Predicano bene, ruzzlano male

Che mi dicono, prof, la vuole vedere la nuova campagna del PD, mi dicono, e io no, l’unica campagna che vedo è quella coperta di brina, oltre al canneto che mi svegliano gabbiani stridenti, di lago, la mattina.

E poi me la mostrano, la campagna e tu non sai se dire loro geniale è il mestiere questo, di chi immagina la campagna, le campagne.
Non che io voglia chissà che di nuovo, in giornate come queste, di memoria in cui gli schemi del giochino mi accorgo, vado a memoria.

Quale memoria, quale fiato corto, sto paese. E quale fiato sprecato e quale fiato puzzolente anche, che puzza di storie in cui si fa del male ma anche del bene. Che ti fai un po’ indietro se ti sfiatano addosso pestilenziali. Ma farti indietro non basta. E farsi avanti, che schifo.

Era questa l’immagine di partenza:

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Tosto dopo il tiggì

Zapping selvaggio passando da quella cuoca benedetta che vorrebbe insegnarmi la focaccia col formaggio di malga e dice “iniziamo la ricetta per comodità con la focaccia già pronta” eccerto benedetta cuoca grazialcazzo almeno il formaggio di malga lo prepari tu capra? Zapping selvaggio termina su Azzurra TV, e va che bel telegiornale dico, già iniziato, però in ordine mi informano con
– un servizio sui Boeing 787 della compagnia nipponica, pare difettati, chiedono scusa
– un servizio su un attacco di oggi all’Università di Damasco mentre gli studenti erano in fila ad un esame
– un servizio sul dibattito negli Usa per l’uso delle armi dopo le due fresche sparatorie odierne in due diversi college, uno in Missouri, l’altro in Kentucky
– un servizio sul nuovo motore di ricerca di Facebook con tanto di informazioni sulla borsa per tale operazione e intervista al biondino Zuckerberg
– cronaca regionale: il decesso di una procuratrice molto in gamba
Comincio a dirmi che diamine di tiggì è questo, troppo ben fatto, ricco di inviati, per essere di una rete piccina come questa del VerbanoCusioOssola e parte l’ultimo servizio, lo sport e parlano di tennis (Australian Open) e poi la vittoria dell’Ambrì Piotta dopo una sonora “scoppola casalinga” (cit.)
E qui ogni dubbio si disperde che a vivere dalle mie parti impari presto a ridere pronunciando Ambrì Piotta e sapendo di hockey ghiaccio. Il tiggì è quello della RSI, la radiotelevisione svizzera.

Per dieci minuti penso agli studenti siriani, immagini crude di pietre e di sangue.

Zapping selvaggio passa per gli ultimi minuti su cronaca italica, quando a diciott’anni sei orfana, disoccupata ma ti sei dovuta sposare per adottare i tuoi tre fratellini e sui titoli di coda i titoli di un altro tiggì. E i primi servizi
– elicottero caduto nel centro di Londra, torna la paura di un attentato (annessa serie di cadute accidentali di velivoli tutti guarda caso dopo l’undici settembre)
– neve e freddo polare con previsto peggioramento
– il signor B., quel che ha detto il signor B., quello che il signor B. non avrebbe in realtà detto
– tommy, il pastore tedesco che commuove il paese tornando a cercare la padrona deceduta due mesi fa

Per dieci minuti penso agli studenti siriani, immagini crude di pietre e di sangue.

Altri titoli con i rischi del cyberbullismo e i dati allarmanti, la casa che nasconde pericoli per i bambini e l’alimentazione ricca di grassi sotto accusa (grazialcazzo che poi il tuo vicino di casa ti appare in mimetica sul pianerottolo in assetto da guerra) ( che poi la guerra la Francia la fa nel Mali e il ministro Terzi la farà per conto terzi ma era solo una notizia di coda)

Post stupido lo so, banale ma io è da stamane che penso agli studenti siriani, immagini crude di pietre e di sangue.

Fondata sul lavoro.

Oggi un amico raccontava di una cena quando una volta al mese passava per l’Aquila in quell’albergo in centro, così ben ristrutturato, e io gli raccontavo, l’avevo già fatto,  che i miei parenti ci avevano il bar in piazza, in centro. E quella sera il ragazzo che serviva, aveva fatto l’alberghiero, poi era diventato sommelier, e quella sera non volevi vino, peccato aprirlo, non ne avresti bevuto che metà e allora lui ti disse, se la cosa non la offende, oggi degli avventori hanno lasciato un Tignanello a metà, se non la offende glielo offro. Certo ma solo a patto che si sieda qui al tavolo con me, non c’è nessuno, ne beva con me. E ti raccontava che forse era ora di esperienza all’estero. Poi venne il terremoto, quell’albergo stette pochi mesi su internet senza esserci più, poi sparì anche il sito dalla rete. Il mio turno non venne mai, sempre a dire mamma andiamo dalle zie a l’Aquila e ora le zie il bar non l’hanno più.

Un paio di anni fa un amore mi raccontava dei suoi giri per venezia terra di nessuno di notte, la ricerca di un ristorante, entrare in una merceria, chiedere al marito dove porterebbe la sua signora per un’occasione speciale e i due anziani sorridevano ancora complici di un amore duraturo glielo dissero “ah beh senz’altro lì” e conoscere un cameriere, una volta ogni cinque settimane essere chiamato per nome da un professionista legato alla stessa locanda, alla camicia linda e bianca per tutta la vita. Che come succede in amore venne anche il mio turno, lo conobbi Emilio, ai bordi della pensione, dopo una vita di lavoro al ristorante “Alla madonna” e lo sguardo complice fu quello che mi fece servire le moeche. Certe moeche van servite solo così.

Io invece so di una Milano fatta sempre nelle stesse strade, festa del perdono, via larga, piazza fontana e avand e turnandré, quei cartelloni nel 1992, studiavo cose che non capivo più, quei cartelloni enormi in quella strada, cartelloni pubblicitari pieni di neonati, bambini piccini e una scritta, solo una scritta “Fozza Itaia”. Una milano che erano studenti li incontravo a qualche corso poi a nessuno più, il mio cruccio quei non legami, quei lacci disciolti. Fozza Itaia si chiedevano tutti ma cos’è che pubblicizzan sti cartelli. Boh. Era il 92, me li ricordo solo io. Mentre stasera su raistoria passa il film sui sette fratelli Cervi.

Con questi tre ricordi, è così che voglio augurare un buon anno all’Italia, a questo paese che traballa di lavoro precario, che traballa di rischi non solo sismici, non solo d’identità. A tutti noi che stiamo lavorando, cui poco importano le cifre di divorzi eccellenti, a tutti noi che prima o poi un vino una moeca ce l’ha offerto il cuore grande dell’Italia che tira, tira forte e che lotta per non smettere di credere al primo articolo della nostra costituzione. A chi non sta nemmeno lavorando e non ricorda i cartelloni dei bambini. A tutti se ci crediamo.

Un altro 2013. Auguri!

Esigenze primarie

E il tablet, e il consiglio d’Istituto (ho vinto qualchecosa?) e il nordic walking e il supplente chi sarà, e questo e quello e la spesa (agg’ furnut o ccafé) e i croccantini del gatto e i sacchettini bianchi dell’Ikea per il fengshui che non lo faccio mai e udite udite il bigliettino che avrò in tasca se sul traghetto lo rincontro a Capitan Findus (che ne ho già pensate sedici versioni di sto messaggio; lo faccio audace? ironico? tenero? che ho già deciso che prima di natale mi farò baciare). Alt! Natale? C’ho altro cui pensare, ho esigenze primarie.

Devo fermare il babbo. Ché il babbo vole votare il sindaho di Firénze, vole votare. Allora glielo ho detto “babbo bella bischerata ti devi registrare onlain babbo e io non ti aiuto se te voti così” “Mi han detto che mi iscrivo lì cinque minuti prima di votare, tié”. Questo è il vantaggio di abitare con 1991 abitanti, lo svantaggio, scusino. No, babbo, non votarlo quello, tello vedi che pare mister Bean?

Lo devo fermare oppure, oppure…uff!

Oggi mammà, msr Littleparty, mi dice sottovoce “vedi che m’ha detto che vota l’altro, eh”. Mammà, babbo ci frega, oppure…

Noli me piangere

Infatti la Liguria è proprio una delle regioni che preferisco seconda forse solo al Piemonte, sorpassata di poca misura dalle Marche alle quali antepongo però l’Abruzzo e senza dimenticare che tra i miei paradisi c’è il mare di Calabria, il Friuli che ho recentemente riscoperto e la Sicilia che però le batte tutte.

Giorni di mare ai primi di settembre, partite con quella leggera idea che al mare saremo sole. Così non ti capaciti di quell’assalto al parcheggio al Malpasso lungo Aurelia che alle 7 e 30 del mattino è già pieno perché forse in quel tratto lo occupano fin da notte, deduciamo, e ci dormono dentro, non ti capaciti che per quattro giorni le locande di FinalBorgo siano prenotate e se riesci a mangiarci una volta è dopo le 22 e perché sei con una residente che conosce il proprietario. E che alle 22 solo così salti la coda di chi è in coda per cenare.

Alla fine dei conti sai che non è la riviera romagnola (ed è per quello che ci vai, oltre alla comodità di vivere sull’autostrada sempre vuota che ti ci vomita lì in un paio d’ore) alla fine dei conti quel tratto di mare con quella ghiaietta chiara che solo in Grecia tu l’hai vista ti ripaga di ogni sforzo ma alla fine dei conti l’ingresso alla spiaggia era 5 euro come l’acqua seduta in pizzeria, parcheggio 1,80 all’ora,  l’ombrellone con la sdraio 24 euro che tutto moltiplicato tre diviso due dici perché son tre giorni sennò non potevo. Sandali di cuoio in saldo 30 euro (mica potevo lasciarli lì) (OT ma è perché si tratta di scarpe).

E arriva la frase precisa “ma la crisi dov’è?”. Perché poi la crisi la cerchi in casa d’altri, tu sei lì, pensavi saresti stata sola al bagno, illusa, e tutti gli altri, dici, cosa ci fanno in Liguria a settembre, se c’è la crisi. Perché la crisi è anche narcisa, eh. Poi ragioni perché il caldo non lo impedisce, eh di ragionare, che non è poi un caldo così fuori stagione, a settembre é ancora normale. Ragioni e pensi non dovevo lasciare scienze politiche a metà, dovevo studiare ché in tempo di crisi non fai dieci giorni di mare ma quattro, non li fai con l’aereo ma sull’A26, non vai a Malibù ma a Varigotti.

Ragioni ancora, ridendo davanti alla vetrina di una immobiliare con Tumistufi che mi guarda entusiasta davanti al cartello di una ringhiera sull’azzurro e la scritta ” da riordinare, soggiorno cucina abitabile, camera bagno sulla spiaggia con cinque punti esclamativi” mi guarda entusiasta e dice “gattaGenni con 45mila a testa siamo felici per sempre”. Tumistufi, manca uno zero. Novecentomila, non novanta. Che forse a Malibù te la cavi con meno.

Non ragioni più perché non ne sei capace, lo ammetti e poi perché hai fame, dici son tre giorni crepi l’avarizia e ti siedi nei vicoli di Noli per partire presto che alle 15.40 la A10 il Cis viaggiare informati te la dice già bollino giallo.

Ti siedi e senti la serenità di chi alla fine se l’è potuto permettere e ha messo da parte per quattro giorni il negativo, ma che sa che esiste. Ti siedi e sai che in piccolo sei fortunata, hai un lavoro e ti piace, che sei fortunata anche in grande, non sei malata, non sei da sola, intorno a te in famiglia tutto per ora scorre ordinato, ti siedi ascolti il cameriere dare la colpa ai comunisti (testuali parole) saliti al potere in Comune, ordini un frittino di pesciolini che sai che da domani ciccia.

Ti siedi e in silenzio tu lo ringrazi il narratore onnisciente, lo ringrazi perfino di avere amici di facebook che non conosci ancora ma che l’amicizia è nobile ovunque la fai e ti ospitano in una casa bellissima; lo ringrazi insomma Quello, ed è come la vecchia abitudine di pregare davanti al cibo quotidiano, un’abitudine che tu, credente sghemba, credente a tre quarti, non pensavi di avere ma forse è lei ad avere te, un’abitudine di spirito che fa strade certo contorte se sale a fior di labbra sopra un fritto misto.

Dici grazie, lasci il parcheggio a uno dei trentasette in auto sotto il sole che attende se ne liberi di grazia uno, riprendi l’autostrada e torni a casa dalla Liguria di settembre.

matti da allegare

ieri tre agosto si è conclusa la coda del mio anno scolastico. ieri mi son detta, all’ultima firma, ora fino al ventidue puoi respirare. Io, a tratti, credo di essere vessata dalla burocrazia, non so se capiti anche a voi. Ma a casa mia si dice “tutteate”.

ho consegnato nel giro di due mesi tre e dico tre domande al provveditorato, due di trasferimento e una di utilizzo. Moduli pressoché uguali in cui dichiaro come potete immaginare nome, cognome, situazione lavorativa, scuole di titolarità, di servizio, punteggi, scuole in ordine di preferenza ma soprattutto, e qui sta il bello, consegno per ciascuna domanda tre e dico tre allegati. In due mesi ho prodotto nove documenti ( 3 allegati D, 3 allegati F, tre dichiarazioni sostitutive) in cui dichiaro sotto la mia responsabilità di essere e di avere ciò che nel modulo ministeriale avevo dichiarato di essere e di avere, come controprova. Autocertificazioni autocertificate da dichiarazioni sostitutive di certificazione. Allo stesso ufficio, le stesse, cartacee.

sempre ieri ho avuto finalmente dopo sei anni di lotta per averla (mi si diceva sempre ora non ho tempo, c’è tempo) la ricostruzione di carriera che altro non è, da parte mia, che la consegna di un’autocertificazione in cui dichiaro nella precisione analitica quanti giorni, mesi anni ho di preruolo perché ho diritto agli scatti di carriera, cioé sono a credito con lo Stato. Mi spettano quegli arretrati ma per averli li devi chiedere espressamente rimettendo su altri moduli dati che ho già dichiarato migliaia di volte, ad esempio per entrare in ruolo. Qua abbiamo sfiorato il ridicolo, perché:
– ho dovuto dichiarare che le fotocopie dei miei documenti di identità, in barba alla legge e ripeto in barba alla LEGGE, fossero conformi all’originale (?)
– ho dovuto allegare un modulo in cui con la mia firma davo atto alla mia esistenza in vita (!!!!!!)
– son dovuta andare su due piedi in una delle tante scuole attraversate per farmi consegnare una fotocopia del verbale della riunione in cui il comitato di valutazione attestò la mia idoneità al ruolo (insomma il superamento dell’anno di prova), son dovuta tornare a consegnarlo perché via fax ecco non è l’originale e quando son tornata ho dovuto controfirmarlo anche io (certo, la firma di un preside non vale eh). Che poi è come dire che lo stato mi ha immesso in ruolo, mi paga da sei anni come sua docente ma per avere gli arretrati sono io che gli devo dimostrare di essere stata assunta.
– ho dovuto consegnare un cedolino perché controllassero a quale fascia di stipendio io appartenga, lì stavo ormai frignando strisciando dicendo ma io sono qui proprio perché me la diate una fascia di stipendio.
Insomma cose così, cose che le Bassanini del 90 (solo dodici anni, del resto) e nemmeno l’art.15 del DPR 183/2011 hanno cancellato da questi uffici.

p.s. oggi mi sentivo libera e felice, è mezzogiorno, la mia padrona sta dormendo lunghissima ai miei piedi, ho preso il caffé, sto pulendo casa perché mi aspettano visite meravigliose in settimana, ho la televisione nuova, dopo cinque anni di snobismo faccio zapping con una gioia infinita, a piedi nudi per terra passando da birra e acqua e menta e un agosto tutto mio quando aprendo la posta stamattina il ministero mi comunica che
– provvederà al ricalcolo del cud 2011 dopo la mia modifica della residenza fiscale.
Certo, perché io dichiaro sotto la mia responsabilita da nove anni di chiamarmi gennara gatta e di essere residente in viadellago. Da nove anni certifico il vero, allego allegati, e questi fanno quello che vogliono, si prendono e conservano dati mai aggiornati.
Ora mi aspetto qualche bel casino. Lo sento.

GG e la spiaggia

Che GG non è la Gatta Gennara come qualcuno mi abbrevia. Ma era l’urlo all’unisono con i fanciulli più giovani già arrampicati ai ferri della tensostruttura. Era Gigi-Gigi-Gigi scanditissimo che quel rigore ce lo doveva parare e l’ha fatto, il nostro Gigi Buffon e da lì il boato che c’ero in piedi anche io tifosa tutta diesel che parte pianissimo e poi si armonizza con tutta la variegata popolazione del maxischermo sulla spiaggia.

Che è un appuntamento che sa di molti giugno il maxischermo sulla spiaggia e soprattutto la SUA spiaggia, la spiaggetta dei pesciolini fritti, che era iniziata con l’incontro di vecchie glorie e il riassunto di tutti i bambini nati e nascendi, certo, il solito conteggio infame che le viene voglia di urlare. Ma su quella spiaggia, la SUA spiaggia, il luogo che avrebbe rimpianto più di tutti, se lo diceva durante gli esercizi di abbandono, gli esercizi di emigrazione, stasera c’era anche l’orchestra, alle spalle dello schermone. Di quelle orchestre luccicanti che fanno il liscio e il capo orchestra all’intervallo diceva la facciamo una mazurca e tutti a urlare NOOOOOOOOOO sulla sua spiaggia, quella del quante volte t’avrei portato lì, amore.

La gatta Gennara quindi aveva Italia-Inghilterra davanti e l’orchestra di spalle e si è girata che il liscio le mette sempre allegria, che il ballerino si è perso ma di ballerini si sa, ce n’è in gir tanti che quando le tornerà la voglia, ballerà. E poi i supplementari e l’orchestra abbattuta, rassegnata ai lustrini in silenzio e poi i rigori perché non fosse una vittoria di Pirlo, perché dai Diamanti non è vero che non nasce niente, dai Diamanti nascono i gol.

GG, GG, GG, il boato e io ci tenevo di vedere un’altra Italia-Germania che per noi nostalgici sarà sempre un quattro a tre. E poi tornare verso casa, defluire al buio, lasciando alle spalle la spiaggia, dove un cabinato se ne stava a riva e gli ospiti sciabordavano a salirci, l’acqua di notte è calma, le luci della sponda opposta chiamano un giugno più leggero, il sentiero era solo sillabato di lucciole, di rane, di tutto questo mio lacus amoenus.

GG e la spiaggia. Dovevamo vincere. Con rigore.

 

p.s. ha ragione lei, che il calcio sa essere salvifico

una scontrosa grazia

Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore…

Che piazza Unità d’Italia è una delle più belle della penisola, respiri a fondo, l’azzurro ti entra alle narici e parti, sei già in mezzo alle vele di Barcola. Lo sapevo già.

Che l’amicizia è il valore che resta, che nasce in mille modi, che ti vedi la prima volta ed è come fosse da sempre, che le donne siano il sorriso del mondo, che quello di una bimba bionda dagli occhi di gatto sia il dove passano le rondini. Lo immaginavi già ma viverlo è un bene pungente.

Che i ciàlzons, il cotto a vapore, la pinza a colazione, il frico, il tocai che non lo chiami più così, che il Friuli fu un’altra delle terre promesse mai mantenute te ne fotti perché la terra dei padri non ci vai più con e se i padri hanno tradito. Ci vai ed è terra di madri. Meglio.

Che Trieste Saba ci aveva messo il “se” ma ho conosciuto solo gente che dice ci ho lasciato il cuore, togli il se, togli il ma, piace ed ha una scontrosa grazia. Mi somiglia se non fosse che la grazia dove diamine l’ho messa la grazia. A spasso con Joyce.

Ed eccole. L’austroungarica, l’argentina, la scontrosa, la siculoemiliana. In un abbraccio che non dimenticherò col primo mare dell’estate, che lo devi segnare il momento dell’acqua fredda sulla pelle che non vuole svernare.

Trieste ha una scontrosa grazia sì ma anche Sistiana, Palmanova, Udine, Visco (sì sì anche Visco alias Wolvesass) , son state qualche giorno cantuccio alla mia vita pensosa.

Legami di sangue

a P, a RV, a T (che mi leggano o no), alle radici, all’infanzia, al cognome.

come posso tesoro tenerti sul cuore se stanotte a Varsavia si muore

Undici anni. La casa era in affitto, da questa parte della montagna era andata bene, il terremoto si era attutito, nonno era in carrozzella come quello di cui mi cantavi le canzoni, ma io allora non lo sapevo ancora, desideravo solo che rispuntassi tu e lo skateboard, mi venissi a prendere, dipendevo dal tuo canto, dal tuo esserci, da sola stare in quella casa era dura, mi annoiavo, nonno era di poche parole, non lo conoscevo, nemmeno sapevo che l’avrei conosciuto meno, mi chiese di accendere il fornello, non riuscivo, mortificata lo vedevo ruotare e “sì proprie na ‘ncantata”. Gli anni di dopo, dell’attesa sulle scale il giorno del mio dimenticato compleanno, gli anni di adesso, una telefonata all’anno quel giorno lì foss’anche scappata in ammerica, eh, appunto, auguri.

poi cado coi piedi per terra e scoppiano folgore e tuono non credo alla vita pacifica non credo al perdono…

Otto anni. Dall’altra parte della montagna non era andata bene, il terremoto l’ha raso al suolo, il paese. E mentre eravamo in auto, riconoscere l’uscita dell’autostrada, le colline, fino alla salita, non vedo il campanile, papà e mio padre che pesava le parole per spiegarmi, la casa era la prima di una terrazza di prefabbricati arancioni, “rre baracche” che quante volte ci ho visto piangere mia nonna pronunciando la parola “stabbaracch”. E dieci mesi prima, le preghiere la mattina a scuola, diciamo una preghierina per la mamma di gennara dicevano le suore e io pregavo ma gennara ero io e dicevo perchè pregano queste, che vogliono da me. Mamma cosa vide quella notte, trascinando nonna, l’altra, che era in carrozzella, sui sanpietrini, te l’ho chiesto mille volte ma non reggevo alla tua conta dei morti. Reticente mamma, senza fiato nel telefonare alle zie a L’Aquila, quattro aprili fa. E ora lo sai che un terremoto può attraversare una famiglia. Mamma ieri hai chiesto se il paese del mio concorso vinto è proprio quello del castello caduto. Sì, era quello, mamma. Pensa.

Vorrei vederti dentro quando ricorderai in tutti questi anni non ti ho cercato mai  certo se tu volessi allora tornerei a testa bassa come oggi non si fa più.

Quindici anni. Uscivi da un garage, le mani sporche di sorrisi, chi eri tu che eri nato in terra caraibica, di te sapevo solo foto bionde che parevi il bambino di “tre nipoti e un maggiordomo”. Uscivi dal garage, dicesti solo “tu devi essere gennara” e da quell’agnizione terenziana furono quaderni di canzoni, di racconti, di frasi in inglese, di collegi italiani, di infanzie impreviste andate a scontrarsi in un fiato sulla prima morte di famiglia, e l’italia da maledire, le amicizie da bestemmiare, tutte le fragilità. Non ho un fratello. Ai tempi dei sogni lo sei stato tu. Hai una sorella. Che tiene in piedi il sogno e attraversa il terremoto con inflessibile amore. Anche per me.

dimmi che tornerà quell’uomo che sento l’uomo mio  quell’uomo che non saprà che non saprà di me

Oggi, come mi sento, come un’ereditiera. Scura. Come mentre tutto intorno può crollare, e resistono i gambi fragili, i colori umili, i contrasti atavici. Mi scuso per il non universale, per il tono retorico, per sto cuore di papera che indugia a volare, per sto cuore bambino che non vuole crescere. E che aspetta un ritorno.

Una bella liberazione

Le nuvole dell’aprile più bello e scemo possibile incombono sulle gite. La radio che riempie viadellago da quando ma anche prima di quando la tivù è scomparsa da questi 60 metriquadri. La radio dice cose sempre uguali ogni 25 aprile da quando i governi italiani diventarono molto ma troppo burlesqui. Interviste a tutti quelli che hanno contribuito alla liberazione, alla nostra festa nazionale. Mentre immagino, per celia, quale americano discuterebbe il quattro luglio qual francese invece il quattordici sempre di luglio, noi italiani immagino la discuteremmo se fosse in luglio, mese estivo, meglio un ponte a primavera. No? Mentre gioco coi pensieri le interviste dicono che molto ruolo ebbero le donne, le staffette, ma poi le donne col  loro amore sostengono ogni causa, no? e poi un grande ruolo lo ebbero i cattolici, del resto pensate a quanti ebrei ospitarono le chiese di campagna. Va bene. Il male me l’ha fatto un’intervistata (tutto vero, sono su rairadio2 se volete controllare) che tutti tutti hanno avuto un ruolo tranne la scuola, la nostra scuola italiana che non fa abbastanza per la resistenza, per ricordarla, se lo fa lo fa male, anzi non fa proprio granché.

E così alla fine, destre contro sinistre, il sindaco di Roma non invitato alla manifestazione, e ci son caduti anche dall’altra parte, e ma quelli stavano dalla parte sbagliata, ecco tutti han fatto qualcosa, di giusto o sbagliato. La scuola, no, quella non fa mai nulla.

Sappiate che non è vero. Fatevi il venticinque aprile come volete, tutti. Io ho fatto il pane ai pistacchi. Col pistacchio che mi faccio trascinare ancora nella corsa al cambio della storia.

Sforno il pane e dalle fessure di quell’odore provo a sentire se quella volta facesse freddo oppure no, se a napoli che fu la prima l’acidino di lievito madre era di nuovo nelle strade, se roma sapeva di sole, se il lago maggiore con meina, con arona, con duno facesse affondare gli scarponi dei buoni e cattivi nell’ultima neve di primavera.

Spengo la radio. Accendo me. Una bella liberazione.

Neve sui tulipani, come dicono a Palermo, zucchero e sale 

 

 

La scuola non fa niente, non è luce

 

 

 

Col pistacchio che mi cambiate il pane

 

 

 

Chi ha sbiadito la bandiera?

 

 

 

Spengo la radio, non è la stessa musica