La regola del bacio sul pavimento e della gente che passa dentro casa

Alla fine Netto è entrato nei miei sogni, si è seduto insieme a me sul povero parquet di pino chiaro della mia stanza, seduta pure io, sotto la finestra, ha fatto un’eccezione (così diceva) e mi ha baciato.

La sera dopo nel sogno c’era una colonna di gente che per andare dove doveva andare passava da un corridoio che mi attraversava casa, con mio certo disappunto.

Com’è come non è, è ora che chi ha voglia di passare o addirittura sedersi sul pavimento, trovi meno confusione, dopo anni, è doveroso.

Le altre regole, qui

Mezzaluna

Guidando nella sera già oscura, che scende all’equinozio, pensieri quieti, spazi di introspezione. La sera in cui chissà quanti bambini, piccoli, dormiranno leggermente agitati, per andare incontro a quella cosa nuova che tutti gli hanno chiamato addosso scuola.
Anche PonciPonci sarà tra loro, Ponci che ha visto il grembiule e ha detto “io quel coso non me lo metto o me lo metto per andare a pescare”.
Silenzio, da sola, un’emozione presa a prestito la mia.

Non mi dimentico di me, mi è stato chiesto se talvolta mi sento sola, da sola. No. La mia paura, al limite, per indole, è quella di perdere di tenerezza, spiegavo a Namica, giorni fa, che a mancarmi è solo l’esercizio della tenerezza.

Nella notte prima del primo giorno di scuola, per i bimbi della parte salva del mondo, e per me.
Silenzio e la canzone che spesso dimentico essere per me la scoperta della tenerezza.
Mi riaddormenterò e ricomincerò a sognare.

Bonus

Dal 25 agosto calpesto i corridoi dell’Istituto Durocome che non amo più. Alla faccia di chi ti dice “finita la pacchia eh?” la sera prima, come se tu fossi uno studente e non un docente.

Tra riunioni, esami di idoneità, debiti, scrutini, dipartimenti, ne ho di aver capito già la rotta. Mi son già anche rotta. Anche se poi la sera mi trovo al pc con entusiasmo a preparare la nuova sfida dell’animatrice del villaggio duepuntozero che di duepuntozero non ha alcuna velleità.

Al collegio mi è stato annunciato che ho vinto, evviva, il bonus dei docenti. Che lo abbiano concesso a chiunque abbia compilato la domanda, passa in secondo piano. Che alcuni non abbiano voluto compilare la domanda perché il denaro è vile e cotali non lavorano certo per denaro, mi scivola senza attrito invece in terzo piano, il piano inclinato della mia indifferenza e di anche un vaffanculo.

Insomma ho vinto ma non so ancora che cifra mi spetti perché la cifra lo Stato ce l’ha solo indicata ma stanziata no. Insomma non c’è. Insomma è virtuale. Insomma prenderò un bonus di merito che somiglia tanto al bigliettone da un milione del signor Bonaventura, di mia bambina memoria. Ho vinto!

Ho vinto anche la rottura da caldo e ho ricominciato a portare la zampa fasciata dai 200 den microfibra bellamente sugli aperitivi in spiaggia, lago pane e salame e il lago che sparisce e lascia il posto a spiagge perdute.

Ho vinto perfino a biliardino, gol al primo minuto, poi basta, giù a ridere.

Poi, la solita canzone.

 

Olive Kitteridge

Recensire libri non è il mio mestiere. Premessa.

Ci ho messo due mesi e dico due mesi a finire il libro di Elizabeth Strout. Inizialmente avrei potuto pensare che non mi piacesse, è un libro di racconti e io coi racconti faccio fatica, non ci vo d’accordo. Poi quella mania che se inizio un libro di giorno lo devo portare avanti con la luce del giorno e se lo inizio di sera non riesco a leggerlo se c’è il sole.

E le giornate al lago finiva che non ero mai sola e la chiacchiera prevaleva sulla lettura, di quei racconti così tristi. Costruiti però in modo che la protagonista, antipatica un bel po’, quasi più di me, secca e di indole appuntita, fosse il fulcro della narrazione anche quando la narrazione avvolgeva altri personaggi.

Tutti a muoversi tra le maree e le stagioni di un luogo molto charmant, un Maine che conosco bene, avendolo girato anni fa in lungo e largo.

Poi a rallentare sono arrivati i giorni broccolinesi con altre doverose letture in altra lingua.

E poi l’incidente diciamo così alla gamba, che mi ha tenuta in castigo senza lago e insieme a Olive Kitteridge, centellinata un poco al dì, luce del sole.

Quando ho chiuso il libro è stato come non averlo chiuso mai, ci sono rimasta intrappolata dentro. Una sensazione quasi mai provata prima. Non di immedesimazione, impossibile con l’austera  Olive Kitteridge; più di essere il personaggio di seguito del racconto mancante, in una casa, in un’età, in un fervore che non se ne vogliono andare.

Il finale del libro è straordinario, quasi commovente.

Mentre leggevo, due mesi quindi a centellinare, ho scoperto che è già pronta una serie tv per la HBO voluta e recitata dall’attrice che apprezzo di più, Frances McDormand. Non è la Olive Kitteridge che ho immaginato io (ovvio) e non ho mai seguito una serie tivù in vita mia, non avendone nemmeno i mezzi.

Sarà interessante fare un’eccezione.

olive-cover-libro

si può essere anche stupidi

Alle 4.43 di stanotte una fitta alla gamba mi sveglia, così finisco a svegliare anche Noisette che sta dormendo o meglio stava dormendo accanto a me (ormai quasi tradizione la sua due giorni al lago qui) che mi dice un po’ ncazzata “prendi sto antidolorifico, muoviti” mentre già lo caccio giù, stremata.

Però non dormo e faccio la prima delle cose stupide della notte (forse la seconda contando di non averlo preso prima il brufen). Apro Facebook. Alle 4.43 tutto sarà quiete tranne gli amici oltreoceano e i miei link musicali.

Invece vedo il messaggio immediato “tutti svegli?” di amico Buontempone. E fo il secondo errore stupido, rispondere “ovvio” credendo si tratti di una delle vecchie maratone notturne che un tempo facevamo, noi della radio. Eran della radio anche i commenti di amico geologo e amica artista. Per capire in frettissima da quel “non mi dire che si è sentito anche da te” che ero stupida, parecchio stupida in quel momento. Mi sono scusata chiedendo se volesse l’eliminazione di tale sciocchezza per avere in cambio un affettuoso e veritiero “no, dai, siamo tutti un po’ stupidi a prescindere, roce”

Succede spesso di leggere il mondo con le proprie abitudini, almeno nell’immediato, almeno prima di capire.

Poi si affaccia sempre su Fb cuginetto dal litorale, tutti svegli anche lì. Cincischio ancora un po’ con amico geologo che mi dice sì stiamo ballando ma è stata del sesto grado la prima. Saluto tutti mentre il brufen entra in circolo, amico Buontempone chiede chi voglia uno spaghetto aglio e olio, nella sua spettacolare ironia e linearità. Saluto e dico mi affaccio domattina.

Faccio l’ultimo errore della notte, uso facebook anche io con la stessa leggerezza e stupidità con uno status che si stupisce di quanto la mia gamba sia collegata ai sismografi. Parlava di risvegli strani, di amici notturni, di facebook e dei suoi usi leggeri. Parlavo.

Quando al mattino ho visto come tutti l’entità del disastro, la paura che il post stupido fosse scambiato per idiozia condita da analfabetismo funzionale ha prevalso e l’ho eliminato. Lasciando il terreno al resto, ai martellamenti di tutti su tutto, agli “adesso solo silenzio” strombazzati sul profilo, a quella frase di Pavese (ma che caspita c’entri Pavese con Rieti e coi terremoti, mi chiedo anche) che alla settima volta che la ripostavano autisticamente  ho chiuso tutto per davvero.

Ci ho sofferto in sordina tutto il pomeriggio, di questo piano temporale sballato che può far sembrare stupido chi non lo è. Ho pensato a facebook e a quei venti minuti con Buontempone, Geologo e Artista, vivi e perfino leggeri di paura.  E mi son chiesta se preferirei un mondo senza facebook o similari, in cui siamo così stupidi tavolta.  La risposta sta in quei venti minuti e nei miei otto anni di tanti anni fa, che ci vollero cinque giorni per sapere e non venti minuti.

La risposta è no.

La risposta è che si può essere anche un po’ stupidi. Per fortuna.

 

Diciotto giorni fa

Diciotto giorni fa più o meno atterravo a Malpensa col cuore pieno di riconoscenza verso Brenda e verso un’esperienza unica, vivere newyorchese tra i newyorchesi, abitare quella benedetta città che avrebbe meritato almeno due post sul blog e chissà mai non succeda, adesso, tra breve, let it marinate – ha detto un amico – e scrivi.

Diciotto giorni fa col cuore pieno di riconoscenza e una gamba che mi faceva male più o meno dal decollo, e mi faceva cantare “e nave porca nave vai, la gamba mi fa male sai, le luci di Marsiglia non arrivan mai” anche se le luci non eran di Marsiglia né a San Siro neanche ad esser precisa, e senza rimpianto, evviva,  le luci della prima volta quando scendeva il tramonto sula vetrata del River Café e io disegnavo grattacieli d’amore.

Diciotto giorni fa mentre tutti attendevano anche sulle insegne di qualche libreria a Ny l’uscita di un libro, uscivo io, nella pioggia e festeggiavo l’uscita di 44 anni fa tra le vetrine domenicali delle pedicule manicule cinesi tutte e due 24 dollari, tra le vetrine di altissime cheesecake, col desiderio che il mostro uscito tutta energia, malgrado il mal di gamba, non se ne andasse subito in autunno.

Poi ci si è messa simpaticamente quella che avrà cambiato blog e nome di piuma almeno tre volte più di me quasi a chiedere ma quindi “trombi?”. No, non trombo, certo la linea L era comodissima tra la 14 strada sulla 8 avenue e Williamsburg ma no, dai non è quel trombo lì.

e invece, maledizione…