vincere facile

Quest’anno, in due classi su tre, coi ragazzi, coi maschietti vivaci, ho vinto facile. Ho vinto le resistenze che ti fanno apparire quella che porella a casa ascolta solo Bach et similia.

Spesso mi capita di spiegare cosa sia la fantasia narcisistica che Petrarca mostra in chiare fresche dolci acque, la fantasia che lo consola immaginando Laura trovarlo morto e pentirsi di essere stata così insensibbola al suo amore. E lo faccio con Niccolò Fabi e la sua canzone “rosso”. Ma Niccolò Fabi è quasi come Bach, per loro.

Poi arriva giugno che arriva sempre più spesso a fine maggio e nelle ore languide le interrogazioni sommative spaziano a controllare se davvero stan portando a casa almeno la nozione di “genere”. E puntuale arriva il rap.

Il rap. Loro ascoltano rap italiano. E io “certo me lo vedo proprio uno di Tor Pignattara cantare come Kendrick Lamar”

Al nome di Kendrick Lamar si fa silenzio. Quest’anno in tre classi su tre occhio ammirato e “prof lei conosce Kendrick Lamar???” Sguardo curioso.

“Conosco? L’ho anche visto dal vivo”

“Dove prof?” dicono ormai senza respiro.

a New York.

Sguardo estatico.

Eh sì, mi piace vincere facile. Ma serve.

Così:

that’s no way to say goodbye

Quattro anni fa tu che ti amavo tanto non c’eri già più, c’era solo un albergo a Venezia.

E c’era tenersi le mani con quegli amici; qualcuno anche di loro, lo è meno, da tanto.

I0 c’ero qui: e sono commossa solo a ricordarlo, trovassi il video in cui si sente solo la voce tonata su quel lalalalala lala lala lala lalalalalala laa la laaa

Oggi non c’è più nemmeno quel distinto signore col cappello che ci ha uniti tutti tu, me, loro.

Solo un errore, errare, potrebbe farvi passare di qua.

Nel caso, è per voi:

 

 

 

Mezzaluna

Guidando nella sera già oscura, che scende all’equinozio, pensieri quieti, spazi di introspezione. La sera in cui chissà quanti bambini, piccoli, dormiranno leggermente agitati, per andare incontro a quella cosa nuova che tutti gli hanno chiamato addosso scuola.
Anche PonciPonci sarà tra loro, Ponci che ha visto il grembiule e ha detto “io quel coso non me lo metto o me lo metto per andare a pescare”.
Silenzio, da sola, un’emozione presa a prestito la mia.

Non mi dimentico di me, mi è stato chiesto se talvolta mi sento sola, da sola. No. La mia paura, al limite, per indole, è quella di perdere di tenerezza, spiegavo a Namica, giorni fa, che a mancarmi è solo l’esercizio della tenerezza.

Nella notte prima del primo giorno di scuola, per i bimbi della parte salva del mondo, e per me.
Silenzio e la canzone che spesso dimentico essere per me la scoperta della tenerezza.
Mi riaddormenterò e ricomincerò a sognare.

Perfect day

Allo scoccare della mezzanotte precisi come degli svizzeri, almeno quelli del luogo comune, stavamo in tre varcando la soglia di un circolo arci della Bovisa (cosa che ci costringe ad ascoltare Gaber al ritorno) dicevo allo scoccare della mezza lasciamo un po’ incattivito l’uomo dei biglietti e della tessera all’ingresso che al grido di brindisi brindisi, anche se uno di noi è più di foggia e l’altra di Siviglia, rinuncia a farci una tessera farlocca ma dai che stanotte non controlla nessuno, brindisi brindisi, entriamo e a noi che ce frega che il conto alla rovescia è già finito, meglio, auguriiiiiii.
Poi è stato tutto un violino una fisarmonica folk, balli a baci stretti, loro, gli amanti, e guardarli è stato un augurio .
Tessera arci fatta, tradizione a casa roceresale. Che per tradizione viene usata subito, nel cinemino d’essai di capoluogo merdosino.
Si inizia l’anno con un film, e anche ciò fa tradizione a casa roceresale.

Si inizia con la fighetteroneria di Benicio del Toro, mio uomo ideale poiché del Toro è dell’Aquario, invece.
Si inizia con un film girato benissimo, sulla stupidità della guerra, ovvietà raccontata tra ironia, sarcasmo e sensualità. Con una citazione finale, manzoniana perlomeno nell’iconografia, con roceresale che aveva voglia di piangere pure di gioia, quasi, sulla sopravvivenza che fotte la morte (su una colonna sonora da urlo).

Meh, si lu vulit’ veré, jatavenn a lu cinematografo!
(Trailer in inglese perché quello italiano fa semplicemente più schifo, chissà perché)

Superare

Tra quattro ore suonerà la sveglia.
La temperatura stimata nella citta di arrivo oscillerà tra i meno cinque e i meno dieci.
Ottimo, no?, per quella che imperterrita fa buchi nel ghiaccio.

Andrò a stappare una bella bottiglia di bollicine insieme a un gruppo di sconosciuti, che è cosa buffa assai ma a me porta fortuna.

Se l’anno scorso ce la siamo cavata così, con il motto “meno”, quando torno a gennaio, mi supero.

Giuro che mi supero.

A chi è solito passare di qua, un augurio comodo, una specie di generatore automatico di auguri, ciascuno si faccia il proprio, con la cosuccia che va aggiustata subito o il sassolino nella scarpa da scuoterci la scarpa due minuti e via e poi fottersene a vita, con la frase restata impigliata in qualche strozza, con il bacio che è ora di dare, con quello di cui scordare il sapore, con il mutuo da estinguere, insomma, mi ci avete capito.

E un augurio musicale, con quello che per me è stato disco dell’anno.

e tu ricordami com’ero

Se ricordo bene c’era un sole più estroverso, uno sciopero dei treni che impedì agli amici di modena di restare fino al dolce, la tangenziale già bloccata a quell’ora che qualunque ora sia stata era l’ora che il babbo brontolava non fosse l’ora giusta.

Se ricordo bene avevo un tailleur di lana con pantaloni, grigio chiaro e una camicia bianca che uso ancora, un po’ stretta davanti. Se ricordo bene alla sera un sacco di amici si mettevano in coda nel locale solito per pagare ciascuno la propria parte lasciando allibiti i cugini del sud. Se ricordo bene il pomeriggio dopo piangevo incompresa e non solo per lo scorno, piangevo come a non avere un futuro che invece c’è. Ricordo una Milano dolce di luce per l’amara festa del perdono. Che non ho perdonato, non lo faccio mai.

A ricordarmi i quindici anni passati da un giorno che ricordo bene, se ricordo bene, c’è uno spatifillo cresciuto parecchio da allora, che fa ancora fiori, che mi regalò una signora, una delle pochissime mie non-suocere. Lo spatifillo fa fiori, il resto ha dato pochi frutti, di non suocere non ne successero poi così tante altre.

Novembre. Sfido io a metterlo tra i mesi benvoluti eppure novembre fu laurea, novembre fu prima supplenza lunga, novembre fu immissione in ruolo, novembre fu casa. Che forse pure io sono un progetto di novembre.

E tra i pochi, minuscoli modi di fare pace coi mesi, col tempo, cogli scorni, conosco solo la musica e di musica ci ho condito anche questi giorni di corsa tra gli impegni, a un teatro che si è acceso in un istante, a novembre.Tutta il mio essere studentessa di lettere a Milano nelle sue parole, nei suo concerti mancati allora, sempre la sera prima di un esame che poi andava mediocre.

Le sue parole, la voce, Il riscatto nel tempo che vale tutti i novembre che ho.