Strade

Il pacchetto agognato, per un errore di calcolo arrivò alle 17 del lunedì che mi vide in aeroporto alle 16 per cui l’agognato contenuto del pacchetto resto lì. Poi lì ci andò in vacanza uno dei tre del trio Archie, Eno e il terzo appunto che si è offerto di conoscere Brenda e andare a prendermi il pacchetto per portarlo in Italia non senza portare dall’Italia un dono per Brenda. Così questa estate si è prolungata di continuo sulle vene cariche della mia gamba, cariche di strade.

Che collegano tutti quelli cui voglio bene a coloro cui voglio bene.

Per il pacchetto agognato va saputa una mia manìa anzi due anzi tre:

le spedizioni

i profumi

e questa cosa qui.

L’autunno è iniziato timido ma quando timidezza mi spinge il naso nel collo dei primi dolcevita si sprigiona una dolcezza, una voglia di essere svolta e addentata come una rotella della Haribo.

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Diciotto giorni fa

Diciotto giorni fa più o meno atterravo a Malpensa col cuore pieno di riconoscenza verso Brenda e verso un’esperienza unica, vivere newyorchese tra i newyorchesi, abitare quella benedetta città che avrebbe meritato almeno due post sul blog e chissà mai non succeda, adesso, tra breve, let it marinate – ha detto un amico – e scrivi.

Diciotto giorni fa col cuore pieno di riconoscenza e una gamba che mi faceva male più o meno dal decollo, e mi faceva cantare “e nave porca nave vai, la gamba mi fa male sai, le luci di Marsiglia non arrivan mai” anche se le luci non eran di Marsiglia né a San Siro neanche ad esser precisa, e senza rimpianto, evviva,  le luci della prima volta quando scendeva il tramonto sula vetrata del River Café e io disegnavo grattacieli d’amore.

Diciotto giorni fa mentre tutti attendevano anche sulle insegne di qualche libreria a Ny l’uscita di un libro, uscivo io, nella pioggia e festeggiavo l’uscita di 44 anni fa tra le vetrine domenicali delle pedicule manicule cinesi tutte e due 24 dollari, tra le vetrine di altissime cheesecake, col desiderio che il mostro uscito tutta energia, malgrado il mal di gamba, non se ne andasse subito in autunno.

Poi ci si è messa simpaticamente quella che avrà cambiato blog e nome di piuma almeno tre volte più di me quasi a chiedere ma quindi “trombi?”. No, non trombo, certo la linea L era comodissima tra la 14 strada sulla 8 avenue e Williamsburg ma no, dai non è quel trombo lì.

e invece, maledizione…

la regola del sandaletto vintage e di come tutto torna e dove.

C’è un negozio di scarpe che mia sorella dice sempre “ci trovi tutto quel che cerchi solo te” aggiungendo che le scarpe me le sogno disegnate di notte e poi vado lì e qualcuno la mattina me le fa trovare fatte. E questo ancora prima di leggere l’Amica Geniale, per dire.

Ci passo anche tanto così per passare e ieri non lo sapevo che facesse orario continuato, c’ero solo io alle prese con un sandaletto vintage e con il proprietario. Il quale cominciommi a parlare di leggi fatte da Prodi e da Bersani (ah, già, i comunisti) per le quali leggi ci sono extracomunitari che riceveranno per sempre una pensione anche se sono tornati là (là dove). Ma sa, dico io, non ne sarei così sicura di tali leggi. Allora visto che l’extracomunitario non attaccava, è passato ad altro argomento più sicuro (no beh dai, guardami in viso prima, che di Bolzano non paio mica) ovvero dell’assistenzialismo a sud (ah, già i terroni).

Non paio di Bolzano, ma vuoi o non vuoi il paio di sandaletti vintage, un amore, marroni, bianchi, piattissimi, li metterebbe Audrey Hepburn se Audrey Hepburn portasse sandaletti, li ho lasciati lì. Un po’ perché non mi spuntano le dita dalla fascia e paio sì la bambina che ha rubato le scarpe a mammà, un po’ perché ho pensato ma va a cagare commerciante lombardo.

Poi apro sto povero blog tanto così per passare e spiegare a me stessa che ci sono coincidenze in cui mai avrei pensato di imbattermi, tipo quella di dove passerò il compleanno, che ci passerà di lì stesse date uno degli affezionati dei Latintristi, Brenda che mi dice che sarà un undicesimo piano, e poi mi dice a un chilometro a piedi da quel concerto, e tutto sta un po’ tornando quando apro wordpress oggi per caso e mi dice “compleanno”, oggi cinque anni fa hai aperto questo blog.

Per andare là aprii.

Tutto torna, torno là. E dopo il compleanno, torno.

 

Tutte le altre regole, qua

Rifletto sull’esistenza come il piccione, ma il mio sulla panchina ci ha…

…scagazzato.
Vuoi non andarci a vedere il film che ha vinto il Leone d’oro? Vuoi non portarci anche Brenda, la cara ragazza Brenda e pure Silvestro quello che oramai presento a chi non lo sa “lui è quello del cinema”?

Come si scrive la recensione di un film come questo: vademecum (e anche un po’ vaderetrum).
Si prendono aggettivi quali “onirico” “grottesco” “surreale”, li si mettono nel mixer con “geniale” e “visionario” riferito al regista e ci siamo quasi.

Il film l’ho capito eh, che critica la guerra, che critica i tic di connessione dell’homo sapiens, e lo fa con intelligenza, però io, che sono abituata e amo i film cortocircuitali e i pezzi di teatro interminabili e barocchi, io ho fatto fatica a digerirlo il film. Brenda ridacchiava, Silvestro era dai tempi di Lars Von Trier che non andava a comprarsi la coca cola con la scusa del caldo e mi chiedeva indietro il prezzo del biglietto che peraltro, Silvé, ho pagato io, caccia la grana, pliis.

Però mi è piaciuto lo stesso, che son storta, come con gli amori, più l’uomo è indigeribile più mi piace lo stesso e da qui, come dai film, nascono un paio di problemini seri che tenteremo di non risolvere, tanto, che tento affà.

Nella claustrofobia di una Göteborg gialla, nel trascinarsi dei disadattati protagonisti, di valzerini monchi a contrasto, tormentoni telefonici, di re capricciosi e checche, il film di Roy Andersson è un inno alla vita, cammeo dopo cammeo, vita che si affaccia alla finestra, che si insinua tra le porte chiuse, fa le bolle di sapone, il solletico sotto ai piedi del bebé.

Insomma alla fine sull’esistenza rifletti e sì, sono tanto contenta di sapere che state bene, sì ho detto che son contenta di sapere che state tutti bene.

Con questo post faccio da spalla indegnamente ai LUNEDÌ CINEMA di Iome

forte sempre più forte come fosse l’America

 

Avere a scuola per un progetto di scambio una collega giovanissima, americana.

Poterla avere in compresenza, previa progettazione didattica da consegnare a giugno.

Vedere a settembre tutti i progetti definiti con “contenuti da definirsi”.

Conoscerla per caso, piacere sono Brenda, e sentirsi dire “ah, tu sei quella del progetto sulla comedy, molto bello, dunque son felice che è proprio il mio lavoro di tesi”

Rivederla e chiacchierare, piacevolmente che io di colleghe con cui parlare di Nora Ephron e di Bill Hicks non ne ho molte.

Riincontrarla e parlare di flipped classroom. E lei ha venticinque anni, vive a New York e studia italiano e ora insegna in una scuola italiana. E sapere che io non ho più venticinque anni e porto i capelli come Susan Sontag e lei mi dice “wow conosci anche lei” (vabbé questo perché conosco in verità la cara Noise)

E così Brenda parla con me di Gramsci anche e mi chiede perché le persone con cui sta lavorando al Durocome non sappiano chi sia. E perché i ragazzi non sanno cosa sia l’HIV. E tante altre cose.

Io le dico che molte sono madri e mogli approdate all’insegnamento solo perché insegnare permette maggiori libertà di fare la madre e la moglie e poco altro loro importa, certo non di leggersi Gramsci la sera; le aggiungo che al Durocome anni fa seguii io un progetto di educazione sessuale e alla salute boicottato fortemente da chi ritiene il sesso un tabù. E da CL (ma questo non gliel’ho detto, non avevo voglia di spiegarglielo né in italiano né in inglese).

Sono contenta; Brenda mi ha detto che a Bologna, dove è stata a insegnare, non è così. Io le ho detto che a Bologna ho il mio parrucchiere di fiducia e lei mi ha risposto che a New York ce ne è uno famosissimo che tratta solo i capelli ricci, un luminare, che te la cavi con 300 dollari per un taglio.

Mi sto affezionando parecchio a Brenda.