Porta via

Sto pensando che lo psicanalista nulla potrebbe, pure lui, con questi sogni fitti di colleghi corridoi riunioni ingerenze genitori stress. E fitti flussi di coscienza in auto guidando su cosa direi a quella stronza. Come se poi alla stronza importasse, la signora gnanca un plissé, orsù via.

Sono appena passata dall’ansa in cui il fiumattolo sfocia a lago e ho visto il cigno coi cignetti. Bruttini scuri di piumaggio ma tanti, e mi son commossa.
La vita eh, via.

Ho appena letto i temi di maturità e i Bifidi Attivi, qualcuno, quelli che alla fine han smollato la guerra versus me, sicuramente avrà pensato che la Roceresale è posseduta da un funzionario del ministero che tre temi sono simillimi a quelli dati da me.
Che si dica che son brava, via.

Al Durocome la mala gestione ha massacrato il tono umano, non c’è bipede lavorante che non scarichi le proprie frustrazioni sul primo affacciantesi, anche negli uffici. Invece di fanculare ci resto male, che sciocca. Stavo meglio quando sfanculavo. Da quei corridoi pòrtati via.

Ho dormito con la porta sventrata, con sgabelli e sedie ammucchiate contro, tipo film di guardie e ladri. La porta è rotta. Dopo giorni in cui per entrare e uscire saltavo dalla finestra. Mi ha visto farlo anche amico Atomo che dopo vent’anni ha detto “sempre solo uguale tu”. Atomo, vai via.

Roceresale dopo financo piagnistei di nonneovoja nonneovoja ha quasi deciso che quel volo è da prendere. Meglio un nonneovoja pratico che teorico. Vola via.

Roceresale non sa più raccontare le cose più belle. Chiediamoci anche a chi importano, le cose più belle.
Le porta via.

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Cita un libro: #ioleggoperché 7

A scandire la settimana, il gioco dei blog che partecipano alle iniziative di #ioleggoperché, alle ultime battute. Come messaggera è ora che io vada a ritirare i libri prima possibile e oggi terminerò di rifinire l’evento pensato con la collaborazione della biblioteca del Durocome. Durocome che è messo a dura prova, eccome, questa settimana per quanto ho già raccontato.

Scontato dire la vita e la morte, l’amore e la morte.
Temevo il tema della morte, lo temo da sempre, fino a quando mi ha steso. Su un lettino con alle spalle un tizio tra le mani un taccuino. Di morte, ahimé, sto blog ne parla spesso, e delle energie che la scrittura può, contro.

Avrei voluto citare una canzone, rischiando il fuori concorso (che già ci sono andata vicino con l’Artusi eh, e devo ancora ringraziare Gaber per la menzione speciale)

Poi mi son decisa con un volo tutt’altro che pindarico, e la collina è venuta da me. Dormono, dormono tutti sulla collina.

Lei è Serepta Mason, chi mi conosce o mi legge, sa perché.
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La vincitrice meritatissima e recidiva, senza attenuanti della settimana precedente è Murasaki: da lei anche di nuovo le regole, per chi volesse partecipare in corsa.

Straordinario

Che poi si finisce così. A chiedere di essere pagati di più. Per fare ciò che si è chiamati a fare ordinariamente. Solo perché qualcuno non lo fa, l’ordinario e viene pagato, appunto e non lo fa. E a chiederlo a chi non ricopre esattamente il ruolo di decidere chi deve fare e cosa. E pagare per.

Ai miei ragazzi, spesso, correggendo i testi argomentativi, faccio notare che il “si” impersonale è tale perché si è appunto, impauriti di dire chiaramente chi fa cosa.

Su facebook (per cui anche nella vita) imperversano analisi politiche improntate al qualunquismo più sfrenato. E io invece ci cazzeggio. Che i leghisti son cacca, il berlusconismo ha sdoganato il peggio, ma la vera colpevole è la sinistra, questa sinistra che ci ha portato il degrado. Nessuno si senta escluso, insomma.

Però. Io, dalla profondità del mio cazzeggio, io oggi qua, una cosa (seria) la aggiungerei.
Un paese è soggetto a cambiamenti, ovvio. Io conosco una sola via per fermare quel che viene letto come degrado. Ma degrado di che? E da quando? (sto leggendo Pasolini, mi tormentano le domande, pazientate.) E se non fosse degrado ma un percorso, uno dei tanti, (non utopico che l’utopia uff, che facile)? Credo fermamente e, credendo, esercito, questo: che il cittadino si deve sporcare le mani nel pubblico. Non solo nel lavoro. Ma nella partecipazione, dall’andare in consiglio comunale al consiglio di istituto della scuola dei figli…a tutta la partecipazione statale possibile.
Non so definire quando l’italiano abbia smesso o se il mio osservatorio personale e familiare è limitato quando ricordo che mio babbo così faceva, la mamma pure, io, i miei compagni di classe, gli amici dei miei genitori, i miei vicini di casa, etc etc. Mia sorella no (è stata prodotta negli anni ottanta: conta il conto?).
Però ha smesso, e così addio, distacco dalla politica, eliminazione della partecipazione. Annullamento differenze destra e sinistra e centro.
E anche dire però la sinistra almeno ha tenuto bene sulla cultura. Ma la cultura non basta se non è condivisa e non si fa motore di partecipazione.

Il mio osservatorio poi, da qua, provincia che si intuisce, avvisa che le giovani generazioni di prossimi votanti hanno una bella impostazione teocratica. Non distinguono ciò che va dato a Cesare e ciò che va dato a quell’altro là.

Che un dsga si lamenti con me del fatto che “su 2000 genitori solo 43 siano intervenuti alle elezioni del Consiglio di Istituto” e si lamenti con me del fatto che io faccia politica. E che ogni volta che un collega commenta un mio intervento in Collegio dica “le tue idee non sono sbagliate eh ma la vedi in modo politico (?) io mi dico “avanti avanti avanti”.

Nei giorni pari ci credo tantissimo a quel che provo a fare insieme ad altri (pochi). Nei giorni dispari chiederei lo straordinario.

Palestra di vita

Che l’ultimo sabato di scuola prima delle festività natalizie  ci sia la festa, appunto, di Natale, è notizia che viene accolta nei più disparati modi; da un uffa, perché non la lectio brevis e tutti a casa; da un ecco, il solito casino; da molti quasi quasi chiedo un permesso, vedrai quelli con la 104; passando da un ma la circolare oggi è già giovedì dov’è la circolare ufficiale; fino all’arrivo dell’a me che me frega tanto ho il sabato libero.

Poi tu che non ce l’hai e non lo vuoi, il sabato libero, ché la libertà è proprio un’altra cosa, in palestra ci vai, che sei di sorveglianza. E li vedi, li ascolti cantare, li guardi saltare, danzare, presentare, uscir di timidezza. L’istituto Durocome è grande parecchino ma conti che a muoversi sono i tuoi, che hai tre classi, in fondo, ma quelli sono soprattutto gli alunni tuoi. No, non c’é determinismo, Roceresà, non è che son bravi perché sei brava te, figurati, peffavòre, anzi ti dici “ma guardali sti sguaiati, latino niente eh, ma va che artisti”. Li senti, un paio ti commuovono pure, e resto a bocca aperta da quanto son bravi.

Spiegaglielo tu ai docenti che han chiesto il permesso, a quelli che si son imboscati al bar, a quelli che han parlato per due ore consecutive, attaccati alla finestra, di scuolascuolascuolacompiticompitivotivotivotimaluisìmaluiperòigenitoriahigenitori. Spiegaglielo cosa hai visto e sentito. Chi sono i loro (anzi, i miei) ragazzi. Spiegaglielo quanto ci han tenuto a che li sentissi. E quanto è importante che tu sia in mezzo a loro.

In quella palestra lì.

forte sempre più forte come fosse l’America

 

Avere a scuola per un progetto di scambio una collega giovanissima, americana.

Poterla avere in compresenza, previa progettazione didattica da consegnare a giugno.

Vedere a settembre tutti i progetti definiti con “contenuti da definirsi”.

Conoscerla per caso, piacere sono Brenda, e sentirsi dire “ah, tu sei quella del progetto sulla comedy, molto bello, dunque son felice che è proprio il mio lavoro di tesi”

Rivederla e chiacchierare, piacevolmente che io di colleghe con cui parlare di Nora Ephron e di Bill Hicks non ne ho molte.

Riincontrarla e parlare di flipped classroom. E lei ha venticinque anni, vive a New York e studia italiano e ora insegna in una scuola italiana. E sapere che io non ho più venticinque anni e porto i capelli come Susan Sontag e lei mi dice “wow conosci anche lei” (vabbé questo perché conosco in verità la cara Noise)

E così Brenda parla con me di Gramsci anche e mi chiede perché le persone con cui sta lavorando al Durocome non sappiano chi sia. E perché i ragazzi non sanno cosa sia l’HIV. E tante altre cose.

Io le dico che molte sono madri e mogli approdate all’insegnamento solo perché insegnare permette maggiori libertà di fare la madre e la moglie e poco altro loro importa, certo non di leggersi Gramsci la sera; le aggiungo che al Durocome anni fa seguii io un progetto di educazione sessuale e alla salute boicottato fortemente da chi ritiene il sesso un tabù. E da CL (ma questo non gliel’ho detto, non avevo voglia di spiegarglielo né in italiano né in inglese).

Sono contenta; Brenda mi ha detto che a Bologna, dove è stata a insegnare, non è così. Io le ho detto che a Bologna ho il mio parrucchiere di fiducia e lei mi ha risposto che a New York ce ne è uno famosissimo che tratta solo i capelli ricci, un luminare, che te la cavi con 300 dollari per un taglio.

Mi sto affezionando parecchio a Brenda.

La giovane favolosa

Miliardi di anni prima, al liceo del lago e al liceo del monte, c’erano state le visite d’istruzione in cui mi buttai a pesce perché l’esperienza fosse mia; com’ero giovane, giovane davvero, affaticata dal non sapermi mischiare a loro con la coscienza della diversità di ruolo.
Ed era dura risolvere episodi di trasgressione spicciola, il bere, la stanza che odorava di lattice consunto. Cose più piccole più grandi di me.

Accompagnare gli alunni divenne un no reiterato alla tipica frase d’assalto “ci porta in gita prof”. No.

Un no che si è lenito anche grazie alla stabilità nello stesso istituto, al Durocome, dopo otto anni, sono diversamente giovane e tanto fa.

Sapevo, stavolta, come si sanno solo cose d’amore, che sarebbe stata la classe giusta.
Perché se è vero che i Latintristi come loro nessuno mai, me li ricordo, quella mattina di neve fitta fitta, io a guardare fuori e dirgli all’improvviso “mettete i guanti, vi porto in gita”. E il piazzale del parcheggio era tutto un sorriso, un correre, un fare a palle di neve.
Ho ancora la foto di gruppo in quella neve, io e i Latintristi, un amore infinito. Ma, nemmeno per loro, più di un piazzale.

C’erano stati ancora prima gli Indeponenti, quelli che mi avevano tradito su tutta la linea. Che portarli in Europa forse fu un modo scemo per comprarli all’ultimo e quanto ci si sbaglia

E oggi, nel 2014, i Comeback. Tutt’altra storia, altra epica di classe (cit.), scolasticamente impareggiabili (col segno meno) ma simpatici e uniti. E così adesso le foto di gruppo sono tante. E non dal piazzale, ma da una città europea in cui li ho portati per gioco e per punizione, in treno, di notte, fatti scendere addormentati alle 4 per raggiungere mete in cui evitare scioperi, in ostello, abbandonati quattro alla volta alla stazione del metro, a dirgli “addio, l’ultimo che arriva a kazzenplazzen paga la colazione domani”, per insegnare loro ad usare una mappa dei trasporti.

Hanno giocato, accettato, capito, apprezzato, semplificato, ammirato, studiato, corso, dormito, mangiato e bevuto (tutta roba buona; me ne è sfuggito solo uno da Mac Donald ma ci sarà tutto il tempo perché da solo rimpianga l’ultimo Schweinshaxe).

Hanno fatto tante foto. E come quella del parcheggio nella neve, mi si sgomitola davanti agli occhi tutto quell’essere una cosa sola, per qualche mese, li ami, li ami proprio tanto ed è un amore a chi lo spieghi, questo amore. Ti fa saltare anche il purismo musicale, questo amore. Per quattro giorni sei come loro, ora che sai benissimo che non lo sarai più, se mai lo sei stata, come loro, va bene anche una canzone qualsiasi alla radio, un motivetto che pare gli sia entrato il futuro tra le note.

Ora le guardo, poi smetto e torno a correggere, quelle foto.
Favolose.

Il rientro

Rientrare a scuola dopo due mesi senza sapere bene quanto e come volessi rientrare. Chiedere a un’amica, cosa mi metto. Sapendo che il vestito scelto aveva due significati, uno per alleggerire, l’altro per alleggerire.
Rientrare a scuola dopo essermi sentita vecchia perché una volta ero io la giovane supplente e adesso era lei la giovane supplente a dirmi “ho imparato di più in un pomeriggio a lavorare insieme che in due anni di TFA”. Rientrare a scuola dopo aver constatato che la mia supplente ha fatto cose belle che io non so fare più, che all’entusiasmo dei primi anni ho sostituito un più veloce spendibile pallore metodologico.

Rientrare. Essere accolta dai colleghi che mi vogliono bene che in due mesi si sono fatti sentire e vedere ed essere abbracciata, bentornata. Essere accolta da colleghi che non mi vogliono nulla e correvano a baciarmi con l’odioso bacio a guancia lunga senza guardarmi negli occhi ma dove la curiosità morbosa li guidava. Faccedachiulo.

Rientrare nelle classi. Quelli di terza, che finalmente, posso ribattezzare i Bifidi Attivi, a guardarli come sempre, cercando di capire come fare che questi non li prendo. In prima, indifferenza un po’ sì un po’ no, segno che al biennio metto meno, di anno in anno, e me ne duole.
E poi prendere la strada dell’aula dei Comeback, essere fermata sulla porta dal bidello Coca “perché non ci sono tutti in classe”, non rispondere il tanto ovvio “embé?quando mai?” E, per aver subdorato qualcosa, fingere di avere una cosa importante da fare in segreteria così da arrivare in ritardo.
E rientrare. Con loro in piedi, una pianta sulla cattedra, un cuore rosso disegnato sulla Lim e uno scroscio di applausi.
“Dunque, gli applausi aspettate di farli davanti al feretro, per la pianta ho il pollice nero mi spiace, se volevate commuovermi no, davvero, ho avuto cose più serie per cui piangere”. Il tutto detto sardonico. Così Ventodi(sup)Ponente ha potuto dire “adesso sì davvero Bentornata! Le piace il carciofo rosa pungente che abbiamo scelto per lei?”

Roceresale la mattina dopo si è destata roceresale, pareva già di non essermi assentata mai.

Oggi il pomeriggio è passato al vivaio a scegliere il vaso giusto, il bastoncino giusto, il nastro adatto per salvare Ryan, il carciofo rosa. Ché Svanito, chi altri mai, quando ho rischiato di entrare in classe e non eran pronti, ha fatto scatto felino per coprirla col suo corpo e l’ha quasi rotta, la pianta del carciofo rosa.

Salviamo il carciofo Ryan

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