fino all’osso

di Ponci Ponci adesso che è un ometto, che fa le elementari, che non ha voglia di leggere anche se sta amando le storie di Vivian Lamarque mio dono natalizio, di Ponci Ponci non scrivo quasi più, sarà che da mocciosi son meglio ispiratori.

Oggi però Ponci, piccolo ciclista agonista, mi raccontava di esser contento della nuova bicicletta perché con quella vecchia gli si rompeva il pisello (cit.) e ci ha tenuto proprio a precisarlo, zia, ogni volta che scendevo mi rompevo il pisello. Silenzio di tutti a pranzo.

Poi zia che è serafica, assai, lo ha guardato e “tranquillo, Ponci, non si rompe, non è un osso”. La perplessità degli astanti cresceva come al cinema.

“ma zia, – e qui sapeva la serafica zia, se lo sentiva dove sarebbe andato a parare – se non è un osso perché io una volta in bagno l’ho trovato in alto che guardava all’insù”?

Zia che è molto serafica, assai assai, ha riposto e ora si aspetta di venire a sapere che un settenne di logica ferrea imparentato con lei renda edotti parenti compagni e maestre tutte su corpi cavernosi e afflussi di sangue.

Ponci termina l’argomento con un “insomma il pisello cosa fa, può guardare in alto, guarda le stelle?”; e zia serafica, assai assai assai, fino all’osso, gli ha risposto pressapoco un “quando è in vena di romanticherie, sì, ma tranquillo che non succede spesso”

 

Il motto del 2017 è quindi opera di Ponci e sta a mezzo tra un viviamocela serafica e un fino all’osso.

Mezzaluna

Guidando nella sera già oscura, che scende all’equinozio, pensieri quieti, spazi di introspezione. La sera in cui chissà quanti bambini, piccoli, dormiranno leggermente agitati, per andare incontro a quella cosa nuova che tutti gli hanno chiamato addosso scuola.
Anche PonciPonci sarà tra loro, Ponci che ha visto il grembiule e ha detto “io quel coso non me lo metto o me lo metto per andare a pescare”.
Silenzio, da sola, un’emozione presa a prestito la mia.

Non mi dimentico di me, mi è stato chiesto se talvolta mi sento sola, da sola. No. La mia paura, al limite, per indole, è quella di perdere di tenerezza, spiegavo a Namica, giorni fa, che a mancarmi è solo l’esercizio della tenerezza.

Nella notte prima del primo giorno di scuola, per i bimbi della parte salva del mondo, e per me.
Silenzio e la canzone che spesso dimentico essere per me la scoperta della tenerezza.
Mi riaddormenterò e ricomincerò a sognare.

Un giorno questo bollore ti sarà futile

Doveva prima o poi capitare; mentre il medico di base pronunciava parole come androgeni, testosterone, estrogeni a mancare, non vorrei darle una mazzata finale e io a interromperlo “lei dottore, se lo ricorda il cartone animato Chobin? -oi oi ma com’è carino e dolce Chobin oi oi- che quasi gliela canto al dottore, divento come Chobin, una palla di pelo, insomma.
Che stavamo a 34 gradi e l’ambulatorio era vuoto, vuoto, lì dove di solito se son la terza in lista d’attesa ne esco dopo due ore, vuoto, mi dice “avanti” il dottore e io “ah no adesso per abitudine aspetto qua da sola un po’ fuori, mi son portata pure il libro”.

Doveva prima o poi capitare, androgeni, testosterone, estrogeni a mancare e il vicino di casa, quello col flessibile alle sette del mattino, mi dice ci son 33 gradi, non riesco a lavorare, sia ringraziato e lode agli dei vorrei dire io ma aggiunge “che bella sorpresa, tu sei incinta, auguri”.

No, ho solo la pancia ma mica stai a spiegare androgeni, testosterone, estrogeni a mancare, però prestami il flessibile giusto quei trenta secondi per tranciarti la giugulare e mettere fine a queste estati faticose. Non sono incinta, sono solo grassa. 

Ma sei sicura? Miiiiiiiinchia, sì son sicura. Auguri lo stesso. Vafangul và.

Doveva prima o poi capitare. Stare ad asciugare i capelli sulle scale, in déshabillé e vedersi apparire sulle scale all’improvviso un uomo. Lo hai sognato tante volte, quel rifare le scale a ritroso, che sei cretina ancora a credere che le scale a ritroso c’entrino con l’amare. Senonché l’uomo apparso oggi, sfidando, conoscendolo, un muro di timidezza e riserbo ha la metà dei miei anni meno sei mesi, credo, ed è l’unico uomo non noioso con cui posso conversare per ore. Sulle scale, a 32 gradi. In barba a convenzioni di anagrafe, a etichetta, dopo lo shock di saperlo non così timido da non arrivarmi a casa senza preavviso, l’ardito, e superato lo shock del mio dress code dei 34 gradi, con l’aiuto di acqua e menta con ghiaccio ce ne siamo stati a Londra, a Parigi, a New York nei ricordi, nei progetti, nei libri nei poeti cerchi te. 

Doveva prima o poi capitare. Riscoprire tramite un cinquenne, invece, che mandi da solo a comprare il gelato, guardandolo da lontano, tornare, i quattro gusti diversi di ghiacciolo ricordati, le manine piene di quello sciogliersi appiccicoso “zia mi hai dato un soldino in più”, vederlo lasciare il passo sulle scale a una signora, stupita quanto me e poi dire, solo a me “eh sì bisogna essere cavaliere”. Ma un pomeriggio con un cinqueenne può diventare prova di legami familiari con strascichi irrisolti, stronzaggini varie quando invece ci si potrebbe amare e basta, con meno fatica. 

Doveva capitare, la gatta è alla pensione gatti, la valigia è sul pavimento ma tutto quello che potrei mettervi dentro è appunto anch’esso sul pavimento, la casa sarà sul fiume, da lago a fiume potrà essere facile, ho memorizzato due frasi da dire al telefono all’arrivo, che mi verrà da ridere a dovermi chiamare student.  Una partenza può diventare prova, di ansia, di ipocondria, di prontezza. La terza cosa non l’ho vista, nemmeno lì sul pavimento.

Doveva capitare anche un’estate vera, lunga, possente. Che mi sfinisce, che mi fa difendere.

La verità è che in pentola, ho la sensazione che non giunga a bollore da tanto poi niente di nuovo, che un biglietto aereo non mi cambi più la vita da tempo, che essere benvoluta non basti mai, che aver scoperto di essere capace di desiderare il male altrui sia la scoperta dell’acqua calda, che faccia solo caldo, che un blog di ghiaccio al caldo si sciolga, è giocoforza; che faccia caldo, sì ma che scrivere non faccia invece nulla.

l’amore fa l’acqua buona

Assente dagli schermi, mi sono sfilacciata poco poeticamente in tempo tra scartoffie, quelle che i colleghi sanno e anche quelle che i colleghi non sanno.

Mi sono sfilacciata anche alla cena coi Latintristi e l’ultimo sabato del loro liceo (il loro, roceré, non il tuo, lo capisci?) che quasi non passavo a salutarli tanto poi vi vedo, il diciannove, esce Pirandello, temo. Talmente sfilacciata che sto ancora leggendo la dedica su un libro, guardando le foto di chi l’ha voluta tenendomi in braccio. E in sala docenti che se vedo piangere la collega di fisica piango anche io. La campanella era suonata, l’orologio staccato dal muro (gli arredi, pure gli arredi se li portano i docenti da casa) e quello che con te, per vie traverse, s’è fatto cinque anni davanti a tutti dice che si ricorda com’eri vestita il primo giorno, e che dissi, come presentazione “guardate bene il vostro compagno di banco perché l’anno prossimo non ci sarà più”.

Esco dai corridoi con quell’idea che dopo i Latintristi, ora posso davvero cambiare lavoro. Senza di loro senso non ha. Dura mezz’ora la sensazione, che sui tabulati dei Comeback, lacrime e sangue, letture estive, saranno loro quelli di dopo.

Domani finisco lo scrutinio e prendo un treno che porta a ciottoli levigati. Lo faccio di straforo, sbaglio ma ci sono errori necessari.

Ponci mi spiega di una “pecca ffortunata che il galleggiante, zia, tirava dotto e io di trota ne ho preda una tola, perché l’altra di è dlamata ma in quel laghetto, zia, ci dono anche i lucci e i pettici che mamma fa il ridotto coi pessici, zia” A Ponci mancano solo le esse ma ha una buona presa e possesso del linguaggio specifico della disciplina. A me non manca nulla.

La commissione sulla carta sembra quella che farà un buon lavoro, un sabato di otto giorni fa che sembran mesi sono andata a dare il benritorno a una ragazza che tornava dalla città gemella, ci tornava con un cognome gemello, con un incorcio di sguardi sulla strada, non era un sabato qualunque, non era un sabato italiano. Ma il peggio sembra essere passato.

Infatti nella casella di posta elettronica trovo questo “ATTENTION! The travel authorization submitted on July 6, 2011 via ESTA will expire within the next 30 days. It is not possible to extend or renew a current ESTA. You will need to apply for a new ESTA. Please reapply at https://esta.cbp.dhs.gov if travel to the United States is intended in the near future. If there are 30 or more days left on the old authorization you will receive a warning message during the application and be asked if you wish to proceed.”

Quando ti scade l’ESTA, puoi estartene qui, Esta tié.

Insomma quasi quasi quando non scrivo vivo e metto della parole adeguate alle cose che poi somigliano di più all’amore che fa sagge le donne, perfino me. Tutto quello che ho, mentre lancio un ciottolo levigato a mare, per tutti quelli che incrocio nel male e nel bene. La seconda che hai detto.

Se ci siete, grazie, un calice.

Era de maggio

Era lunedì tre anni fa, si scommetteva sui giorni. Poi lunedì l’sms del babbo, siamo in ospedale ed era quelle volte che un sms così ti fa riempire il cuore e correre di gioia verso un ospedale.
Arrivo in tempo per vedere mia madre livida di paura, non le si poteva parlare, pochi minuti, dicono abbia aspettato la zia, dalla mattina, per nascere; pochi minuti e arriva un alieno. Non era rosso, non era giallo, aveva il faccino poco sofferto, una grande bocca a forma di cuore, tutti a dire ma va che bocca a forma di cuore, di chi è quella bocca a forma di cuore. Mia madre lo salta, il lettino azzurro con le ruote, lo salta per dire fatemi vedere mia figlia. Che lì fuori, mi dice, l’aveva sentita urlare; e certe urla, da madre, io che mica lo sapevo capire.

L’alienino è bello, ed era de maggio; la tenerezza dell’alieno, che in pochi mesi fece crollar difese, fecemi inondare di tenerezza per aspettare un maggio che per me non arrivò. Ci sono alieni che sbagliano astronavi?

Stasera saranno tre gli anni da quel lunedì e io ho un regalo da consegnare. Riluttante, pensavo, Ponci Ponci ha già troppe cose, come ogni bambino sul fronte occidentale. Ora che parla come un adulto, mi mette il congiuntivo mi dice zia “non si disturba mentre devo disegnare”, ma zia non molla e lo accarezza che le mani su quella pelle a zia tolgono il male del mondo. Lo vedo fissarmi allora, alzare la manina, di taglio, il ditino, come faccio io, in parte e dire con tono stufo “zia basta, con tutti sti bacini”. Ora che dice parole come “spiaccicato” dandoci prova di lessico familiare (chi è? chi è stato? questo è un toscanismo, arriva da lontano) (neghiamolo che un bimbo è una storia che parla parole di radici che ci sono.). Ora che la tenerezza lascia il posto al proprio posto educativo.

Quel maggio che non arrivò, quello scherzare male a raccogliere ortiche, è un maggio superato. Mi si chiedesse a me, che regalo vuoi, con certezza lo so dire. Un figlio, non ho dubbi. Ma un figlio non è un regalo e non aspetto più domande. Un figlio è una storia, prima che lineamenti misti e scesi da dischi volanti.
Un figlio è qualcosa che il tempo prima di te fissa nella pancia. Un figlio è perfino sempre qualcosa che leggo in tutti gli occhi dei miei alunni adolescenti quando me lo danno, il bene che gli dò. Sta bene. Sto bene.

Era de maggio. Uno, due, tre. Auguri Ponci, zia ti ama tantissimo, per la donna che le hai insegnato ad essere.

regalo

Sabato, domenica e lunedì

Sabato c’è la poesia, Sereni, la Pozzi, la grandissima Menicanti, la linea lombarda, per dirla come si dice. E di sera un teatro, sostenibile, leggero, dell’essere.

Domenica c’è l’amicizia, che ti provi i miei trucchi, i trucchi dell’amica sono sempre meno verdi, del resto lo meriti, due ore con me a girare la città per trovare il giusto fard. L’amicizia del risotto, della neve che scende sui vestiti a 39 ma prima costava 93, gli sconti palindromi, i nostri, l’amicizia dell’a votare c’è tempo, domani. I lupini preelettorali, roba da naufragi della Provvidenza.

Lunedì c’è la domanda, mammaseiandataavotare, babboseiandatoavotare, sì, io no, ci vado alle due. C’è Ponci che escluso dalla domanda mi guarda dal seggiolone e impettito risponde “gììa io tono andato a votare eh”. Bravissimo Ponci, e mi dice “ora posso metterlo il tuo burrocatarro?”.

E così, momenti di essere. Mi godo la sequenza prima che lo spoglio mi spogli del sincero sentire che questa (mia) regione, neve o non neve, cambi colore

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Passa la bellezza

Si comincia con un certo Hitler che i tedeschi gli riconoscono status di grande statista e gli intitolano facoltà di scienze politiche; si continua dicendo che il primo manifesto del fascismo non contenesse poi cose così sbagliate; si avanza dicendo che in democrazia, se tale fosse, l’apologia di fascismo a che serve? Si finisce che i docenti autoconvocatisi abbiano coinvolto gli alunni per i loro comodi, e che i pecoroni son quelli dalla loro parte, quelli di là, quelli del tecnico perché noi siamo quelli del liceo, siamo meglio (per definizione) e non ci facciamo strumentalizzare.

Si arriva a capire che c’è qualcosa che ha mosso lo status quo, il loro, il mio: le parole del più tosto sono a sera parole del più saggio; il sorriso del più aperto, è certo, non lo vedremo più. Da sabato a lunedì col groppo in gola, a dirmi uno alla volta, tutti gli errori di cui cascasse il cielo non ci sarà palinodia. Che imparino a sbagliare da sole, le vene fervide degli adolescenti; che lascino sbagliare da sola anche me.

Me che ho detto almeno un’ora al giorno per me: fosse mettermi lo smalto o la crema sui capelli, o meglio, rientrare a piedi su sto novembre che spinge ancora fuori le fragole (mah). E allora respiro dentro e passa la bellezza, come tutto, passa. Passano due lacrime al tramonto.

E Ponci che dice “Jìa lo tai cosa ci ha pottato la maettra di mùjica all’ajìlo?” (Ponci e la esse: un rapporto difficile) “no, amore, cosa?” “i’ pianoforte” “uh, come quello della zia” “a cada tua? ma io lo potto suonare coi piedi?”

Sì amore, suonalo colle mani, coi piedi; picchia sui tasti neri e sui tasti bianchi, sieditici sopra, cantaci dentro; fallo per me, per i bambini che non sono più, per la ragazza che non posso più stare; suona coi piedi, sfascialo sto pianoforte prima di diventarmi grande.