda? Islanda?; che la mia prima pulsione sessuale, questo lo ricordo, per aver letto un passo di Simone de Beauvoir a 12 anni, che da bambina sognavo di fare quello che proprio nella vita fo, e mi ritengo fortunata; che mi descrive bene la canzone di Paolo Conte “la donna d’inverno” ma anche il Bob Dylan di “just like a woman”, e che se domani ho perso dei follouers, è solo colpa sua. Dantès.

Poi la tenutaria -ormai sapete di cosa- va a prendersi il premio numero due datole da VitadiSperanza, una donna che sta su un’isola col suo sogno intatto per cui in molte soffrono e combattono. Un incrocio di blog molto strano, poco lineare, di cui son orgogliosa. Lei mi premia perché “Rocersale scrive in maniera criptica e spesso non la capisce nessuno, forse neanche se stessa, però mi diverte seguire e intuire le sue vicende”.
E io penso che la tenutaria di questo bord diario impossibile sia proprio così.

Che poi giorni fa qualcuno ha detto che “la nostra vita personale non è per nulla interessante”. Verissimo ma chissenfrega, anche.

#sosvenezuela

Un ricordo, tutti a scegliere dove andare al mare, Circeo. Lui chiede “sabbia o sassi?”. In coro chiedemmo scogli. Lui risponde schifato “europei”! Vi ho sempre immaginato lungo quelle spiagge caraibiche bianche, alla scuola italiana, tra le moto dello zio, nelle vie di una città difficile come difficile è stata la vostra vita dai venti anni in poi, quando poi lo lasciaste il Venezuela.

Un paese che non conosco ma mi è familiare, nel senso stretto del termine.
Di cui non so nulla, Chavez era solo il nome di uno statista, fatto come potevo immaginare uno statista sudamericano, da qualche articolo di Internazionale, ecco; poi, delle ultime elezioni, degli scontri, del prezzo del petrolio, della povertà, ho recuperato informazioni pochi giorni fa, parlando al telefono con Vvn, e col suo dolore, familiare anch’esso.

Lei mi ha convinto che un blog è sì una goccia nel mare ma che gocciando si puo’ creare consapevolezza.

Su twitter c’è il gocciare della violenza che non cessa, in Venezuela.
Su facebook c’è una parte della mia famiglia che posta video e notizie e chiede che il mondo sappia. Quell'”europei” oggi suona ancora male e non per gli scogli a mare, ma per il disinteresse dei mezzi di informazione. Gli ho chiesto se volesse contribuire a questo post con un intervento personale. Ho ricevuto un laconico “l’ennesimo sogno infranto”. Quando uccidono in strada la tua storia e la tua infanzia, deve essere proprio così.

Pace per il Venezuela.

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Un post di strutto

Non vorrai mica spiegare a due che ti guardano basite, con una sintonia che le fa due perfette duchesse, che sì tu scrivi a biro su un taccuino, sì, che una volta eri simpatica, l’anima della compagnia, che una volta eri laica e una volta eri perfino fallocentrica?

Un venerdì puo’ iniziare con un sms “che fai stasera?” E anche con un Vazàpp “ti aspetto dopo le 19”. Te lo mandano due persone diverse, una scrive la domanda, l’altra scrive la risposta. Tu che cazzo ciò che non è coerente fai. Mi struggo per decidere.

Al fuoco incrociato, dico vabbé avevo da crogiuolarmi in qualche assenza di referente e lontano sinestetico dolore di terra lontana ma vabbé. Correggo come una macchina i saggi brevi dei Comebacks che già puzzavan di stantio (i temi, ma anche i comebacks, lo giuro). Poi prendo l’auto, il treno, la feltrinelli, il viale, tre traverse, sei piani a piedi, perché in ascensore caricavano un televisore. Che non si dica eh, che manchi il referente.

A cena con due amiche, la torta era salata, la pizza una pizza d’Egitto, il vino buono ma poco.

La ‘Povna e la Cicciopluto sono molto belle, simpatiche e intelligenti, e se vi sembra troppo smaccata adulazione vi dico che Noisette mancava ma era stata lei durante la cena blogghista precedente a insinuare cose su quanto beva una e/o illazioni ancor più riprovevoli che certo, non riporto qui sul blog, non è bello.

Se tutto quello che scrivo è falso o non è vero, non è colpa mia, ma di Agata Christie.

Io che una volta ero molto più bella e simpatica e intelligente di loro due, una volta almeno una volta (e forse fu nel marzo del 1983).
Una volta, ora invece che avevo un sogno, in una sola sera me l’hanno fatto vedere che sogno è, di strutto.

I dialoghi seguenti sono tratti dalla parte più cruda della serata. Si consiglia la lettura a un pubblico adulto.

P quella con l’apostrofo e P quella formato famiglia, all’unisono: “GG (o RS che pure coll’avatar ti struggi) tu non è di strutto che hai bisogno ma di ciò che per definizione non è coerente”
GG (o RS, che fa uguale dai) con tono languido professionista: “voi non capite il mio problema”
‘Povna: – Possiamo parlarne. Con tutta la rete, se vuoi. (Infatti. Mai diffidare della ‘povna che narra)
GG (o RS, che mo’ perfino io che ne so chi sono): “voglio rimanere piallata nel mio dolore”
Cicciopluto: “no tu no. Cioè tu nemmeno volendo, puoi essere piallata”.

Mi sono divertita un mondo con le mie amiche di blog. Cioè, la prossima volta, col cazzo ciò che non è coerente eh, che arrivo fino a Milano per divertirmi tanto.
😉

(Spero che questo post sia di strutto come gli occhiali di Tom Cruise quando frena coi piedi in miscion impossibol tre )

Pratica di mare

La prima cosa è avere in valigia una maglietta con le maniche corte, parti a sette gradi prendi freddo, arrivi a ventisette, sudi. Questa escursione termica si chiama ottobrata, termine tecnico romano per dire che a san lorenzo pranzi fuori in trattoria, con cicerone d’eccezione, un aeroplanino! Questo qui. Liquido, io, perché il sole squaglia. Accoglienza d’eccezione, grazie.
Non so vestirmi, non sono pratica.

La seconda cosa è l’accoglienza del clima di festa della radio nazionale che fatico a spiegare di quale modo sia, questo stare insieme bene. Amici fermi poi di notte a dire dove andiamo, tra scioperi proclamati interrotti, Pigneti lontanissimi e nomentane e casiline che chissà dove sono, troppi taxi. Una città maxxi, sempre poche ore per non capirla mai.
Non so orientarmi, non sono pratica.

La terza cosa è una famiglia. Che senza saperlo se ne uniscono dei pezzi, fratelli e cugini. Una famiglia. La mia.

Un uomo che dice di si a tutti, tranne alla figlia di 9 anni, una donna pelata segnata dalla chemioterapia,
una ragazza bella, piena di vita, che ama tutto ciò che fa, una bambina capricciosa, petulante, snervante e una
donna con accento del nord che ama il mare d’inverno…….e una passeggiata tra la gente che vedendoci si sarà chiesta
da che pianeta arriviamo……io adoro gli extraterrestri

Anch’io li adoro, Esperanza, anche se di famiglia non sono pratica.

La quarta è un obbligato ritorno, superando un aeroporto militare, quell’aeroporto militare, una questione di cui son poco pratica, il rispetto da una vita a una morte. ‘A morte ‘o ssaje ched”e?… è una livella.

Ma poi un treno, due bambine sedile di fronte che arrivate a Centrale cantilenavano “aromaerestate aromaeraestate”.
Aromaerestate.
E io son quella sempre poco pratica. Di mare.

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Me la racconti

La professoressa è in vacanza, sta facendo pace con l’estate, col caldo, che se fa caldo non può mica fare buchi nel ghiaccio, neppure pensarli. Ha perso la cartella di foto che conteneva nevi e lupi, succede a nominare cartelle con lo stesso nome di città, succede quando giochi a nomi parole cose città. Quando giochi. Così ora invece di lupi resta l’elenco di rivenditori di reggipoppe coppa gi (un punto che è un’utopia) e un pdf della delta airlines. Fiera che non servano (quasi) più né uno né l’altro, piove col sole e se questo fosse un noial network parleremmo del tempo.
La professoressa è democratica e lascia che tutti usino i noial network come vogliono, per sbirciare, per interagire, per fotografarsi l’abito, per pisciare sul territorio, per cazzeggiare, per parlarsi addossissimo, per raccontarsela, per raccontarla a me. Che non la bevo.
La professoressa usa il tempo per ascoltare il tempo e gli altri, si accorge di essere una persona (anche) cattiva e (anche) rancorosa. Che quando superi le tue difficoltà, i danni, fai la conta dei danni, chi te la racconta non è che sempre lo perdoni.
La professoressa non è ecumenica, è stronza.
La professoressa ha avuto un anno scolastico denso ma ricco di soddisfazioni, ha cucinato meno di quanto avrei voluto, ha letto meno di quanto avrei voluto, ha fatto l’amore meno (menissimo) di quanto avrei voluto, ha viaggiato meno di quanto avrebbe voluto. Faccio sempre una beata cippa, che sono una splendida quarantenne ma pesante da portarsi dietro, visto che mi metto sempre davanti. E sopra, che non conosco missioni.
La professoressa non si lamenta, in salute, presentabile, di mente ancora lucida. La professoressa ama gli amici che non si lamentano se sono in salute, presentabili, di mente ancora lucida, figurati poi se anche benestanti, dotati di sana famiglia e su spiagge dorate. Si lamenta dei vicini di casa, lo confessa, e augura malanni a quello che alle sette e mezzo del mattino se lo trova davanti alla porta di casa con aggeggi elettrici a tagliare i suoi fili del bucato per tagliare la pianta davanti al suo muro perché così gli gira quella stracazzo di mattina. Del resto la professoressa non spiega nulla ai milanesi, non è in servizio e a lavar la testa al milanese si perde la testa e pure il sapone.
La professoressa ha voglia di cambiare, ancora. La gatta gennara non è più lei. O lei non è più la gatta gennara.
Non vorrei lasciarla la professoressa, le chiederò una pausa di riflessione, anche se lo so che sputazzata mi tirerà quando le chiederò restiamo amiche.
La professoressa spiega le ali al vento ma il vento non capisce…
La professoressa tra un paio di giorni si fa un regalo. O, mi sa, lo fa a voi…

Mi manca un venerdì

Al bianco frizzante si era in un vicolo all’ombra della città dei gelati, pensa che bello una città e una gelateria procapite. Eravamo lì, zuppa di pane, seppioline, storditi ancora dalla notte del rito pagano, del rito sciamanico del nostro Nick Cave.

Due ore dopo una lontana, non troppo, aria di mare in città, pensa , che bello, una città e mare e fiume, faceva un caldo porco e l’amicizia stendeva pizzette torte di riso e due, dico due, bottiglie in tre. Una in mio onore, falanghina.

Due ore dopo guardavo il fiume e un levriero afghano, l’eleganza dei levrieri afghani e di quelle bevandone con la mentuccia dentro. Non dirmi che ne berresti un altro, certo che sì, il secondo giro è il mio, molla giù, mentre il tramonto dorava sogni di chiatte sul fiume. E dorava il frittino, eh.

E l’amicizia. Che ha tante sfumature, che quella che mi piace di più ormai non parla neanche piú, ascolta, ascolta chi non deve per forza raccontare una storia dall’inizio. Si può partire a metà, si può guardarsi e basta. Volete stare qui o vi fo andare sui gomiti in stazione? La prossima volta, sto, sto su sto lungofiume così leggiadro.

Reggi eh, te, quali sono i versi più belli della letteratura italiana fatta eccezione per le terzine dantesche eh, com’ero convincente, pupille dilatate e fresche le mia parole ne la sera ti sien come il fruscio che fanno le foglie. Di menta nel mojito.

E l’amicizia, andate e ritorni, andate tutti dove vi pare, con chi vi pare, andate e tornate e raccontate ma fatelo in silenzio, per meraviglia, non per segnare un territorio. Se volessi un cane, forse vorrei un levriero.

Un’ora dopo nella città del gelato dolce e dei grandi concerti non è che si possa andare a dormire senza la finocchiona e un rosso di Lucchesia, che rosso sia. Che notte sia, keep on pushing it.

Push the sky away.

Grazie a chi c’era e che sorride e che carezza le dita su biglietti di concerti, a chi ha la regola se sono amici non meno di due, (bocce), grazie.
Grazie a una regione che se la prendi per angoli, è ancora sincera.

Ps. Ellosò che manca il referente, amica di animo zingaro, ma se ne trovi un zichinin è tutto per te. Mi mancava, un venerdì. Così.

un premio e una riflessione

Una decina di giorni fa nella casella di posta elettronica  piena di notifiche ho trovato il timido messaggio di un blogger di cui sono affezionata ma silente lettrice. Mi attribuiva un premio e ancora non ho ringraziato. Voglio farlo oggi, non tanto per il premio in sé perché  queste catene premianti di blog che si menzionano mi paiono più forzate del trovarsi a caso, scegliersi, seguirsi. Ma ci farei una riflessione, l’ennesima, inutile volendo, sulla blogosfera che non smette mai di stupirmi, da quasi due anni. Proprio in queste settimane che blog, tecniche del blog e blog ad uso didattico sono diventati oggetto del mio lavoro.

Dantès merita altro che il mio sottile snobismo, lui che non lo sa che non vado al cinema se prima non lo controllo, e lo leggo, Dantès anche se poi al cinema non ci vado, perché di cinema posso anche solo leggere dal fondo di questa provincia dove il cinema vero nemmeno passa, troppe volte.

Lo ringrazio perché mai avrei immaginato che mi leggesse, ci trovasse qualcosa di interessante in questo diario sgangherato che da giorni tace perché sono stanca e a volte sono stanca anche del blog. Lo ringrazio davvero perché in questi due anni ho imparato a volte la magia di collegamenti che portano qui e da cui partono altre, mille narrazioni. A volte la stima, silenziosa, di chi nelle parole, fossero anche le recensioni di un film, cerca di capire di non essere sola, di non essere una voce senza governo che non resiste alla stupidità, troppa, di buona parte di questo paese.

E non avrei mai immaginato che questo stupore sarebbe stato sempre rinnovato da blogger fedelissimi che mi stanno sempre vicini coi commenti (e si è fatto il passo dal blog alla realtà con amicale goduria -di bere&mangiare&chiacchierare&scambiarelavoro) e rinnovato ancora da blogger che arrivano per caso, si fermano, restano, fanno da ricambio gioioso a blogger che hanno abbandonato, stanchi e curiosi d’altro.

Secondo le regole del premio, ora dovrei fare tante cose, rispondere a delle domande, scrivere undici cose su di me, segnalare altri blog. Mi perdoni Dantès se non l’ho fatto, non è un incantevole aprile.

Però è vero, non ho voglia di scrivere, allora in modo del tutto velleitario, ho voglia di leggere e fare leggere. Però è vero, esiste già il blogroll, a questo serve. Ma a chiunque passi di qua e ne abbia la virtù consiglio di fare un passaggio veloce, cacciando nuovi punti di vista, qua:

 http://castellodiif.blogspot.it/  perché il cinema resta passione

http://lestagionidellago.blogspot.it/  perché certi giovani meritano (e qui forse mi espongo un po’ troppo, lago o non lago)

http://aereoplanini.wordpress.com/     che è merito suo (e ne parlerò presto) la mia guarigione dall’ennesimo attacco di librite

ah, la riflessione. Cosa volevo dire? boh. Non me lo ricordo più.