Perfect II

Nello stesso giorno litigare con l’amico più caro, prendere una multa la primissima volta che si lascia l’auto in divieto di sosta per venti minuti e avere i risultati dell’esame per la certificazione linguistica che sarebbero dovuti essere pronti il 20 luglio.

Però è il 7 luglio, non il 20, tu hai litigato con un amico, hai preso una multa per divieto di sosta e non hai mai messo l’auto in divieto di sosta in vita tua perché ti vergogni di non essere ligia alle regole. Lo fai per la prima volta pensando “magari la prima volta me la scampo”.

Chissà quanti pupetti son nati per via dello stesso pensiero.

Insomma i risultati sono usciti oggi e non tra tredici giorni.

E per avere la certificazione serviva almeno un punteggio di 160. E tu hai preso 158

Più i 41 della multa quasi quasi c’ero.

Litigio, multa, esame. Famme guardà l’oroscopo di oggi, vah.

Perfect!

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One hit wonder

Ce l’abbiamo fatta. I giorni di cotidie pluvia paiono finiti. Le acque del Maggiore, sarà per la quarantena di quell’acqua, sono limpide e invitano al tuffo. L’estate è qua, la stagione dei sandali piatti fatti di niente, delle carni esposte, delle carni alla brace, la stagione poco sobria, la stagione dell’ammore che viene e va, luglio non è certo il mese dei ripensamenti sugli anni e sull’età.

Luglio è un po’ come quando hai quindici anni e il must era indossare il bikini bianco come quello della Salerno, non Reggio Calabria, nel video in piscina.
E mamma ti diceva bianco no, si vede tutto. Qualcuno invece proprio ieri lo assolve, quello scendere del costume.
E spera che ritorni presto l’era del costume bianco.

Luglio è come a chi mi chiese cosa fai nella vita e risposi insegno latino. Che bello, balli, salsa, merengue. No, non quel latino lì, a dirti il vero. E c’era Chiara a dirmi i tuoi capelli sono uguali a quelli. Della ragazza vestita di giallo nel video della lambada. I capelli, però, il culo no. Non quel latino lì, a dire il vero.

Ma come sono davvero le nate alla fine di luglio, ditemi, se a tutte son piaciuti, almeno sulla carta, biondi. Controllate. Che non tifino Argentina dal novanta per via del biondino, che non aspettino da sempre il loro Pippo from Ibiza, senza esserci mai andate alle balleari. Gli tagli i capelli un attimo al biondino e via la forza al Tarzan boy, scemine di luglio.

Oppure ditemi se almeno alla fine di un secolo ci si può svegliare nella New York di una canzone e vivere la vita pazzamente, una vida loca, vedendo alle spalle qualcosa di alto, di grande che ora non c’è più. E contare in quante città può ancora capitare. I feel a premonition that girl’s gonna make me fall.

Poi si torna piccoli. Molto. Si ascoltano conversazioni adulte seduti sulla sabbia che ti gratta negli anfratti, col secchiello in mano. Mentre tua madre fa la fittizia amicizia di mare coi vicini di ombrellone, tu senti dire a una donnona romana che per lei Iglesias è Dio. L’informazione ti rimane là, nemmeno fai le elementari, posizioni agnostiche le devi ancora conquistare, cosa c’entri il medio campidano con la creazione, nemmeno puoi saperlo.
Fino alla valigia, quella di un lungo viaggio. Al bilancio sbagliato.

La musica è finita. Buona estate.
Graditissimi i vostri tormentoni.

Mi manca un venerdì

Al bianco frizzante si era in un vicolo all’ombra della città dei gelati, pensa che bello una città e una gelateria procapite. Eravamo lì, zuppa di pane, seppioline, storditi ancora dalla notte del rito pagano, del rito sciamanico del nostro Nick Cave.

Due ore dopo una lontana, non troppo, aria di mare in città, pensa , che bello, una città e mare e fiume, faceva un caldo porco e l’amicizia stendeva pizzette torte di riso e due, dico due, bottiglie in tre. Una in mio onore, falanghina.

Due ore dopo guardavo il fiume e un levriero afghano, l’eleganza dei levrieri afghani e di quelle bevandone con la mentuccia dentro. Non dirmi che ne berresti un altro, certo che sì, il secondo giro è il mio, molla giù, mentre il tramonto dorava sogni di chiatte sul fiume. E dorava il frittino, eh.

E l’amicizia. Che ha tante sfumature, che quella che mi piace di più ormai non parla neanche piú, ascolta, ascolta chi non deve per forza raccontare una storia dall’inizio. Si può partire a metà, si può guardarsi e basta. Volete stare qui o vi fo andare sui gomiti in stazione? La prossima volta, sto, sto su sto lungofiume così leggiadro.

Reggi eh, te, quali sono i versi più belli della letteratura italiana fatta eccezione per le terzine dantesche eh, com’ero convincente, pupille dilatate e fresche le mia parole ne la sera ti sien come il fruscio che fanno le foglie. Di menta nel mojito.

E l’amicizia, andate e ritorni, andate tutti dove vi pare, con chi vi pare, andate e tornate e raccontate ma fatelo in silenzio, per meraviglia, non per segnare un territorio. Se volessi un cane, forse vorrei un levriero.

Un’ora dopo nella città del gelato dolce e dei grandi concerti non è che si possa andare a dormire senza la finocchiona e un rosso di Lucchesia, che rosso sia. Che notte sia, keep on pushing it.

Push the sky away.

Grazie a chi c’era e che sorride e che carezza le dita su biglietti di concerti, a chi ha la regola se sono amici non meno di due, (bocce), grazie.
Grazie a una regione che se la prendi per angoli, è ancora sincera.

Ps. Ellosò che manca il referente, amica di animo zingaro, ma se ne trovi un zichinin è tutto per te. Mi mancava, un venerdì. Così.

ah sì, quel pezzo di M.

perché te ne devi andare qualche giorno, hai le occhiaie, pari un panda che ce l’hai pure la panda e frigni anche p’andà al mare. campeggio. gli amici servono a questo, soprattutto quelli che la sera prima ti dicono campeggio, porta le lenzuola che se fa freddo. e tu stai ancora frignando che ti sei truccata come un soccolone da sbarco proprio perchè così giuri di non frignare ancora, e ti portano al jazz che a Stresa c’è Mehldau mica pizza e fichi, uno bravo bravo bravo ma però devi fare la sacca per il campeggio.

E ci arrivi in campeggio, con il lenzuolo appunto. E le federe? aehm. e il sacco a pelo? ma io non ce l’ho più il sacco a pelo, lo regalai. e la carta igienica? aehm. e l’accappatoio? aehm. Gennà t’ho detto campeggio, cazzo. Ma la tenda è nuova, è più grande, c’ha la veranda che il mio sguardo è una veranda, e metti l’asta blu nel buco blu, e gonfia il materassone e i tedeschini davanti in metà tempo han messo su tutta la Doicland e te mi stai ancora all’asta rossa nel picchetto giallo. Li battiamo quattro a tre? La tenda è storta, io sono storta più che mai. Ah, il campeggio. Fin da quando mi ci portavi che non dovevi asciugare le lacrime ma solo il costume, per me era la libertà. Ah, il campeggio.

Le mattine al campeggio, nei bagni, rotolo in mano, fila alla porta e poi eccoti. Apri la porta e dici lo sapevo lo sapevo che non c’era il wc. Accucciata in quella posizione così, così naturale, a vedere dallo spiraglio i piedi delle campeggiatrici che passano che pensi ecco ora mi schizzo tutte le birkenstock di pipì poi come faccio ma la questione è mica la pipì, è l’atto grosso e pensi se cado se cado appoggi una mano al muro santa campeggiatrice protettrice di tutti i batteri da campeggio, se cado in questo buco, che ora avrei bisogno di un’interiezione da fumetto per significarvi lo sforzo, avete capito, no? e con tutti i piedi che passano dici ma sì chissenefrega, lo devo fare. E senti suonare la musica degli angeli che dici, è andata anche stavolta, al campeggio.

Che in campeggio sei costretta pure a voltarti, in bagno, e dici dove l’ho già visto io questo? ah, sì era solo un gran pezzo di m.

tanti auguri. com’è bello far bloggare da Trieste in giù

Non so se si festeggino i compleanni dei blog. Certo che il quattro luglio poi di feste ce n’é ce n’é di più famose, perfino nazionali, di quella nazione che sta scritto in mille modi qui e a breve non ripeterò oramai più (l’ultima quando passerò il testimone a questa fanciulla qua), di quella nazione che non trovavo il passaporto per andarci. Son partita da lì dunque, un anno fa. Un anno che ha visto non tutto ma solo il contrario di tutto, un anno di quelli che chiedi al narratore onnisciente quando finirà tu dimmi quando quando quando. Quando poi capisci che devi darci dentro in ogni modo per non chiedere al narratore e basta ma segnalargli al dispettoso che anche tu sai direzioni, ecco allora un anno finisce. Ho un anno di più e qualcosa in meno: tu, cantava qualcuno. Luglio vedrai non finirà, cantava qualcun altro. Il narratore ride quando canto, lo sento, andiamo avanti

Un anno di blog. Devo confessare di averne aperto uno “scolastico” su Virgilio.it nel lontano 2005, durato poco, poi nel 2008 uno d’ammore per arrivargli, poi questo, nato per dire ai quattro amici ve la dò io l’America. E ora c’è questo, che in un anno mi ha dato per citarne alcuni ma non tutti nuovi amici, nuove vicinanze, sincere esperienze, notevoli incontrinuovi modi di vedere le cose, cementazioni di certezze, bloggiti a lieti fini. Ho un blogroll che mi ci appallottolo tutta di contentezza. Mi ha dato anche non-amici; rapporti più bruschi, rottisi ai primi passi, oppure finti, narcisi, affacciatisi per non accomodare cuscini colorati, per prendere lucciole per lanterne, per deridere dolori. Ma è tutta saggezza, dal people watching di mybisontiana memoria al people well reading between the lines.

Un anno strano. In cui guardare con occhi vecchissimi il luogo in cui vivo e riamarlo per non morirci. Amare questo luogo è sapere attraversare il lago, ieri l’ho fatto, per abbracciare un’amica che ha deciso anche lei di fare cose strepitose in questo luglio, il luglio che hai luce fino alle dieci, il luglio di cui voglio condividere la bellezza di quegli occhi vecchi, non stanchi, solo esperienti.

ps. il buon compleanno non va al blog ma a tutti quelli che passando di qua hanno voluto questa vicinanza. Che bel dono avete fatto. Una fetta di torta non ve la toglie nessuno: menta e mirtilli. L’ho inventata io, per potervi dire, mi piaci mi piace mi pià…

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