in toga e cravatta

Ierisera è stato il turno del Giulio Cesare. Io che al liceo feci il francese, manco di letteratura inglese, manco a dirlo, e Shakespeare, lo conosco in modo superficiale. Troppo. Per cui leggetemi con diffidenza.

E così ierisera Cassio, Marcantonio, Cicerone se ne stavano sul palco in abito blu e cravatta rossa a dirmi quanto il passato è qui. Ma il paragone non regge: i politici di adesso non hanno sublime oratoria, ci dobbiamo accontentare dell’abito senza il monaco, ci dobbiamo accontentare di celodurismi, vitolgol’ici, smacchiatoridileopardo.

Poi però Ottaviano è arrivato da Filippi armato di pistola, calzoni mimetici e Roma bruciava nel fuoco delle granate lanciate dai black block. Per scambio di persona hanno ammazzato Cinna il poeta che con inglesismi fasulli strascinava l’accento come il cugino scemo di Dorian Gray.

Bruto era bello, non biondo, e di gentile aspetto; i sogni premonitori glieli annunciava qualcosa che alludeva al nano dietro i tendaggi porpora rubati a David Linch (ché ci scommetto: il regista, Rifici, è del ’73, lo sa cosa successe al cinetivumondo dopo Twin Peaks).

E così siamo usciti dal Piccolo perplessi. A me di questo spettacolo non m’è piaciuto solo che stavo dietro a una scolaresca coi soliti cellulari accesi. Perché a me è piaciuto bene sto Giulio Cesare, mi piacciono i pastiches. Ad altri spettatori proprio no, non è piaciuto sto Giulio Cesare. Volevano la toga (ma mi pare di sapere che già in epoca elisabettiana si recitasse non in costume). Forse gli amanti del bello han ragione. Io non sono attendibile; come classicista ho tradito il mandato da mo’.

Però mi chiedo sempre, in questi casi, quanto rida il narratore per la pioggia che sciacquò il colore dai templi dell’ Ellade antica.